La nascita dello sport nel senso moderno del termine va comunemente datata al 776 a.C, anno dei primi Giochi Olimpici tenutisi ad Olimpia, Grecia. La manifestazione – di natura strettamente locale – consisteva in un’unica gara di corsa, a cui si aggiunsero poi altre discipline andando così a costituire le prime vere Olimpiadi. L’evento raccoglieva i migliori atleti di tutta la Grecia antica in una sfarzosa celebrazione del mondo ellenico, una festa di radici aristocratiche (solo gli individui più facoltosi avevano la possibilità di partecipare ai giochi) ma di carattere estremamente popolare, durante la quale politica e guerra venivano congelate per rivolgere l’attenzione ai soli divertimento e intrattenimento.

Lo sport era strumento di pace. La tregua olimpica – così era chiamato il periodo di 5 giorni in cui si svolgevano i giochi – era capace di fermare ogni ostilità, ogni conflitto, con il semplice fine di celebrare la vita e la sua bellezza. Una tregua simile si è ripetuta in occasione del primo conflitto mondiale: il 25 dicembre 1914 membri delle truppe tedesche e britanniche cessarono il fuoco e disputarono partite di calcio improvvisate in onore del Natale e dei compagni caduti, scambiandosi auguri, doni e simboli di pace.

Sin dalla sua nascita lo sport celebra l’armonia, congelando il tempo e ripristinando l’umanità lacerata da guerre, religione e giochi politici. Cosa accade però quando il confine tra sport e politica si oltrepassa?

Se avete una tv e usate uno smartphone è molto probabile che nel mezzo del vostro zapping vi sia capitato di imbattervi in notizie riguardanti la situazione turca.  La guerra della Turchia contro i curdi nel Nord della Siria è iniziata con gli Stati Uniti che hanno voltato le spalle alle milizie della Ypg, con le quali negli ultimi anni avevano combattuto con successo il sedicente Stato Islamico del Daesh. Lo scopo di Ankara è quello di creare una sorta di zona cuscinetto lungo il confine tra Turchia e Siria, nel territorio al momento controllato dalle milizie curde dopo la fine del califfato dell’Isis. Partiti gli americani i turchi hanno dato via alle operazioni militari conquistando dapprima le città di confine con l’intento di spingersi poi verso roccaforti strategiche come Manbij e Kobane – quest’ultima divenuta celebre in occasione delle precedenti azioni belliche volte a sconfiggere il movimento terroristico Isis. Inutili le richieste dei leader politici internazionali: il presidente turco Erdogan non sembrerebbe intenzionato a mettere da parte un conflitto che affonda le proprie radici nel tempo, risoluto nel voler risolvere con la forza una situazione delicata che perdura fin dal primo dopoguerra.

Una crisi nazionale che si è allargata a macchia d’olio sfondando le barriere dello sport internazionale. Ed è subito bufera social per i tweet del difensore turco della Juventus, Merih Demiral, a supporto dell’invasione della Siria da parte dell’esercito turco.

«La Turchia ha 911 chilometri di confine con la Siria. Un corridoio per i terroristi. Il PKK e l’YPG sono stati responsabili della morte di circa 40.000 persone, incluse donne, bambini e neonati. La missione turca è di prevenzione contro il terrore a cavallo di questo confine riportando 2 milioni di siriani in territori sicuri» questo il testo sotto al post Twitter del giocatore, non l’unico a schierarsi a favore di Erdogan. Anche il giallorosso Cengiz Ünder ha condiviso sui suoi canali social una foto che lo ritrae nella sua tipica esultanza del saluto militare, corredata da tre bandiere della Turchia.

Lo stesso saluto militare collettivo con cui lo scorso venerdì i calciatori della Turchia hanno festeggiato la vittoria contro l’Albania, tutti schierati davanti alle telecamere. Un’immagine forte e di inequivocabile supporto alle azioni armate che contano oggi migliaia di morti. Gesto di cui si sono resi protagonisti, tra i tanti (tutti molto giovani), il centrocampista del Milan Hakan Çalhanoğlu, il già citato Merih Demiral, Zeki Çelik, Yusuf Yazıcı, Umut Meraş e il mvp dell’incontro Cenk Tosun. Uno scatto spaventosamente virale che assume sempre di più i connotati di una straniante campagna social in cui i giocatori diventano influencer.

Un legame che va oltre la politica e diventa paradossalmente affettivo. Il presidente turco, che a 15 anni stava per diventare un giocatore professionista prima di essere frenato dal padre, negli ultimi anni si è avvicinato ancora di più al mondo del calcio, coltivando tante amicizie importanti e sfruttando l’immagine dei turchi di successo in Europa come efficace strumento di propaganda. Un nome, quello di Erdogan, legato da tempo a talenti quali Mesut Özil (di cui è stato testimone di nozze), ma anche Ilkay Gündoğan ed Emre Can, tutti e tre membri della Nazionale tedesca seppur turchi di origine. E non è tutto. Erdogan è strettamente legato al Kasımpaşa, il cui stadio porta persino il suo nome, ma anche al Başakşehir (ex squadra di Cengiz Ünder), uno dei tanti team di Istanbul creato quasi dal nulla che negli anni scorsi è riuscita anche a sfiorare la vittoria del campionato locale e una storica qualificazione in Champions League.

Un clima tesissimo quello che si respira, tale da portare alla nascita dell’hashtag #NoFinaleChampionsInstanbul e alla stesura di una lettera destinata alla UEFA da parte ministro italiano dello Sport, Vincenzo Spadafora, per opporsi all’incontro in terra turca.

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A seguito dell'offensiva turca ai danni del popolo curdo, ho deciso di scrivere una lettera al Presidente dell'UEFA sull'opportunità di disputare la Finale di @championsleague a Istanbul. Vi propongo qui il testo integrale: Egregio Presidente Ceferin, a seguito dei gravissimi atti contro la popolazione civile curda avvenuti negli ultimi giorni, il Consiglio degli Affari esteri dell’Unione Europea è appena intervenuto ufficialmente: “L’Unione europea condanna l’azione militare della Turchia che mina seriamente la stabilità e la sicurezza di tutta la regione”. Parole nette che interpretano il sentimento diffuso nell’opinione pubblica europea ed italiana. Le notizie di violazioni dei diritti umani, di crimini contro i civili e dell’uccisione di attivisti come Hevrin Khalaf hanno profondamente colpito la comunità internazionale. Ricordo che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite promuove da anni la “Giornata internazionale dello sport per lo sviluppo e la pace” ogni 6 aprile, riconoscendo allo sport un importante valore sociale e culturale. Per tutti questi motivi, in qualità di Ministro per lo Sport del Governo italiano, le chiedo di valutare se non sia inopportuno mantenere, ad Istanbul, la finale della Uefa Champions League in programma per il prossimo 30 maggio. Sappiamo bene che la drammaticità di quanto sta avvenendo in Siria non si risolverà con questo atto, ma siamo tutti consapevoli dell’importanza – politica, mediatica, economica, culturale – che riveste uno degli appuntamenti sportivi più importanti a livello mondiale. Consapevole delle numerose implicazioni, e rispettando l’autonomia dell’organo da Lei presieduto, mi auguro che il calcio europeo nella sua massima espressione possa, per il suo tramite, prendere la scelta più coraggiosa e dimostrare, ancora una volta, che lo sport è uno strumento di pace. Confidando in un positivo riscontro porgo cordiali saluti. Vincenzo Spadafora Ministro per le Politiche giovanili e lo sport della Repubblica Italiana

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Un sottile confine quello tra sport e politica, oramai violato anche nel mondo della pallacanestro. Gli appassionati conosceranno il nome di Enes Kanter, giocatore dei Boston Celtics militante dal 2011 in NBA. Un uomo senza patria che vive da oltre due anni una vita da apolide per la sua opposizione al governo turco di Erdogan.

«Non vedo e non parlo con la mia famiglia da cinque anni, mio padre è in prigione, i miei fratelli e sorelle non possono trovare un lavoro. Il mio passaporto è stato revocato, c’è un mandato di cattura internazionale, la mia famiglia non può lasciare il Paese, ricevo minacce di morte ogni giorno, sono stato attaccato, minacciato, hanno provato a rapirmi in Indonesia. La libertà non è gratuita».

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FREEDOM IS NOT FREE

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«Come posso restare in silenzio? Ci sono decine di migliaia di persone in prigione in Turchia, tra cui professori, dottori, giudici, avvocati, giornalisti e attivisti. Rinchiusi perché hanno detto di non essere d’accordo con Erdoğan. Centinaia di bambini stanno crescendo in celle strette e anguste al fianco delle loro madri. Democrazia vuol dire avere la libertà di parlare, non dover essere rinchiusi in galera per questo».

La libertà di parola, appunto, un tema scottante nell’universo cestistico odierno. In occasione delle proteste di Hong Kong i rapporti tra Stati Uniti e Cina, già divise da questioni politiche antecedenti, si sono ulteriormente incrinati. Tutta colpa della pallacanestro NBA, che proprio in Oriente aveva organizzato una serie di tournée pre-season (Saitama, Shenzhen e Shanghai). Diverbi cominciati lo scorso 4 ottobre quando il general manager degli Houston Rockets, Daryl Morey, si è espresso a favore delle proteste di Hong Kong.

Un messaggio passato non di certo inosservato dalla Cina che ha cominciato una vera e propria operazione di boicottaggio nei confronti degli americani (conferenze stampa annullate, partite rimosse dai palinsesti della tv di stato, contratti di sponsorizzazioni stracciati, apparel dei Rocket rimossi dagli scaffali dei negozi e un massiccio disinteresse da parte degli stessi tifosi). A difesa di Morey si è schierato il commissioner della NBA Adam Silver.

“Voglio essere estremamente chiaro su questo punto: non intendiamo scusarci perché Daryl Morey ha esercitato il proprio diritto ad avere un’opinione. Quello che rimpiango è che ci siano tante persone deluse per quello che ha detto, compresi milioni di nostri fan. Non penso sia incongruente difendere la libertà di espressione, che riteniamo uno dei valori fondanti della nostra lega, e allo stesso tempo comprendere cosa provano i nostri partner. Spero che i nostri amici cinesi ricorderanno il nostro rapporto trentennale, tutto quello che abbiamo fatto in Cina per aiutare il diffondersi di questo sport. I valori di uguaglianza, rispetto e libertà di espressione hanno da tempo definito l’NBA e continueranno a farlo. Come una lega di basket con base americana che opera a livello globale, tra i nostri maggiori contributi ci sono questi valori del gioco. Le persone in tutto il mondo avranno inevitabilmente diversi punti di vista. Non è compito dell’NBA giudicare tali differenze o regolamentare ciò che le persone della lega scelgono di dire.”

Una difesa a spada tratta della libertà di espressione che suona però oggi come un tema di spiazzante divisione all’interno del mondo politico e sportivo. Quello che ci si chiede è se sia effettivamente possibile dare una giusta interpretazione a queste situazioni, se sia credibile riuscire a scindere bene e male in un contesto estremamente polarizzato come quello internazionale, se sia verosimile definire quale sia la verità. Nel Paradiso Terrestre il serpente sedusse Eva a mangiare il frutto dell’Albero della Conoscenza. La donna – distratta da tutto il bello che fioriva attorno a sé – si accorse dopo un singolo morso dell’esistenza del cancro ineluttabile della morte. Quello che i primi uomini si erano scordati è che, in fondo, possono esistere realtà, opinioni, possibilità che non solo non avevano considerato, ma che si sono successivamente rivelate fastidiose e piuttosto deprimenti.

Se ci ostiniamo a semplificare la realtà considerando solo la nostra posizione, finiamo per cadere nella trappola che ci fa credere di essere dalla parte del giusto anche quando in fondo potremo non esservi. A volte la soluzione più immediata non è quella più ovvia, a volte la verità ha bisogno di essere ricercata più profondamente rispetto a come appare in superficie.

È difficile avere idoli nel mondo moderno. Sempre più spesso esigiamo dai nostri atleti, artisti, leader preferiti la presa di una posizione che oltrepassi il confine tra sport e politica, tra gioco e cultura, dimenticandoci però che sempre più spesso le opinioni si pagano a caro prezzo. Un giocatore, in fondo, non è mai libero: veste una maglia, una bandiera, entra in campo e stringe la mano sul cuore cantando assieme ai compagni l’inno della propria nazione, pronto a battersi per la patria come se stesse partendo per la guerra. Un gesto quasi eroico, certo, ma che inganna e porta a dimenticare quanto sia molto più facile far sentire la propria voce in un sistema liberale piuttosto che all’interno di un regime antidemocratico. Se la nuova maglia verde dell’Italia non mi piace posso pur decidere di non vestirla, posso pur affermare che non rappresenta l’orgoglio e la storia del Tricolore che tanto amo. Quando però in gioco ci sono la mia carriera, la mia famiglia, la mia vita, potrebbe non rimanermi altro che vestire panni che non mi si addicono, e che può darsi non siano nemmeno i miei.

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