Il mondo dei vice allenatori è ampio ma spesso non rimangono impressi nella mente degli appassionati del calcio, soprattutto se questo ruolo lo si svolge in una piazza di poco blasone. A tal proposito quest’oggi abbiamo avuto il piacere di intervistare dal vivo Antonio Toma, ex allenatore in seconda di Antonio Conte in Serie B con il Bari ed in Serie A con l’Atalanta. Oltre ad aver vissuto questi due palcoscenici importanti Toma, nell’arco della sua carriera  da allenatore, che ha avuto inizio nel 1999, ha vinto 9 campionati dilettantistici, oltre ad aver allenato la prima squadra del Lecce in Serie C nel 2012/13 e di conseguenza la Beretti del club pugliese con la quale ha ottenuto un record storico. Ha allenato in tutte le categorie che il calcio italiano ci regala, addirittura come primo in Serie A. Non solo allenatore in seconda, ma anche scopritore di giovani talenti i quali ora giocano tra i professionisti come da lui raccontato durante questa breve intervista. Diversi gli aneddoti che lo hanno legato alle esperienze in cadetteria e nella massima serie al fianco di Conte. Detto ciò, buona lettura a tutti!

Salve mister, innanzitutto vorremmo partire dalla sua ultima esperienza alla guida della Polisportiva Matino, che ha allenato nelle ultime tre stagioni. Com’è stato rendersi protagonista, insieme ai suoi ragazzi, di un triplo salto di categoria in queste leghe dilettantistiche dove ogni anno è difficile programmare le stagioni a causa di tante difficoltà? Immaginiamo ci sia stato un gran lavoro dietro da parte sua e della società.

“Penso che sia molto più difficile allenare in queste categorie. Tre anni fa accettai questo progetto per partecipare in un campionato al quale non avevo mai preso parte e dopo questa esperienza mi posso definire un allenatore partito dal basso perché ho avuto l’onore di allenare dai dilettanti ai professionisti, in tutte le categorie che il calcio italiano prevede. In molti ribadiscono che allenare in queste categorie sia da dilettanti, io al contrario penso che se mettessimo i dieci migliori allenatori d’Europa in un campionato di prima categoria, solo uno riuscirà a vincere il campionato; vincere non è facile, il facile è adattarsi al campionato o arrivare a metà classifica, il difficile è vincere. Difatti ho scelto di entrare nel mondo del calcio prima da calciatore e poi da allenatore perché mi piace vivere l’adrenalina dei tre punti e vincere.”

In passato lei ha vissuto anche palcoscenici importanti nello staff di un allenatore oggi fra i migliori al mondo, ossia Antonio Conte, cui ha fatto da vice nelle esperienze di Bari (in Serie B) e Atalanta (in Serie A). Che ricordi ha di queste annate e soprattutto quanto è stata importante questa “gavetta” per la sua crescita professionale come tecnico?

“La stagione più importante dal punto di vista della crescita professionale fu quella in Serie B con il Bari, anno in cui riuscimmo a vincere il campionato. In quell’annata ebbi l’occasione di osservare la squadra fin dal primo giorno di ritiro e ricordo bene che la squadra all’inizio non riusciva a migliorare e ottenne diversi risultati ad handicap. Per fortuna dopo diverse doppie sedute la squadra riuscii a vincere quasi tutte le partite ed il campionato. I meriti furono tutti di Antonio (Conte) che unii al 4-2-4, modulo prettamente offensivo un gioco molto propositivo, facendo sì che la squadra segnasse più dei propri avversari. Mentalità molto moderna se si considera che nel campionato di Serie B molte squadre preferiscono non prendere gol.”

A livello individuale invece, ha collezionato anche tante annate alla guida dei vari settori giovanili del Lecce. Secondo lei, quanto è importante per un allenatore avere nel proprio bagagliaio personale esperienze con i ragazzi nelle primavere? Per fortuna negli ultimi anche ad alti livelli ne stanno venendo fuori diversi che sono partiti dai giovani, come ad esempio Simone Inzaghi.

“Ricordo che Inzaghi prima di approdare alla Lazio seguii un corso assieme a me a Coverciano, da allora è migliorato molto ma ha avuto anche fortuna. Difatti dopo aver allenato la primavera della Lazio era destinato a sedere sulla panchina della Salernitana ma a causa del mancato ingaggio di Bielsa da parte dei biancocelesti partii in ritiro con la prima squadra della Lazio. È stato molto bravo a confermarsi con il susseguirsi delle stagioni, ma allo stesso tempo si può dire che è riuscito a salire sopra ad un treno che gli è passato davanti senza preavviso. Riguardo alla prima domanda, penso che non sia di vitale importanza ingaggiare un tecnico che abbia allenato diversi settori giovanili (Beretti, Primavera), al contrario è molto importante che le squadre professionistiche riescano a trovare un allenatore preparato e che insegni calcio ai propri calciatori, perché sono diversi i giocatori che si perdono per strada, soprattutto molti giocatori che gli allenatori fanno perdere per strada. Ad esempio, quando ero a Lecce molti giocatori non dovevano essere riconfermarti perché si pensava che se un giocatore non avesse giocato mai un minuto negli allievi l’anno successivo non potesse approdare in primavera. Al contrario, quando io allenai la Beretti del Lecce, presi molti giocatori che negli allievi non giocavano, raggruppando la squadra che nella stagione precedente nella categoria allievi non riuscì a raggiungere la final hate e riuscimmo ad ottenere 51 punti in 17 partite. Secondo me fu e rimane un record storico, dettato soprattutto dal fatto che la squadra in 17 gare segnò 105 gol.”

Come riuscì a ottenere così tanto dai propri giocatori? Inoltre, di questo folto gruppo di giovani, ha qualche aneddoto da raccontarci e ne faceva parte qualche giocatore, che quest’oggi milita in leghe professionistiche?

“Ammetto che in quella stagione fui costretto a ricostruire diversi ragazzi facendogli cambiare totalmente ruolo. Difatti, a causa di questo mio ‘lavoro’ svolto nel corso della stagione, il terzino sinistro al quale imposi di giocare come difensore centrale, voleva cambiare squadra per continuare a giocare come esterno difensivo. Presi questa decisione, perché avendo allenato in primavera l’anno prima, mi ricordai che erano presenti nelle squadre avversarie degli esterni velocissimi come Chiesa, Insigne e Di Francesco; di conseguenza, dovevo inserire dei terzini veloci che gli potessero tener testa e lui non rispettava queste caratteristiche. Nonostante il giocatore non volesse più giocare a Lecce convinsi il padre a non accontentare il ragazzo. Quest’ultimo dopo un anno fu premiato come miglior difensore centrale e fu acquistato dal Napoli, squadra nella quale milita tutt’oggi, esso si chiama Sebastiano Luperto. Inoltre di quel settore giovanile che allenai, ne fece parte anche Bleve portiere che attualmente gioca nel Lecce, Di Mariano del Venezia, Rosafio attaccante che è stato acquistato dal Cittadella un mese fa ed infine Malcore, ragazzo che presi dalla prima categoria e che ora gioca nel Cittadella.”

Per quanto riguarda invece le sue esperienze in Serie D e in Serie C, crede che la formula che viene adottata oggi in queste serie possa funzionare? Purtroppo ogni anno vediamo tante squadre che non riescono a reggere il passaggio in queste categorie, o la “sopravvivenza” stessa.

“In Serie D e Serie C la colpa non dev’essere attribuita al sistema ma principalmente alle proprietà. Per non fallire tra i professionisti è di vitale importanza il budget e soprattutto bisogna cercare di non fare il passo più lungo della gamba. Tal volta sono molto importanti i giovani, difatti se si ha un buon settore giovanile spesso si rimane tra i professionisti. Al contrario si è vicini al fallimento, quando una squadra programma per diversi anni di vincere il campionato e nel momento in cui non si riesce a raggiungere l’obbiettivo, il club anno dopo anno spende fior di quattrini per acquistare giocatori blasonati, dopo di ché quando si terminano le garanzie bancarie diventa difficile confermare la categoria e ci si ritrova sull’orlo del fallimento.”

Parliamo invece dei tanti giocatori che ha allenato nel corso della sua carriera: c’è qualcuno – o qualche spogliatoio in generale- a cui è rimasto affettivamente più legato e al quale associa ricordi positivi?

“Ricordo che nella stagione in Serie B con il Bari la società acquistò un giovane attaccante dalla Serie D, destinato ad esser girato in prestito a causa numerica. Infatti, il reparto d’attacco presentava già diverse prime punte, ovvero Rey Polpato, Barreto e Kutuzov. Nonostante ciò, io decisi di puntare forte su questo ragazzino convincendo anche mister Conte a trattenerlo e soprattutto a valorizzarlo. Nonostante lo scetticismo generale da parte di tutti, dopo diversi anni hanno appoggiato la mia decisione perché questo ragazzo nell’ultima stagione ha lasciato il segno in Serie A ed è stato uno dei migliori marcatori: era Ciccio Caputo.”

Anche in questo caso, tanti giovani ragazzi: c’è qualcuno che già agli esordi la impressionò più di altri, e le fece capire che avrebbe fatto tanta strada?

“Quando ero il secondo di Conte nell’Atalanta mi piaceva molto andare ad osservare le partite e gli allenamenti della primavera per dare un’occhiata ai ragazzi più interessanti. Fin dai primi giorni ci fu un giocatore mi entusiasmò e che Antonio Conte diverse volte convocò per alcuni allenamenti con la prima squadra; il ragazzo era Giacomo Bonaventura, ma a malincuore devo ammettere che era uno di quei ragazzi il quale poteva dare molto di più al mondo del calcio.”

Tornando al presente invece, adesso è in cerca di una nuova avventura in panchina: che tipo di esperienza sta cercando?

“Dopo vent’anni da tecnico non vado più io alla ricerca delle squadre, se dovessero arrivarmi delle offerte valuterò e cercherò di studiare il progetto e certamente non andrò ad allenare squadre che puntano a rimanere nella categoria e quindi disputare un campionato anonimo. Da quando ho iniziato ad allenare ho vinto 9 campionati, quindi chi in ingaggia Toma deve avere l’ambizione giusta per cercare di vincere il più possibile.”

Infine con il sorriso le vogliamo chiedere ancora una volta due parole su quel magnifico gol che realizzò da calciatore con la maglia del Matino nella partita Agropoli-Matino nel lontano 1991. Fu davvero una rete da cineteca che fece il giro del mondo. Quanto le fa piacere che tutt’oggi venga considerata una delle più belle di sempre? Addirittura come bellezza fu accostata allo storico “gol del secolo” di Diego Armando Maradona!

“In tanti lo accostano al gol del secolo di Maradona perché purtroppo non sono a conoscenza della verità. Ai tempi in Spagna fu organizzato un evento per premiare il gol più bello al mondo. Per ogni nazione vennero selezionati i 3 gol più belli, ed in Italia scelsero un gol di Signori, un gol di Baggio ed il mio. Inviarono i filmati dei gol in Spagna, dove i giornalisti del giornale ‘La Marca’ selezionarono come gol migliore d’Italia proprio il mio. Dopodiché, fu selezionato tra i dieci migliori gol del mondo e dopo un’attenta revisione ne scartarono altri cinque ed il mio rimase tra le prime cinque posizioni. Infine tra i primi tre, fu premiato come terzo il gol di Van Basten agli europei, il secondo gol più bello del mondo fu quello di Maradona ed il mio con 19 voti su 20 arrivò in vetta. Purtroppo il premio per la vittoria finale prevedeva un’auto da 180000 €, che non mi fu consegnata dal concessionario perché, come dichiarato dall’organizzatore dell’evento, il tutto fu organizzato per far vincere Maradona. In tutto ciò, alla fine l’auto non fu consegnata né al sottoscritto né a Maradona (ride, ndr.) ma soprattutto per tutti il gol del secolo, com’è giusto che sia, rimarrà il suo.”

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