Nell’introduzione alle modifiche regolamentari per la stagione 2019/2020, la IFAB ricordava quali siano i princìpi cardine che le ispirano: migliorare il comportamento dei calciatori e accrescere il rispetto, favorire l’incremento dell’equità e dell’attrattività del gioco, aumentare il tempo effettivo di gioco.

Proprio alla luce di quest’ultimo enunciato vanno perciò lette alcune delle novità che abbiamo imparato a conoscere nella prima parte di stagione e che andiamo brevemente a riassumere. Il calciatore sostituito deve adesso abbandonare il terreno di gioco dal punto – linea laterale o fondo campo – più vicino: lo scopo è di evitare il lento trascinarsi verso la linea di metà campo, avendo magari guadagnato opportunamente – pochi istanti prima del cambio – una posizione quanto più lontano possibile, sulla fascia opposta alle panchine. La palla a due è di fatto sparita, rimpiazzata da una versione che non prevede contesa: il direttore di gara provvede infatti a far ripartire il gioco dal punto esatto in cui era stato interrotto, restituendo il pallone a un componente della squadra che ne aveva il possesso prima dello stop. Una ripresa quindi più rapida e più corretta, che elimina il malcostume di restituire la palla al portiere avversario, quando non addirittura in rimessa laterale trenta o quaranta metri più indietro rispetto alla zona in cui il gioco riprende.

Non va dimenticata infine la nuova norma relativa al calcio di rinvio dal fondo, che permette adesso di giocare il pallone già all’interno dell’area di rigore: modifica che ambisce a rendere il gioco più fluido e che ha principalmente impatti tattici, rivoluzionando la costruzione della manovra dal basso, ma che va anche a togliere una possibile “arma” ai calciatori intenzionati a perdere tempo: fino alla scorsa stagione bastava infatti giocare volutamente la sfera prima che uscisse dall’area di rigore, per determinare artificiosamente l’automatica ripetizione del rinvio.

Alla luce di queste novità poteva essere lecito attendersi un aumento del tempo effettivo di gioco: i dati pubblicati in settimana dall’Osservatorio sul calcio CIES però, ci raccontano altro: il confronto con i numeri della scorsa stagione (in quel caso lo studio venne pubblicato nei primi giorni di dicembre) mostra infatti un generale decremento. Ma andiamo più nello specifico: in testa alla graduatoria, cosa che non sorprende più di tanto, si trova la Allsvenskan svedese con un tempo effettivo pari al 59.7%, in flessione rispetto al 60.4% dello scorso anno. Seguono Eredivisie (NED), Veikkausliiga (FIN) e Superligæn (DEN). Al quinto posto ecco il primo dei cinque campionati più importanti, la Bundesliga con il 57.1%: anche in questo caso però si registra una diminuzione guardando al 58.5% di una stagione fa. E la Serie A? Sui 35 campionati analizzati si piazza al quattordicesimo posto con 55.6% che, considerando un tempo di recupero medio di 5 minuti e 41 secondi (dato ufficiale AIA 2017-2018), si traduce in 53 minuti e 12 secondi di gioco “attivo”. Un dato certo non entusiasmante, ma che permette comunque alla nostra massima serie di stare davanti a Premier League (55.0%) e Liga spagnola (53.3%). La flessione generalizzata colpisce indistintamente Italia, Inghilterra e Spagna: i valori registrati nella scorsa stagione furono infatti, rispettivamente, 57.8% (Serie A), 56.5% (Premier League) e 55.8% (Liga).

Vero è che guardando ai numeri delle singole formazioni appaia evidente come i valori, all’interno di uno stesso campionato, siano molto diversi tra loro: il 60.3% di una squadra che punta a dominare il gioco come il Manchester City fa da contraltare al 50.5% dell’Aston Villa, così come non sorprende il 60.0% del Barcellona opposto al misero 45.9% del piccolo Getafe. Se in Serie A stupisce il 58.5% del Lecce, secondo solo alla Lazio (59.1%), resta comunque da interrogarsi sui perché di un decremento che colpisce di fatto l’intera Europa.
Detto delle differenze che intercorrono da squadra a squadra, dovute a capacità e possibilità tecniche, come alle diverse filosofie tattiche, non si evidenziano stravolgimenti del gioco tali da giustificare una diminuzione del tempo effettivo.

La principale ragione potrebbe essere quindi da ricercare nel VAR, senza per questo voler in alcun modo attaccare un’innovazione che crediamo abbia portato grandi benefici al mondo del calcio. In Liga e Premier League l’aiuto tecnologico è stato introdotto ufficialmente da questa stagione, appare quindi assai probabile che il minor tempo effettivo registrato in questi campionati sia da addebitare al normale adattamento richiesto dallo strumento. In Serie A, nella stagione di esordio del VAR (2017-2018), si passò da un tempo medio di utilizzo nelle prime tre giornate di 1’22’’ (Check) e 2’35’’ (Decisione modificata), a una media finale di 31” per il semplice Check e 1’22’’ per la cosiddetta Overrule.
Pur non disponendo di dati ufficiali sulla stagione in corso, la sensazione è però che i tempi di utilizzo dello strumento si siano dilatati, come dimostrano i recenti casi di Inter-Parma (rete del 2-2 di Lukaku in sospetto fuorigioco) e di Napoli-Atalanta (pareggio degli orobici giunto in seguito a un dubbio contatto in area nerazzurra), anche per effetto delle nuove norme sui tocchi di mano – pensiamo ad esempio al caso De Ligt in Juventus-Bologna – ancora piuttosto indigeste persino per la stessa classe arbitrale.

Che cosa fare quindi per favorire un aumento del tempo effettivo di gioco? Stante la sacralità dei 90 minuti, appare comunque improbabile l’applicazione nel calcio di un tempo effettivo integrale come avviene sì in altri sport quali basket e pallanuoto, sport che hanno però dinamiche di gioco completamente differenti. Più facile da introdurre sembrerebbe invece una versione soft, fermando il cronometro durante il consulto VAR, analogamente a quanto avviene nel rugby con il TMO. L’occhio del regolatore potrebbe poi posarsi ulteriormente sui comportamenti volutamente ostruzionistici, come le sostituzioni nel tempo di recupero o la ben più grave simulazione di infortuni. Se nel primo caso si potrebbe ad esempio pensare di estendere il recupero addizionale da 30’’ a 1’ – rendendo meno redditizio l’utilizzo di questa mossa per far trascorrere secondi preziosi, ma offrendo anche una nuova arma tattica alla squadra in svantaggio – per gli infortuni che richiedono l’ingresso dello staff medico un tempo minimo da trascorrere obbligatoriamente fuori dal campo avrebbe certo l’effetto di scoraggiare i calciatori meno corretti.

Ma ora a voi la parola: quali mosse suggerireste alla IFAB per ridurre le perdite di tempo e incrementare il tempo di gioco?

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