“Dagli un giro Kato”. Vogliamo iniziare così un articolo dal sapore amaro, malinconico e per certi versi nostalgico in memoria di chi in sella alla sua Honda ha saputo regalarci emozioni indescrivibili. È la storia di Daijiro Kato, pilota giapponese approdato nel motociclismo che conta a cavallo degli anni 2000. È la storia di un ragazzo che ha saputo donare alle due ruote un talento incredibile, portando avanti una dinastia fatta di “piccoli samurai” in grado di tenere alta la bandiera del Sol Levante in tutti i circuiti del mondo.

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Erano i tempi di Norick Abe nella classe “500”, di Testuya Harada nella “250” e di Noboru Ueda nella “125”, tempi in cui il Giappone faceva la voce grossa nel mondo dei motori. Piloti stravaganti con caschi e tute che sembravano uscite da un fumetto manga e che riuscirono a fare breccia nei cuori dei tifosi per la ventata di rivoluzione e novità che portarono con sé. A dire il vero Kato non era esattamente come loro, anzi: ragazzo educato, timido e molto riservato, uno di quei tipi che piacciono alle nonne per capirci, un tipo dall’estrema gentilezza. Mai una parola fuori posto, mai uno scatto d’ira avuto in pubblico, sempre composto e ordinato come il miglior manuale per diventare un perfetto samurai impone.

La sua carriera da pilota titolare nel motomondiale inizia nel 2000 quando Fausto Gresini, team manager dell’omonimo team, decide di ingaggiarlo per metterlo in sella alla propria moto, una Honda 250cc; il talento da predestinato che lo contraddistingue gli permette fin da subito di mostrare ciò di cui è capace: nei due anni disputati riesce a collezionare 17 successi in 36 apparizioni, 11 dei quali solamente nell’anno 2001 quando a fine stagione riesce a laurearsi campione del mondo di categoria. L’anno seguente, nel 2002, il team decide di promuoverlo nella neonata categoria MotoGP (subentrata alla ormai desueta “500”) al fianco di un già rodato Sete Gibernau, per provare a contendere il titolo iridato ad un giovanissimo Valentino Rossi agli albori del proprio successo. Un’impresa ardua a cui lui però non può certo tirarsi indietro: l’anno d’esordio è sempre difficile riuscire ad ambientarsi al meglio con moto ed avversari nuovi e si fa presto a fare degli errori per l’inesperienza; nonostante i sei ritiri riesce a conquistare anche due fantastici secondi posti che lo proiettano al settimo posto nella classifica finale, guadagnandosi così l’etichetta di nuovo antagonista per la corsa al titolo dell’anno successivo.

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Il 2003 è alle porte e come detto in precedenza tutti gli occhi sono puntati su di lui: nei box e nel paddock viene soprannominato “Dagli un giro Kato” per l’assonanza col suo nome Daijiro, ma soprattutto per il potenziale da campione che sembra possedere.

È il 6 aprile, primo gran premio dell’anno: si corre in Giappone sulla pista di Suzuka in una tiepida giornata di primavera; la fioritura dei ciliegi è già avvenuta e come ogni anno ha voluto mostrare la fragilità e la fugacità di ogni momento vissuto. Sono le 14.00 ora locale quando si spengono i semafori del circuito che danno il via alla gara, il momento clou della domenica nipponica. In Italia invece sono le 7 di mattina e nonostante la buon’ora, l’attesa per l’avvio del mondiale è spasmodica. Passano alcuni minuti, per la precisione due giri, e sono già sufficienti a far sì che lo spettacolo perda improvvisamente d’interesse e che l’entusiasmo iniziale lasci spazio ad uno sgomento catastrofico. Le immagini che arrivano dal circuito non sono chiare e non si riesce ad intuire ciò che è realmente accaduto; si vedono detriti ovunque all’uscita della curva 130R, la più veloce del circuito che porta all’ultima chicane prima del rettifilo finale, sintomo di una caduta, un botto pazzesco. Il silenzio che si staglia sulle tribune è assordante, la grafica sugli schermi riporta l’uscita di pista del numero 74, il beniamino di casa, Daijiro Kato. L’inquadratura non riesce a riprendere né la moto né il corpo del pilota rendendo il tutto ancor più angosciante.

Passano i minuti, la gara prosegue in un’atmosfera surreale, le voci si susseguono e non sono portatrici di buone notizie. Vince Valentino Rossi davanti a Max Biaggi e Loris Capirossi, ma è il podio più triste della storia del motociclismo narrato fino a lì. Si attendono comunicati che tardano ad arrivare e quando arrivano mostrano un quadro generale drammatico per il povero pilota giapponese: “Daijiro Kato è in coma in condizioni critiche”. Due settimane dopo, il 20 aprile 2003, il suo cuore cessa di battere ed il mondo delle due ruote si stringe attorno alla sua famiglia, al suo team ed a tutti coloro che lo hanno conosciuto.

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Visse i suoi ultimi anni in Italia dove fu apprezzato oltre che per essere un pilota eccellente, anche e soprattutto per l’essere una persona dai sani principi. In seguito, in segno di rispetto e riconoscenza verrà ritirato il suo numero di gara ed il suo nome verrà iscritto nella “Hall of Fame” dei piloti motociclistici diventando così un MotoGP Legend; gli verrà dedicata la via che porta al circuito di Misano e la manifestazione “Dedikato”, che da allora tutti gli anni si svolge nel weekend del gran premio romagnolo; inoltre molti dei suoi colleghi, colpiti dall’accaduto, decideranno di cucire sulle proprie tute il numero 74 in sua memoria.

Oggi avrebbe compiuto 43 anni ed anche se non è più fra noi:

ovunque tu sia, buon compleanno Daijiro!

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