Ci siamo: finalmente stanotte Raptors-Pelicans ed il derby di Los Angeles daranno il via ad una stagione che parte carica di aspettative, grazie ad un’estate infuocata da un mercato che ha mosso diversi fuoriclasse ed un draft tra i più carichi di talento del decennio, che hanno portato nella lega una generazione di potenziali fuoriclasse.

Date le premesse, è necessario mettere a fuoco le principali chiavi di lettura necessarie per goderci appieno la stagione. Invece del solito, scontato Power ranking però, cercheremo 5 motivi per i quali l’Nba 2019-20 sarà imperdibile.

Nessuna vera favoritaLe ultime 5 stagioni partivano sempre con una domanda: Chi attaccherà la corona dei Golden State Warriors? I ragazzi di Steve Kerr infatti partivano sempre (giustamente) un passo avanti rispetto a tutti gli altri, a maggior ragione nelle stagioni in cui agli splash Brothers venne affiancato un certo Kevin Durant. La stagione appena conclusa ci ha lasciato invece diverse incognite, oltre al fatto che i Toronto Raptors campioni in carica non appaiono sicuramente una corazzata per cui sarà facile difendere il titolo; i dominatori delle ultime stagioni appaiono battibili. Proprio il fatto che Curry e soci per la prima volta partano indietro nelle gerarchie può però essere un surplus: Steph ha dimostrato in pre season di essere ancora un potenziale MVP, a maggior ragione liberatosi dall’ingobrante figura di KD; D’Angelo Russell è ben più che un sostituto nell’attesa del rientro di Klay Thompson e lo stesso Klay, se recuperasse bene per eventuali playoff, rappresenterebbe, insieme a Draymond Green e Curry l’ossatura di una squadra che ha vinto tanto, ha cambiato tantissimo ma non è certamente sazia.

Almeno quattro contender vere e proprie. Detto che Golden State non parte favorita ma non nasconde ambizioni da titolo, il mercato estivo ha portato diversi fuoriclasse a sposare cause comuni, creando almeno altre tre squadre che possono legittimamente puntare al trofeo. I più accreditati alla vigilia (anche secondo i bookmakers Usa) appaiono  essere i Los Angeles Clippers, che hanno costruito una corazzata con due dei migliori esterni della lega circondati da un roster ben assemblato a servizio di uno dei più preparati Coach in circolazione: Doc Rivers. Kawhi Leonard, dopo aver portato il titolo in Canada per la prima volta nella storia, da MVP delle finali, sposa la causa della sua città natale dalla parte considerata meno nobile; e lo fa affiancato ad uno dei giocatori più completi, per efficenza sui due lati del campo, di tutta la lega: Paul George. La sponda gialloviola di L.A non è stata a guardare e ad un Lebron James che ha già dimostrato di poter sopperire all’avanzare dell’età giocando eccellentemente da Playmaker, ha affiancato Anthony Davis sacrificando diverse giovani pedine importanti, a dimostrazione di voler vincere subito. Un’altra coppia che potrebbe far scintille è quella che si è venuta a formare a Houston con Harden e Westbrook che dovranno dimostrare di non essere solo dei formidabili solisti ma che possono puntare a vincere assieme: in più intorno ai due si è confermato quasi totalmente il blocco che ha decisamente infastidito G.S nelle ultime stagioni: sognare è lecito.

Nessun dominatore, ma quante outsider da EstLa vittoria a sorpresa dei Raptors, lo scorso anno, ha riportato un titolo ad est che, tolti i tre vinti da Lebron tra Miami e Cleveland, mancava addirittura dal 2008. Anche quest’anno la conference orientale appare la meno carica di talento delle due, ma non mancano certamente squadre che possono dire la loro nel corso dell’anno. Doveroso partire dai campioni in carica: la partenza di Kawhi (comunque preventivata) ha ovviamente ridimensionato non poco le ambizioni dei canadesi, e l’impressione diffusa è che gran parte del roster a disposizione abbia vissuto l’annata magica anche grazie all’ex Spurs. Ma in fondo perché non metterli almeno tra i potenziali finalisti? Lowry, Gasol, Siakam rimangono giocatori ampiamente sopra la media e non è detto che l’entusiasmo da titolo si sia già dissipato, facendo dei Raptors veri uomini in missione. Ci si aspetta poi il definitivo salto di qualità dai Philadelphia 76ers di Simmons ed Embiid, ormai pronti a mettere le mani su un trofeo nonostante la partenza di Jimmy Butler; come anche dai Milwaukee Bucks di Antetokoumpo e coach Budenholzer, che col blocco dell’anno scorso vogliono confermarsi al top. Molto interessante può diventare Boston con il neo acquisto Kemba Walker circondato da un roster giovane ma di tutto rispetto. Ad Est però gli occhi saranno puntati su Brooklyn, che in estate si è assicurata, oltre a DeAndre Jordan, la coppia Kyrie Irving-Kevin Durant. Uncle Drew dovrà tirare la carretta come minimo per tutta la regolar season ma se KD dovesse riuscire ad allacciare le scarpe almeno in post season, ecco che diventerebbe un’altra pericolosissima mina vagante.

Una lega sempre più europea. Un basket sempre più globale fa sì che anche la patria della pallacanestro guardi al di qua dell’oceano e gli ultimi mondiali hanno visto Team USA fare una figura veramente magra. Altro segnale di questa tendenza è il fatto che nella stagione appena conclusa i tre riconoscimenti individuali più importanti siano andati a giocatori europei: Rudy Gobert miglior difensore, Luka Doncic matricola dell’anno e soprattutto Giannis Antetokounpo MVP della stagione. Non solo loro però: diversi componenti della Spagna campione del mondo saranno cruciali per le loro squadre, primo fra tutti Marc Gasol, che dovrà difendere il titolo a Toronto, e Ricky Rubio, nuovo leader dei Phoenix Suns. Tant’è squadre hanno pescato in Eurolega ed in particolare salta all’occhio la scelta di Mark Cuban, presidente dei Dallas Mavericks che per primi, con Dirk Nowitzky, perseguirono tale politica, di fare di tre europei la spina dorsale della propria squadra: con i giovani Doncic e Porzigis (su cui però gravano incognite relative al recupero dal grave infortunio al ginocchio) e Boban Marjanovic. Da questa tendenza è figlio anche il fatto che i Pelicans, intorno ad un nucleo giovanissimo abbiano scelto come role player il nostro Niccolò Melli, che diventerà il terzo azzurro della lega (tale argomento è stato approfondito qui.)

La rifondazione parte dai più giovaniCome abbiamo detto nell’intro, è stata almeno sulla carta uno dei draft con il maggior hype degli ultimi anni; logico dunque che le scelte più alte siano stati giocatori su cui costruire già progetti vincenti a medio-lungo termine. La prima franchigia cui pensiamo in questo senso sono ovviamente i New Orleans Pelicans, con con la prima scelta assoluta hanno potuto pescare Zion Williamson, reputato un potenziale All star già nella stagione da rookie (al netto purtroppo di un infortunio che lo terrà fuori le prime 6-8 settimane). Intorno a lui, sulla sponda del Mississippi è stato sacrificato AD per portare a casa, oltre a numerose scelte, giovani interessantissimi come Lonzo Ball, altro talento che nel giusto contesto potrebbe fare di N.O forse la squadra più interessante dell’intera lega. Discorso simile per New York, che intorno a RJ Barrett cercherà di avviare un rinnovamento per cercare di uscire dal pantano delle ultime stagioni. Progetto di ricostruzione che, oltre ai già citati Mavericks che si baseranno sull’asse Doncic-Porzigis, entrambi under 24, coinvolgerà anche i Phoenix Suns, la cui ossatura, tolti Rubio ed Aaron Baynes, ruota intorno a Devin Booker (classe 96), DeAndre Ayrton (classe 98) ed altri ottimi prospetti come Diallo o Kelly Oubre per risalire la china dopo anni difficili. Perseguiranno questa strada molte franchigie di medio-bassa classifica, con la speranza di trovare il crack per avvicinarsi alle contender.

Queste sono insomma le premesse, prepariamoci ad 82 giornate di fuoco nell’attesa di sapere chi porterà a casa, il prossimo giugno, il Larry O’Brian Trophy: Gli ingredienti per una grande annata ci sono tutti.

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