Solitamente, sia nella narrativa antica che – in parte – in quella moderna, viene definito “antieroe” quel personaggio protagonista del racconto che manca di alcune delle tradizionali qualità positive dell’eroe, come l’altruismo, l’idealismo, il coraggio, la nobiltà e la forza d’animo, dimostrando invece spesso le qualità opposte. Talvolta infatti il termine è usato in senso più ampio per comprendere l’eroe imperfetto e parzialmente cattivo, in generale negativo come personaggio, come vuole la tradizione dell’eroe byroniano (tipico protagonista dell’autore britannico George Gordon Byron che lo definisce “un eroe talentuoso ma anarchico, indisciplinato e pieno di tormenti”).

Tuttavia, in alcune storie e racconti, l’antieroe può assumere un’accezione non solo più positiva, ma soprattutto più umana e vicina alla realtà (rispetto, ad esempio, alla figura dell’eroe, che di solito è un personaggio idealizzato): in questi casi, viene inteso dall’autore come oggetto della simpatia e dell’immedesimazione del pubblico, poiché, nonostante non sia perfetto, può ambire a diventare tale grazie alla sua forza d’animo.

 

Beh, dopo la vittoria della scorsa notte, questa storia ci sembra proprio quella del fenomeno Giannis Antetokounmpo. Al suo sesto anno in NBA infatti, il greco ha finalmente vinto il titolo di MVP della regoular season: un trionfo atteso, forse ormai scontato da qualche mese, ma sicuramente meritato per un giocatore – più in generale per un grande atleta – che ha raggiunto questo risultato solo grazie al duro lavoro.
Qualcuno ha detto che adesso “il posto di un Dio greco è nell’Olimpo”. E forse è proprio così, ma fino a poco tempo fa neanche lo stesso Giannis avrebbe potuto immaginarlo.

 

Adesso che si è consacrato ufficialmente come assoluta Star NBA (e soprattutto dei suoi Milwaukee Bucks, di cui è l’assoluto leader tecnico e carismatico) qualcuno ha detto che “il posto di un Dio greco è nell’Olimpo”, ma fino a qualche anno fa neanche Giannis stesso avrebbe potuto immaginare di raggiungere risultati simili. Una ricerca della legittimazione di ciò che meritava questo ragazzo la voleva avere da tutta vita, dai tempi in cui viveva praticamente per strada vendendo souvenir per i borghi di Atene.
Figlio di immigrati nigeriani, Giannis inizia a giocare a basket a 12 anni, ma lo fa subito come come pochi altri sanno fare. In Grecia è già da tempo un idolo, è il più famoso del mondo, la bandiera attorno a cui tutto il paese si unifica quando pensa al basket, uno sport che di solito divide in fazioni.

Ma non è stato sempre così: la sua non è la storia del “classico predestinato” di belle speranze. Giannis è passato direttamente dalla seconda divisione greca all’NBA nel 2013: ha avuto un’occasione e l’ha sfruttata, e forse per questo riesce ad essere un simbolo per tutti. È sbarcato a Milwaukee sette anni dopo aver preso in mano per la prima volta una palla a spicchi, da 15ª chiamata al draft, non da primo della classe. È entrato nell’NBA in sordina, lavorando duramente sul suo gioco e soprattutto sul suo fisico: ha messo su 25 kg di muscoli da quanto è approdato negli USA (tutt’oggi fa impressione vedere a confronto le foto di adesso e di qualche anno fa), diventando il prototipo dell’NBA moderna, pronto a prendersi il posto di simbolo di una lega globale.

Il dio greco dalla pelle d’ebano adesso ha travolto l’NBA come un ciclone: la sua è stata una stagione da sogno, in cui ha trascinato Milwaukee al miglior record dell’intera lega confermandosi una forza della natura, una macchina da canestri quasi inarrestabile che ha chiuso con 27.7 punti, 12.5 rimbalzi e 5.9 assist. Dobbiamo tornare ai tempi di Shaq nel 2000 per trovare un giocatore con più di 25 punti e 10 rimbalzi di media in una squadra leader della NBA (Milwaukee ha chiuso al primo posto la stagione regolare); addirittura al ’74 per l’ultimo MVP di marca Bucks, e parliamo di un certo Kareem Abdul-Jabbar. È mancata la ciliegina sulla torta dei playoff, chiusi in finale di Eastern Conference perdendo 4-2 contro Toronto, ma quella è la prossima sfida di Giannis, che ieri intanto si è tolto la soddisfazione di ricevere l’ennesimo attestato di stima anche da parte di una leggenda come Kobe BryantNon è da tutti infatti reggere “il confronto verbale” con il Black Mamba, che com’è noto sia da giocatore che adesso da “semplice tifoso”, è uno che non si tira indietro davanti a nessuna sfida. Per Giannis aveva predetto due anni fa il titolo di MVP, stuzzicandolo a dare ancora di più, e il greco non l’ha deluso. Adesso, la “nuova challenge” che gli ha lanciato Kobe è proprio quella della vittoria dell’anello.

Di certo il fenomeno Bucks non si tirerà indietro, mettendo in campo ancor di più la sua grande forza di volontà, la sua leadership e soprattutto il suo grandissimo talento. Tuttavia, da ieri sera sappiamo che Giannis è Giannis non solo per queste qualità, ma anche per la sua incredibile genuinità, il vero aspetto che mette in luce tutta “l’umanità” che possiede anche un campione così.

Al momento della premiazione infatti, si è commosso praticamente appena salito sul palco: lacrime vere per un ragazzo che mette la famiglia al primo posto, che ha definito sua madre il suo eroe, che ha ricordato il padre morto due anni fa: “Mi ha convinto che potevo essere il migliore, e negli ultimi due anni sono sceso in campo pensando a lui, che mi ha spinto a dare il massimo, a continuare a lavorare anche quando mi faceva male dappertutto” ha detto senza riuscire a trattenere le emozioni. Aveva cominciato ringraziando Dio, i suoi compagni (“Una sola persona non può vincere 60 partite”), i tecnici (“per averci insegnato a vincere”), la dirigenza (“per aver creduto in me quando ero un 18enne in Grecia”), la sua Milwaukee e la sua Grecia. Infine la promessa, quella con la quale ha raccolto la sfida di Kobe: “Voglio vincere il titolo”. Il prossimo passo per l’antieroe che non smette mai di incantare, un ragazzo come tanti che con il lavoro e la forza di volontà è riuscito a diventare tutto quello che ogni appassionato di basket sogna di essere.

Previous articleCome comprare i biglietti per Euro 2020
Next article#ragazzemondiali – Esame di maturità superato
Fondatore e Direttore reponsabile della testata. Nella vita quotidiana uno studente 24enne di Giurisprudenza, nato e cresciuto a Catania. Oltre all’attività con Journalism Zoom, lavora come articolista ed inviato per la testata giornalistica registrata Catania Channel, che segue le vicende sportive e non solo dell’omonima squadra di calcio. Collabora inoltre in qualità di redattore con Calciomercato.com e saltuariamente, come web content, con vari blog sportivi. Ha partecipato al Corso di Alta Formazione Calcistica in Giornalismo e Uffici Stampa della scuola Élite Football Center a Milano. Ideatore e gestore della rubrica “Born Striker”, normalmente si occupa di approfondimenti su Calcio e Basket.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here