Esiste un tempo, situato nelle radici più profonde della storia del calcio, in cui i giocatori vivevano lo sport come un vero e proprio combattimento. I campi da gioco si riempivano di figure monocromatiche, casacche lunghe rimboccate in pantaloncini scuri, volti coperti da folti baffi e infinite chiome. Se messi a fianco del caleidoscopio di colori dei giocatori moderni, distinguibili l’uno dall’altro dai loghi dei brand più blasonati sui loro kit,  sembra di osservare uno sport totalmente diverso. 

Come si è creata questa profonda spaccatura? Per scoprirlo, è necessario ricercare gli annali dell’apparel calcistico e scoprire le origini della sua figura più importante: lo scarpino da calcio. 

I primi scarponcini della storia risalgono al 1536, di proprietà dell’allora Re di Inghilterra Enrico VIII. Costruiti su misura per l’eccentrico sovrano, non erano totalmente differenti da semplici calzature da lavoro: in effetti, il modello di partenza per la produzione era lo stivale da operaio. I campi da gioco del tempo erano duri, il pallone era pesante, e i contrasti erano violenti. Del peso di quasi mezzo chilo, le prime scarpe da calcio erano costituite da vari strati di pelle, materiale non proprio adatto per correre e tantomeno calciare. In condizioni meteo avverse, inoltre, le suole non garantivano un grip efficace: tendevano infatti ad assorbire molta acqua (il che li rendeva ancor più pesanti) e a diventare terribilmente scivolose, complice anche la totale mancanza di chiodi o tacchetti. Nonostante il discutibile design, non ci furono particolari cambiamenti nei secoli successivi: anche nella seconda metà dell’800, quando lo sport divento popolare tra gli operai inglesi, i giocatori preferivano usare gli stessi stivali da lavoro impiegati nelle fabbriche. 

Con la progressiva crescita del gioco del calcio a livello europeo e mondiale, le cose cominciarono a cambiare. In particolar modo, fu la grandissima popolarità di questo sport in Sudamerica e le incredibili innovazioni tecnologiche della Seconda Guerra Mondiale a stravolgere il modo di concepire lo scarpino da calcio. I Mondiali del 1938 videro i giocatori del Brasile scendere in campo dentro calzature più sottili, leggere e aerodinamiche – con l’eccezione di Leonidas Da Silva, che preferì l’utilizzo dei piedi nudi.  I continui successi dei sudamericani confermarono l’evidenza: gli scarponcini originali erano oramai obsoleti, e totalmente inadatti a questo sport. 

La vera rivoluzione avvenne tuttavia nel 1954. Il fondatore di adidas, Adi Dassler, progettò una serie di calzature su misura per i giocatori tedeschi impegnati nella Coppa del Mondo in Svizzera. Il punto di svolta fu l’introduzione dei tacchetti di lunghezza variabile, i quali garantivano una maggiore aderenza, sia in condizioni favorevoli che su terreni bagnati. La finale mondiale di quell’anno vide il team tedesco sfrecciare attraverso il diluvio torrenziale, distruggendo le difese dei giocatori un ungheresi, rallentati da pesanti stivali da pioggia. Il risultato finale di 3-2 – noto come “Miracolo di Berna” – portò a incredibili avanzamenti nel design, indirizzato verso la riduzione del peso e al conseguente incremento della mobilità. Lo stivale fu prontamente sostituito da uno scarpino non solo più leggero, ma anche più resistente. adidas, leader del mercato per più di due decenni, vestì più di tre quarti dei giocatori mondiali, con Hummel, Mitre e PUMA a spartirsi la parte restante. Vennero anche siglate le prime sponsorship: la prima vide Pele indossare l’iconico scarpino PUMA ai mondiali del 1962; il design in pelle di canguro, con supporti aggiuntivi sul tallone e 12 tacchetti di adidas per l’edizione spagnola della Coppa del Mondo 1982, progettato appositamente per il team di casa, rimane invece la variante più venduta di sempre.

Il modello successivo, l’adidas Predator, rappresentò un nuovo punto di svolta per il mondo sportivo: fu infatti la prima scarpa ad essere progettata a quattro mani con il centravanti del Liverpool Craig Johnston, che sostituì parte della pelle con un più comodo strato in gomma, per garantire un maggiore controllo della palla. Il video promozionale, girato su campi innevati con protagonisti Franz Beckenbauer, Karl-Heinz Rummenigge e Paul Breitner, costruì la strada per il successo del brand tedesco, che si riconfermò ancora una volta il maggiore produttore a livello mondiale. 

Con il nuovo modello vennero introdotte anche le colorazioni: se fino agli anni ‘90 l’unica variante esistente era nera, la disponibilità di nuovi materiali si concretizzò in un’esplosione di colori. Le adidas rosso/nero di Beckham e le Nike Mercurial argento/giallo/blu di Ronaldo diventarono il marchio di fabbrica dei rispettivi brand: gli accordi commerciali da più di 175 milioni di dollari per il marchio statunitense per i mondiali del 1998 portarono la cultura dello scarpino nelle case di milioni di giocatori professionisti e soprattutto amatoriali, desiderosi di emulare le prodezze in campo dei propri idoli. 

Il ruolo decisivo delle scarpe da calcio è sentito oggi più che mai: ogni campione ha la propria linea di calzature sportive, create appositamente da e per loro. Nell’infinito arcobaleno di colori che invade i campi da calcio moderni, è oramai ovvio che il neon è il nuovo nero. Un antico detto sostiene che per indossare scarpini colorati sia necessario essere già bravi: una verità che il nostro caro giocatore baffuto del passato sarebbe pronto a difendere. Quel che è certo, è che da quei vecchi e pesantissimi scarponi in pelle di metri di strada, o meglio, metri di campo, ne sono stati fatti parecchi. 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here