Draft 2003, probabilmente il più carico di talento del nuovo millennio: prima chiamata che tocca ai Cleveland Cavaliers; i quali scelgono un giovane locale che tanto hype ha generato nei suoi trascorsi scolastici: tale Lebron James, che in effetti le promesse pare averle mantenute. La seconda scelta fu invece piuttosto discutibile (Darko Milicic), mentre vennero draftati come quarta e quinta Dwayne Wade e Chris Bosh, che a Miami formeranno (con Lebron) uno dei Big three migliori di sempre. La terza chiamata, in mano a Denver, viene spesa per un diciannovenne newyorkese che, in una sola stagione alla Syracuse vince titolo NCAA ed premio di miglior giocatore delle finali viaggiando a  più di 22 punti di media: Carmelo Anthony.

 

Luglio 2019. Melo, free agent da Febbraio, (ma di fatto inattivo da novembre), si allena da solo in cerca di squadra. Le offerte, per lo meno fuori dagli Lega, non mancano, (si era parlato addirittura di una possibile chiamata di Popovich per aggregarsi team Usa dopo i numerosi rifiuti degli atleti di punta a partecipare al mondiale) ma la volontà di rimettersi in gioco in NBA è più forte che mai. Dopo le parole del suo allenatore personale riecheggiate nelle ultime ore (“sta meglio del 70% dei giocatori NBA attuali”), molti colleghi illustri, tra cui Damian Liliard e Donovan Mitchell, hanno rilanciato l’idea che, se la carriera dell’ex Knicks difficilmente vivrà una seconda giovinezza, sarebbe giusto che il giocatore potesse trovare una squadra disposta a concedere one last dance sui parquet americani; una sorta di Farewell tour in stile Dwayne Wade.

L’idea, sicuramente romantica, lascia però anche una sensazione di amaro in bocca, poiché porta ad un logico ragionamento: perché un giocatore di talento assoluto e che avrebbe potuto davvero fare la storia della pallacanestro si allena da solo e fatica così tanto a trovare una squadra anche solo per una stagione (e a cifre sicuramente lontane da quelle di molti free agent con curriculum inferiori)? Presumibilmente, le ragioni di fondo non riguardano né gli aspetti tecnici né fisici, bensì quelli caratteriali. In questo senso, le fallimentari esperienze post New York (Oklahoma, dove fu chiamato al non facile compito di non far rimpiangere Kevin Durant, e Houston, dove doveva rappresentare il terzo violino con Harden e CP3) di certo non aiutano; in particolare l’ultima stagione ai Rockets, durata solo 10 partite a prima del taglio causato dallo scarsa volontà ad entrare nei meccanismi del team.

Un altra macchia nella sua carriera è ovviamente l’assenza di un anello; pecca condivisa con altri grandissimi certo, se non fosse che in più di una circostanza nei suoi anni migliori, l’opportunità di accasarsi in una contender è sembrata secondaria rispetto alla possibilità di rimanere uomo copertina a New York grazie anche ad un contratto a cifre astronomiche.

Oltre a tutto questo però, rimane una cosa fondamentale: nonostante tutto parliamo di uno dei giocatori più forti ed iconici degli ultimi 15 anni, attualmente nella top 20 per punti realizzati in NBA nonché primatista per presenze con la nazionale americana, con cui detiene anche il record di 4 Olimpiadi disputate. I numeri ci parlano di un solista formidabile e di un attaccante con pochi rivali nella storia del gioco; ed è forse proprio questo uno dei problemi fondamentali di Carmelo: essere sempre stato uomo franchigia senza essere mai stato uomo squadra; un giocatore sempre sopra i 20 di media pur se circondato da giocatori non all’altezza o comunque incapaci di rendere al meglio proprio perché affiancati ad un giocatore che può (e soprattutto vuole) andare a canestro praticamente in ogni modo.

Per concludere: potrebbe dunque fare comodo a qualche squadra? Se sì, a chi? Il discorso meglio avviato, soprattutto nei primi giorni di free agency, lo vedeva vicino ai Lakers, che dopo la trade per Anthony Davis si trovavano decimati e bisognosi di ampliare il roster con contratti non esageratamente pesanti; ma in realtà se Melo accettasse un ruolo ad esempio da sesto uomo o comunque da attaccante da sfruttare nei momenti chiave, tornerebbe utile a molti, compresa la squadra della sua città natale, Brooklyn, che potrebbe ingaggiarlo per tamponare l’assenza di KD per il lungo infortunio.

Mettiamo da parte un attimo la rabbia per quello che avrebbe potuto essere e forse non è stato appieno, Carmelo Anthony merita un ultimo ballo nei palazzetti più importanti del mondo, un tributo al campione che cancelli le delusioni delle ultime stagioni e che riporti alla mente le stagioni in cui ha dominato Denver e New York.

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