“Correre, tu devi correre. Non devi domandare, nè rispondere”. Inizia così il testo della canzone di Anastasio, vincitore di X-Factor 2018. Parole che calzano a pennello con quelle che sono le caratteristiche di Matteo Berrettini, un uomo venuto quasi dal nulla che in quest’anno si è dimostrato a lungo un campione. Partito da numero 54 del ranking mondiale si è catapultato in una dimensione globale, quanto più insperata. Dunque, le sue prime ATP Finals (con i migliori 8 del Pianeta), sono il regalo più bello per la stagione semplicemente indimenticabile, che ha permesso a tutti gli appassionati di tennis italiani e non, di ammirarlo non solo per doti tennistiche, ma anche per quelle umane che spesso e volentieri sono la cosa più importante.

Testa bassa e lavorare

Certo Matteo Berrettini non è nato come il fenomeno pronto ad irrompere sulla scena. Della classe ’96 tutti attendevano Gianluigi Quinzi, oggi disperso nei meandri dei tornei ITF e Challenger, e Filippo Baldi (n. 214). Questo è forse stato un bene, perché così ha avuto modo di lavorare in tutta tranquillità e lontano dai riflettori. Il risultato, come detto, è frutto di un lavoro eccellente da parte di tutto il suo staff. La caratteristica è la cura certosina dei particolari che in uno sport di grande tecnicismo come il tennis tendono a fare la differenza. In un secondo luogo arriva la cura del fisico, che parte da solide base (196 cm di altezza), ma che poi è andato costruendosi fino all’attuale imponenza che gli permette molto soprattutto in potenza.

In questo lungo corso chiaramente anche il gioco ne ha giovato. Il servizio è la vera forza, una New Entry assoluta per i tennisti italiani che solitamente lo rendono un colpo meno importante. Poi c’è il dritto, spesso conclusivo, ma anche utile nell’intera costruzione del gioco. L’arma più bella è forse la morbidezza della mano che permette sia palle corte di un certo livello che volée mozzafiato. Decisamente migliorata anche la qualità negli spostamenti, anche se rimane comunque una piccola pecca (mica facile spostare quelle misure) insieme al rovescio bimane che spesso viene preferito dalla palla tagliata.

La grande scalata

Per riportare l’Italia tra i migliori 8 del Mondo c’è voluta una vera e propria scalata. Immaginate una palla corta giocata da fondo-campo estremante bassa che, anche con il bacio della rete, cade nel campo avversario e trova l’obiettivo. La partenza in questo caso coincide con il numero 54, ovvero la posizione di Matteo Berrettini ad inizio anno ma spintosi anche al n.58. L’entrata definitiva nella Top50, uno status importante, arriva solamente dopo la vittoria del secondo torneo ATP della carriera a Budapest, seguito dalla finale a Monaco di Baviera.

Nell’ultima parte della stagione in rosso distrugge Zverev a Roma prima di inciampare su Schwarztman e al Roland Garros viene eliminato da Ruud prematuramente. Abbracciando il verde dell’erba prende forma il sogno, prima vince a Stoccarda, poi si spinge fino alle semi-finali di Halle e si toglie anche la soddisfazione degli ottavi di finale sul centrale di Wimbledon contro Re Roger. Un infortunio alla caviglia sembra estrometterlo dalla stagione americana, ma agli US Open trova la sua miglior versione e si spinge fino alle semi-finali bussando con veemenza alla porta della top-10. In piena corsa nell’ultima parte di stagione trova un’altra semi-finale è quella del Masters 1000 di Shangai e questo di fatto gli regala le Finals che prendono definitivamente forma quando Shapovalov batte Monfils e regala a Berrettini il biglietto più pregiato.

Parafrasando una celebre frase: “ti sei preso la bicicletta? Ora pedala”. Così sicuramente farà il romano a partire dalle tre partite del girone che lo vedranno opposto a Roger Federer, Novak Djokovic e Dominic Thiem. Tre mostri sacri della disciplina, ma esserci è già il regalo più bello.

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