Questa non è la solita storia di calcio, anzi proprio stavolta il calcio fa solo da cornice. Spesso e volentieri, infatti, questo sport è percepito come metafora di vita. Quante volte si finisce per parlare di qualche giocatore arcigno, che in campo mette tutto quello che possiede in corpo pur di fare la differenza e trascinare i compagni verso la vittoria. In questo caso, però, non c’è alcuna metafora da scorgere, perché il calcio diventa palcoscenico di una vita che vuole continuare a rimandare la morte: quella di Sinisa Mihajlovic. L’allenatore del Bologna, ieri sera, ha saputo impartire una lezione così profonda che forse non ha precedenti. Per carità, non era mica sua intenzione, in fin dei conti ha solamente deciso di tornare a praticare il suo lavoro, lì sulla panchina rossoblu, perché vive da sempre di questo: respira l’odore dell’erba verde, contempla i suoi giocatori mentre sudano la maglia, dirige e sgrida chi ha bisogno della sua guida.

Sinisa Mihajlovic è un combattente, cultore della lotta sul campo per ottenere il successo. Non vuole vedere nessuno rantolare per terra, anzi crede che il significato della vita non sia altro che la resilienza. D’altronde non ci si potrebbe aspettare altro da uno come lui. Nato a Vukovar, quand’era ancora ragazzino ha subito le angherie della guerra, vivendo situazioni al limite della logica, in cui non esisteva nemmeno il concetto di famiglia. Ognuno distruggeva ed uccideva per rivendicare il proprio campanilismo, senza guardare in faccia nemmeno chi fosse dello stesso sangue. Perciò di che cosa dovrebbe avere paura uno che è sopravvissuto ad una guerra talmente cruenta? Risponde lui stesso a questa domanda: nessuna. È per questo motivo che è dotato di un carisma bestiale, perché sicuramente ha potuto contare solamente su sé stesso per molti scampoli della sua vita, forse anche troppi. Ha un carattere a dir poco vulcanico, sa infondere la fiducia necessaria a superare qualunque tipo di ostacolo, mostra di avere una grinta senza eguali, perché lui ha dovuto fare tutto da solo.

Così Mihajlovic non è un uomo qualunque e chi l’ha conosciuto, sa bene che si tratti di una persona speciale. Per un motivo o per un altro, i tifosi delle squadre in cui ha militato da calciatore o che ha diretto da allenatore, gli rimangono legati indissolubilmente. Un uomo dannatamente vero, che affronta le difficoltà senza mai tentennare e che riesce a metterci sempre la faccia. Ecco perché allora la riflessione sul senso della vita è d’obbligo quando si viene a scoprire che la leucemia abbia voluto attaccare proprio lui, senza concedergli alcuna pietà. Perché ha colpito un individuo che ha già sofferto così tanto? Istintivamente viene da pensare che la ragione sia quella che sia successo perché Sinisa sia effettivamente in grado di combatterla. Possiede indubbiamente la forza d’animo e la capacità emotiva per sostenere un male così grande, in modo da essere preparato ad abbatterlo. Di questo ne ha già dato dimostrazione, quando si è presentato, a soli 40 giorni dall’inizio del ciclo di cure, sulla panchina del “Bentegodi” per condurre i suoi ragazzi nella trasferta di Verona. Era stato in isolamento sanitario fino ad un paio d’ore prima, ma la forza di volontà l’ha spinto a rispettare la parola data ai suoi calciatori: “Vi avevo promesso che sarei stato con voi e sono qui. Per qualcuno sono stato un pazzo ad uscire dall’ospedale, ma io volevo esserci. Io devo esserci“.

L’hanno visto tutti, si sono commossi tutti. Chiunque ha sentito un brivido lungo la schiena, qualunque persona ha quasi invidiato la sua grandezza. Devastato dalle cure invasive, col volto emaciato e completamente smunto dalle fatiche e dalla sofferenza. È molto provato Sinisa, ma il punto è che lui se ne freghi beatamente. Va contro il volere dei medici, ricorda la promessa da mantenere, ma soprattutto è sempre spinto dall’amore per il calcio, al quale lui ha dedicato la sua vita e a cui adesso si aggrappa con tutte le sue forze. Sinisa vuole continuare a sbraitare da bordo campo, protestare con gli arbitri che lo fanno incazzare, esultare per i gol della sua squadra. Vuole tornare alla sua quotidianità più in fretta che può, perché non intende farla finita adesso.

Mihajlovic è il simbolo dell’uomo e della sua forza di volontà. Non esiste niente di impossibile se si è disposti a combattere per non morire. L’unica cosa che conta è non lasciarsi cadere nel baratro, perché finché c’è la possibilità di lottare, allora bisogna digrignare i denti e affrontare la malattia con tutte le proprie forze. È quello che il mister sta cercando di fare e di cui non ha assolutamente paura. È evidentemente cambiato qualcosa rispetto a prima, ma lui si è fatto vedere nuovamente, ha salutato tutti e ha svolto il suo lavoro come sempre. Poco importa se sia deperito o se si copra la testa con un cappello, il suo spirito combattivo è sempre lo stesso, la sua voglia di vivere è ancora più immensa. Adesso è tornato in ospedale, perché la guerra è ancora lunga, ma Sinisa ha sicuramente vinto la sua prima battaglia. Ha dimostrato che l’animo umano può avere una forza incommensurabile se determinato a non mollare mai. Mihajlovic è sicuramente un guerriero indomito, perché gli affanni non lo annichiliscono. Potrebbe certamente capeggiare un’armata intera in una guerra contro la morte, perché lui è un condottiero dell’anima.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here