Serbia-team USA: la partita che tutti aspettavano, la finale che tutti pronosticavano è finalmente arrivata. La fisicità e la lucida follia balcanica da una parte, la storia, il talento e l’appeal dei maestri del basket dall’altra; svariate All star NBA in forza ad entrambe le rappresentative, tradizione e passione per la palla a spicchi ai massimi livelli per questa sfida. La spunta la Serbia 94-89 per questa sfida che è valsa…il quinto posto mondiale. Già, perché le due principali candidate all’alloro Iridato si sono arrese ai quarti, fermate prima che dalle sontuose partite di Argentina e Francia, dai propri difetti e demoni.

Partiamo dai ragazzi di coach Djordjevic. Nel girone che comprendeva anche gli azzurri hanno dimostrato una superiorità imbarazzante grazie soprattutto ad individualità fuori categoria; primo fra tutti un Bogdan Bogdanovic fino a pochi giorni fa considerato il giocatore più in forma dei mondiali. Come accaduto però più di una volta, il talento cozza con il carattere: le prime avvisaglie di un calo mentale si sono viste nella sconfitta indolore contro la Spagna e sono esplose definitivamente nel quarto contro l’Argentina, che ha visto i sudamericani con nessun NBA in rosa e trascinati da un Luis Scola quasi quarantenne ribaltare completamente il pronostico grazie ad una partita dominata mentalmente. Col senno di poi è comunque facile parlare, ma forse l’assenza in cabina di regia di un uomo d’ordine come il neo virtussino Milos Teodosic è pesata più del previsto.

Più rumoroso ancora (non fosse altro per il nome della squadra) il fallimento americano. Il problema qui è forse da ricercare nel roster stesso: Kemba, Donovan Mitchell, Khris Middleton, Jaylen Brown ecc… sono ottimi giocatori, forse campioni, ma certamente non prime linee (probabilmente  neanche seconde) della lega; evidentemente la snobbata collettiva di tutti i grandi, vuoi per presunzione o per vera mancanza di interesse per i trofei FIBA da parte del movimento cestistico di oltreoceano ha fatto sì che, in un basket sempre più globale dove almeno 3-4 squadre potevano contare su giocatori di livello assoluto, ottimi giocatori in patria non siano sufficienti contro squadre organizzate ma non certo carenti come talento. La partita con la Francia ne è l’esempio. Rudy Gobert, miglior difensore della stagione 2018-19 e miglior giocatore francese dal ritiro di Tony Parker, non esitando a rispondere alla chiamata della sua federazione, ha realmente fatto la differenza sul pitturato: l’equazione a questo punto è semplice, il miglior difensore di TUTTA la lega, superstar incluse, non soffre particolarmente giocatori che superstar non sono. A questo aggiungiamoci altri ottimi giocatori (Fournier, De Colo…) e soprattutto un collettivo unito ed ecco che team USA ha finito per trovarsi davanti una matassa che nemmeno il duo Popovich-Kerr in panchina ha saputo sbrogliare.

Ma se i due top team sono ora fuori, come arrivano alle semifinali le quattro squadre rimaste?

La prima sfida di domani vedrà opposte Spagna ed Australia. Siccome fare pronostici, visti i risultati dei quarti, potrebbe risultare inutile, proviamo a vedere i punti forti e deboli delle due squadre. Gli iberici, che prima della sfida con l’Italia consideravamo solo la coda della generacion dorada che ha fatto incetta di titoli negli ultimi quindici anni, hanno dimostrato sia contro gli azzurri che contro i serbi di poter contare su una solidità mentale fuori dal comune. Chiariamo, il talento non manca, anzi, ma nelle due sfide più complicate della roja, la cosa che più ha sorpreso è stata proprio la capacità di leggere l’andamento della partita sfruttando le debolezze avversarie. In questo senso fondamentale è stata la crescita mentale e di gioco di Ricky Rubio, leader della squadra assieme ovviamente a Marc Gasol. Il play ex Utah Jazz sembra finalmente giunto a piena maturazione dopo anni di promesse mantenute a metà, l’evoluzione del suo gioco, l’importanza dentro e fuori dal parquet di Gasol e la freschezza dei fratelli Hernangomez possono portare la Spagna ovunque.

L’Australia, dal canto suo è probabilmente la squadra più in forma al momento. Era partita con l’entusiasmo di un continente intero a supporto e lo storico successo in amichevole con gli USA non ha fatto altro che alimentare la fiamma dei Boomers. L’ossatura della squadra è notevole, potendo contare sulla tenacia di Matt Dellavedova, su un Andrew Bogut ai livelli dei primi titoli a Golden State e dominante sul pitturato e sui punti di Baines, Ingles e Goulding. Ma ad oggi l’Aussie ruota intorno al giocatore più caldo finire della competizione: Patrick Mills. La guardia degli Spurs sta disputando un mondiale da fenomeno, con più di 22 punti di media con il 40% da 3 e quasi il 62 dal campo. Ora, con gli USA fuori, anche l’Australia può ambire alla finale.

La seconda semifinale vedrà la sfida tra Argentina e Francia, entrambe reduci da upsets (vittorie contro i pronostici) nei quarti. L’Argentina, la meno talentuosa delle fantastiche 4, ha dimostrato di poter essere un cliente ostico per chiunque ed è logico pensare dunque che, dopo aver eliminato una delle favorite, non si debba precludere nulla. Oltre a Luis Scola, che a 39 anni suonati viaggia a quasi 18 pti e 7,3 rimbalzi di media, fondamentale il backcourt composto da Facundo Campazzo e Nicolas Laprovittola, dominanti in entrambe le metà del campo. Come contro la Serbia comunque, più che i singoli, sarà la magia della maglia albiceleste a far la differenza.

Dall’altra parte la Francia di Rudy Gobert, che dopo aver mandato a casa gli Stati Uniti sembra essere stata insignita del titolo di favorita alla vittoria finale. Un mix di fisicità Made in USA portata dalla colonia NBA composta, oltre al due volte most difensive player da Evan Fournier, Batum e Poirier, ai fondamentali del basket europeo, con Nando De Colo massimo esponente di ciò.

Sono rimaste solo in quattro per le tre medaglie: venerdì le semifinali, domenica la finalissima per sapere chi sarà a riportare il trofeo mondiale fuori dagli Stati Uniti dopo 13 anni.

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