Eravamo carichi ed avevamo esultato come matti quando a febbraio l’Italbasket aveva staccato il pass per il FIBA world Cup 2019, tornando a giocare un mondiale a 13, lunghissimi anni di distanza. Eravamo preoccupati quando, in un paio di settimane, le ultime amichevoli prima della competizione lasciavano in dote un poco onorevole score di 0 zero vittorie e 6 sconfitte. Poi invece, quando le partite davvero hanno cominciato a valere punti, sembrava essersi acceso qualcosa: 2 vittorie nelle prime due gare, che anche al netto del valore non certo esaltante degli avversari (Filippine ed Angola) mostravano una squadra in palla, consapevole del proprio valore e capace di interpretare attacco e difesa in maniera esemplare.

2 partite, 2 vittorie, passaggio del turno e preolimpico conquistato, poi la sfida per la testa del girone con la Serbia, che come da pronostico arride a quella che per la quasi totalità degli addetti ai lavori è la vera antagonista di team USA all’Alloro finale; giocata almeno per i primi 20-25 minuti con la personalità di chi al mondiale ci è andato per dare fastidio a tutti e magari andare più avanti possibile. E per andare più avanti possibile occorre prendersi uno dei primi due posti della seconda fase a gironi; che vede raggruppate oltre agli azzurri e ai ragazzi di coach Djorjevic le qualificate del gruppo C: Spagna e Porto Rico.

Eccoci quindi: partita decisiva per il passaggio ai quarti: Italia-Spagna; una di quelle rivalità che dal calcio al basket fino ai duelli Rossi-Marquez, ci si porterà dietro per un bel po’. Ma questa Italia-Spagna è lo specchio perfetto degli ultimi 10 anni di Italbasket: una magnifica incompiuta; alla pari se non superiore per larghi tratti della partita, inconsistenti (soprattutto a livello mentale) quando la sirena si avvicina. 60-67 alla fine, si torna a casa e fa piuttosto male.

Le analisi tecniche della sconfitta lasciano il tempo che trovano ma è evidente che l’avversario affrontato, comunque di grande livello, era lontano parente della generaçion dorata degli ultimi quindici anni, nonché  certamente più alla portata della Serbia: anche in considerazione della prima mezz’ora di gioco si poteva dunque fare di più. E a malincuore, anche oggi a fare meno di quanto nelle proprie corde sono proprio i nostri uomini migliori. Brilla meno del solito il Gallo mentre manca completamente la partita Belinelli, che cerca di sopperire all’evidente giornata no nel modo peggiore, ovvero cercando di diventare un improbabile one man show, prendendosi soprattutto nei momenti decisivi tiri ad elevato coefficiente di difficoltà pur nell’evidenza che la sua fama lo preceda e che quindi fosse considerato pericolo pubblico numero uno dagli spagnoli. Anche dare colpe a coach Sacchetti non serve a molto: alcune critiche per delle scelte sia in fase di convocazione che nel proseguo del match decisivo potrebbero avere anche un fondo di verità, ma è altrettanto vero che col senno di poi siamo tutti allenatori.

Ripartiamo però un attimo dall’inizio: sembrava un sogno esserci e centrare il primo obiettivo: ossia il preolimpico, ma ad oggi è proprio impossibile godersi ciò davanti alla delusione di ieri soprattutto perché pare ormai molto difficile che la generazione probabilmente più carica di talento (ma con limiti caratteriali molto importanti), quella arrivata a contare quattro giocatori in Nba, possa mettere in bacheca un trofeo (a meno di miracoli a Tokyo 2020).

Lucidamente, l’unico modo di affrontare lucidamente l’ennesima occasione persa è focalizzare tutta l’attenzione del movimento cestistico italiano alla conquista di un posto al torneo olimpico ripartendo dalla base, cercando di affiancare ai pochi punti fermi di questa spedizione (Datome leader assoluto, Gallinari, Belinelli ed Hackett che almeno tecnicamente possono fare la differenza e gente col cuore di Biligha), almeno un primo approccio di ricambio generazionale che, anche se al momento appare con poche prospettive, sarà indispensabile tra non più di due o tre anni. Ripartendo magari da un campionato che, pur in crescita, fatica a mettere in mostra talenti autoctoni, sia per motivi economici (e quindi mancati investimenti nelle giovanili) sia per una sempre più diffusa esterofilia.

Siamo tornati al mondiale dopo 13 anni? Sì Potevamo fare di più? Probabile. È un eliminazione che fa male? Sicuramente.

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