Non basta chiamarsi AC Milan. Non basta avere cucito sulla maglia una patch con le sette Champions League vinte. Non basta essere una delle squadre più importanti e famose del mondo. Non basta comporre una dirigenza con nomi altisonanti come Boban e, ancor di più Maldini. Non bastano i ricordi ed anzi, ora possiamo dire con certezza che non servono più. Azzeriamo il blasone, annulliamo ciò che siamo stati, pensiamo al presente. Perché finché i tifosi continueranno a pensare ai bei tempi andati e ad aggrapparsi a memorie anacronistiche non apparirà mai quella luce in fondo al tunnel, che da anni sembra oramai un miraggio irraggiungibile. Finiamola di rispondere agli interisti che ridono di noi perché non vinciamo un derby da anni che noi abbiamo vinto sette Coppe dei Campioni. Smettiamo di fare meme sulla Juventus che perde le finali. Potevamo farlo fino a qualche anno fa. Ora invece, con questi gesti dimostriamo di essere così piccoli da non avere altro che una maledetta serie di inutili ricordi. E’ arrivato il momento di resettare e ricominciare ad essere tifosi nel vero senso della parola. Di esultare per ciò che razionalmente ci compete. Non possiamo più pensare di lamentarci perché si perdono tre partite di fila, perché questa è la portata del nostro livello tecnico.

In fin dei conti parliamoci chiaro, perché i risultati del Milan sono pessimi? Sono pessimi semplicemente perché l’immaginario comune riporta alla luce un’idea di rossoneri che oggi non esistono, che non esistono da quando Ibrahimovic e Thiago Silva hanno lasciato Milanello. Sono pessimi per colpa del nome. Pensiamoci bene, con quali prerogative i rossoneri dovrebbero fare bene? La rosa è quello che è, composta da individualità sopravvalutate e senza un’identità calcistica. La chiave per ripartire è un bel bagno di umiltà ed un grande esame di coscienza. Dall’ultimo triennio sotto la gestione Berlusconi fino a metà del 2018 è andato tutto nel verso sbagliato. Non è certo questo il luogo adatto per puntare il dito contro qualcuno, resta il fatto che per una serie di sfortunati eventi il Milan è entrato in un circolo vizioso senza la capacità di uscirne.

E’ doverosa però una riflessione sulla nuova gestione americana. A detta di chi scrive, le mosse tattiche e finanziarie proposte dalla proprietà Elliott non sono totalmente da buttare. La sessione di mercato che ha portato Piątek e Paquetá al Milan in prima battuta si era rivelata ottima, con una spesa complessiva di circa 70 milioni per due buoni giocatori, in un contesto nel quale per comprare un top player serve un investimento complessivo da circa 200 milioni tra costo del cartellino ed ingaggio. Ex post le considerazioni sul polacco e sul brasiliano sono cambiate, soprattutto in merito al numero 9 rossonero, ma verrebbe quasi da dire che con il senno di poi sono bravi tutti a parlare. Per di più se a farlo sono gli stessi che in una settimana avevano fatto diventare il coro “Alè Piątek alè, pum pum pum pum” un tormentone. La strategia di quest’estate invece si è rivelata in linea con le intenzioni societarie, ovvero di costruire una rosa giovane, abbassando il monte ingaggi, spalmando gli investimenti su cinque anni e con spese comunque ridotte per un passivo di circa 60 milioni.

Ciò che però non torna è cosa ci si poteva aspettare da questa squadra. La scelta di affidare la squadra a Giampaolo è stata perfettamente coerente con le intenzioni societarie, tuttavia in una squadra come il Milan l’emotività è più forte della ragione. Il cuore ha la meglio sulla mente. E così è stato. Resta però doveroso ringraziare Giampaolo per il lavoro che ha fatto e per la sua professionalità esemplare. A Stefano Pioli va un enorme augurio. Ma ricordiamoci, e ricordatevi, sempre che i miracoli non li fa nessuno.

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