Tramontata definitivamente la seconda guerra mondiale, in europa aleggia come un’ inesorabile condanna lo spettro della decolonizzazione. Le potenze coloniali, già provate da anni di conflitto, sono spossate e faticano a tener a bada i territori esterni alla madre patria. La IV repubblica francese è lo specchio della crisi. Si avvicendano all’Eliseo numerosi governi, torna sulla scena Charles De Gaulle acclamato a gran voce, ma sullo sfondo la guerra Algerina non accenna a diradarsi. Lo storico presidente non trova altra soluzione alle ostilità se non la concessione dell’indipendenza così, dopo un referendum nel 1961, dichiara l’Algeria paese indipendente sottoscrivendo il trattato di Evian. Quel che in teoria sembra la fine di un travagliato rapporto altro non è che l’inizio di un più grande problema: la questione algerina. Per anni l’Algeria continua a guardare al governo di Parigi per intraprendere qualsiasi progetto di sviluppo e crescita. Dal canto suo, per la ex madrepatria fornire appoggio politico, militare ed economico significa aver la possibilità di infiltrarsi nel tessuto dello stato neonato e controllarne risorse ed eventuale espansione in cambio di finanziamenti. La storia è antica ed è quella del ricco e del povero, della subalternità dell’Algeria alla matrigna Francia. La tratta Algeri – Marsiglia viene battuta per decenni e si fa via di un esodo che aggrava ulteriormente la situazione dello stato nord africano orfano di forza lavoro e, vecchio e claudicante, dipendente quasi come fosse ancora colonia. Non senza sangue e pregiudizi le minoranze arabe si son stanziate nella cultura  e nella storia francese, son diventate madri di icone, sorgenti di talenti. Tra gli ”Arabes” o ”Pieds-Noir”, a seconda delle origini, ci sono rispettivamente Zinedine Zidane e Albert Camus.

“Tutto ciò che ho appreso sulla morale e sugli uomini lo devo al calcio” dice Camus, scrittore, filosofo e premio nobel, intellettuale diverso, eterodosso nell’universo sartriano, malvisto nel gotha dei salotti parigini. Nato ad Algeri, a due passi dal mare, quel mare che porterà sempre dentro come misura di tutte le cose. Per le calde strade che portano a riva o si addentrano agili come bisce in città un pallone da calcio è la felicità dei ragazzi, è integrazione e rivalità, gioia e frustrazione. Il piccolo Albert si innamora fin da subito de calcio ma la sua non è una famiglia agiata e lui ha un solo paio di scarpe. Sua nonna, preoccupata, arriva perfino a mettere dei chiodini sotto le suole della scarpe del nipote al fine di ritardare la decadenza delle suole che presto o tardi si sarebbero consumate. Ma è qui che nel destino del giovane calciatore di strada si fa largo un’idea che mette d’accordo tutti: giocare in porta, d’altronde la palla in questo caso si tocca quasi sempre con le mani.

Albert è però un asso anche fuori dai pali. Frequenta le scuole pubbliche e il suo maestro elementare compreso il genio lo prepara per entrare al liceo. Così dalla polvere popolare di Belcourt, un undicenne Camus approda nella Juniores della società Asm fino ad arrivare ad indossare la maglia della squadra universitaria, il Rua. Il suo ruolo nell’undici influenza le sue parole amare con il vantaggio del futuro: “Ho capito subito che la palla non arriva mai da dove te l’aspetti. Mi è servito più tardi nella vita, soprattutto a Parigi, dove non ci si può fidare di nessuno”.

A soli 17 anni lo studente calciatore viene colpito da una spietata tubercolosi ed è costretto ad abbandonare quel che più ama: il suo mare e il suo pallone. Nell’ultimo suo romanzo, pubblicato postumo e ritrovato dopo l’infausto incidente che gli ha rubato una vita nel fiore degli anni, in Jacques si legge tutta la sofferenza di un ragazzo costretto ad esser uomo in un mondo che lo vuole appartenente ad un razza pensando di risolvere così  la pluralità del suo intelletto e della sua persona, e di quella degli altri. “Una sola volta a Jacques, che si era preso una storta giocando al calcio e per qualche giorno aveva dovuto camminare trascinando la gamba, venne in mente che gli invalidi del giovedì avrebbero sofferto per tutta la vita di questa incapacità di correre per prendere un tram al volo o di dare un calcio a una palla. Sentì all’improvviso quanto ci fosse di miracoloso nei meccanismi umani, e insieme una cieca angoscia al pensiero di poter finire anche lui mutilato, ma poi se ne dimenticò”.

”Il primo uomo” sembra quasi il testamento di un uomo ultimo, arrivato ad essere quel che è dopo aver vissuto sulla propria pelle la discriminazione, la povertà, la Francia e l’Algeria. Camus è una delle poche personalità del novecento che riesce ad eludere i filtri delle ideologie, forse solo per questo, estremo difensore di valori quali pace e integrazione, lungimirante come un portiere moderno che esce a giocar palla con i piedi per partecipare alla manovra senza paura che le suole delle scarpe, e quelle del suo animo, possano consumarsi.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here