10 luglio 1999, Pasadena, California. Si gioca Stati Uniti e Cina, la finale dei Mondiali di Calcio Femminile. A guardare, un pubblico di oltre 90mila persone, sospeso tra le battute di un match che sembra non avere fine. A tirare il rigore che deciderà l’esito della partita si prepara Brandi Chastain, difensore del team statunitense. A guardia della porta c’è Gao Hong, che tasta l’erba sotto ai suoi piedi pronta a ribaltare il risultato. Brandi si avvicina al dischetto. La sorpresa. Un rigore tirato col sinistro, il piede “sbagliato”, che spiazza il portiere avversario. Brandi Chastain segna. Gli Stati Uniti sono campionesse del mondo.

‘Yes!’. Il grido liberatorio spezza il fragore della tifoseria, attonita di fronte alla scena che si presenta in campo. In un gesto totalmente istintivo e spontaneo, Brandi si toglie la maglietta, colpisce l’aria intorno a se, gettandosi esultante e gioiosa in una scivolata a pugni chiusi. Addosso solamente un reggiseno sportivo Nike, nero, con un piccolo logo argento. 

La folla resta divisa: c’è chi la accusa di voler spostare l’attenzione del gioco al proprio corpo, chi considera un gesto comune tra i giocatori maschili una manovra indecente, sporca, irrispettosa, offensiva, chi ancora crede sia una mera operazione di marketing. 

L’immagine di Brandi Chastain inginocchiata a terra senza maglietta, il momento più bello della sua vita, diventa subito icona dell’immaginario collettivo. Il volto festoso di Brandi, un’espressione incredula che si può quasi sentire, conquista le copertine di tutti i giornali, dal Newsweek al TIME Magazine. Nei mesi successivi la vendita di reggiseni sportivi cresce del 26%. Pochi giorni fa, Nike dichiara di essere il più grande venditore di reggiseni in Nord America. 

Quello che prima si indossava di nascosto di sotto ai vestiti diventa protagonista assoluto. Un gesto naturale, seppur inaspettato e rivoluzionario, dalla portata comunicativa ed estetica senza precedenti: l’esultanza di Brandi cambia le regole. Per la prima volta nella storia, sul campo da calcio c’era una donna, non con una maglietta oversize, ma con un top aderente che anziché nascondere il corpo, lo mostra.

Sono passati 20 anni da quel pomeriggio del ‘99. L’estate 2019 è rimasta segnata dal Mondiale di Calcio Femminile in Francia, e la prossima settimana comincerà la Serie A Femminile. Il gesto di Brandi – oggi proibito ai giocatori uomini – rappresenta oggi come allora il valore storico e sociale racchiuso all’interno di un singolo item: il reggiseno sportivo, balzato da un museo all’altro, da una sfilata all’altra, simbolo attivo e moderno di cosa significhi empowerment femminile. 

In Sognando Beckham (2002), Keira Knightley indossava un top blu scuro adidas. Il corpo scoperto, seppur atleticamente lontano da quello della calciatrice professionista, lasciava poco spazio all’immaginazione. Un motivo ricorrente nel grande cinema, che andrebbe oggi rivalutato: è forse vero che non ricapiterà presto di vedere una giocatrice sventolare al vento la maglietta, ma ancora non riusciremmo a guardare un corpo femminile senza connotarlo sessualmente. Va riscritta la prospettiva sociale prima di quella sportiva, ricordando agli uomini che, per quanto il calcio maschile abbia prodotto campioni storici e iconici nell’immaginario di tutti, si è tuttavia dimenticato di come le grandi storie nascano dai dettagli più semplici e anonimi. Semplici, come l’orgoglio delle donne; anonimi, come un reggiseno nero. 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here