Dopo aver raccontato il tabù della nuotatrice svedese Sarah Sjöström, il secondo sportivo della nostra rubrica #icone è uno dei cestisti più controversi e mediatici della storia del basket: Shaquille O’Neal, l’uomo che con una mentalità diversa sarebbe potuto diventare il più forte di sempre. Non lo è diventato, ma in ogni caso, nel suo ruolo, è secondo (forse) solo a Wilt Chamberlain.

Da LSU alla “città degli angeli”

Nato a Newark in New Jersey il 6 marzo 1972, sin da bambino mette in luce un fisico freaky e una supremazia sul parquet che spesso suscita ilarità e perplessità soprattutto nel nostro Paese. Dalla high school in Texas fino ai tre anni agli LSU Tigers di Louisiana State muove l’interesse degli scout da tutti gli States. Un potenziale crack, ma non quel classico fuoriclasse del collage che poi va a perdersi tra la folla in NBA: O’Neal dà l’impressione di essere qualcosa di mai visto prima, in grado di segnare una demarcazione tra prima e dopo. 57 di piede, 216 cm di altezza e oltre 140 chilogrammi (fino anche a 170) significano potenziale panico nel pitturato avversario. Al Draft del ’92 viene ovviamente scelto alla numero 1 dagli Orlando Magic, davanti a quello che sarebbe diventato uno dei migliori difensori della storia del basket Alonzo Mourning. Già nel 1993 viene selezionato tra gli All Stars (la prima delle 15 convocazioni), mentre l’anno seguente entra nel terzo quintetto NBA e diventa l’MVP dei mondiali canadesi vinti dagli Stati Uniti davanti alla Russia. Un fuoriclasse assoluto, come volevasi dimostrare. Nel 1996, con già un palmarès individuale da fare invidia al 99% dei coetanei, passa nella franchigia più pop della lega: i Los Angeles Lakers. L’asse O’Neal – Bryant diventa una delle più incisive e dominanti di sempre e con l’arrivo del geniale Phil Jackson nella città degli angeli i gialloviola cominciano la loro leggendaria dinastia. Al primo anno sotto la guida Jackson, Shaq fa incetta di successi: MVP della regular season, All-NBA first team, MVP delle Finals e titolo NBA (il primo del three-peat) oltre a delle medie da extraterrestre con 29.7 ppg e 13.6 rpg.

Da Miami al declino

Dopo i tre successi a Los Angeles ed altrettanti MVP delle Finals cambia costa per accasarsi ai Miami Heat dove trova in panchina la mitica coppia Riley – Spoelstra e in campo Dwyane Wade. Al primo anno in Florida chiude con 22.9 punti di media e 10.4 rimbalzi ma non basta per portare gli Heat oltre la finale di Eastern Conference, persa in gara-7 contro i Pistons. Il titolo arriva l’anno seguente contro Dallas, in una stagione meno brillante di quelle precedenti conclusa in ombra del nuovo divo di Miami Wade. Dopo il quarto anello conquistato da Shaq inizia la fase calante di una carriera unica. Gli ultimi anni li trascorre tra Phoenix, Cleveland e Boston senza mai mettere in mostra grandi numeri sul parquet.

Uno come lui non si rivedrà mai più

Il più grande centro di sempre? Sì, forse solo Chamberlain può competere. Il giocatore che con il senno di poi ha sprecato di più? Sì, e su questo non ci sono competizioni. Sembra impossibile parlare di rimpianti per un giocatore che ha vinto 4 titoli NBA, 3 MVP delle finali, un MVP della regular season, 14 volte All-NBA e 15 volte All Star. Eppure… Nella sua carriera iniziata nel 1992 e conclusa nel 2011 c’è stata una sola stagione in cui O’Neal è partito con la volontà di dominare e vincere tutto: 1999-2000, quella dell’arrivo di Jackson. Come ha raccontato Federico Buffa, in quell’annata i Lakers non potevano perdere. Ma non era un dominio in stile Warriors della recente dynasty, perché loro volenti o nolenti i titoli li hanno vinti ma li hanno anche persi. Quei Lakers sono stati la prima squadra dai tempi di Jordan che aveva vinto l’anello ancora prima di iniziare la RS. D’altronde, con Bryant esploso e Shaq arrivato allo start con 150 kg di muscoli e una percentuale di grasso ridicola come potevano perdere i gialloviola? E infatti hanno vinto tutto. Ma ciò che fa sorridere è che gli uomini di Jackson hanno scritto pagine di storia della NBA con uno Shaq, in metà delle occasioni, neanche lontanamente vicino al top della forma. E allora viene da chiedersi: cosa sarebbe diventato Shaquille O’Neal se si fosse presentato come nel settembre 1999 per altre 6 o 7 stagioni? Non per tutta la carriera sia chiaro, solo per alcune stagioni. Probabilmente non sarebbe cambiato nulla, perché andare oltre allo strapotere visto allo Staples Center è inimmaginabile. Avrebbe vinto più titoli individuali? Sì, ma non è mai stata l’ambizione di Big Shaq. Con la stessa ossessione della vittoria del suo grande compagno di squadra Kobe Bryant, Shaq sarebbe diventato uno dei primi tre giocatori della storia del basket ma non sarebbe diventato ciò che è.

Poliziotto, rapper, attore, opinionista e hall of famer NBA. Nella nostra rubrica #icone non poteva mancare Big Shaq, l’uomo che ha cambiato il modo di intendere il basket pre-moderno e che è diventato virale per tutto ciò che riguarda la sua vita, spesso anche per motivi extra sportivi. Perché Shaquille è questo. E se lo vedete nuotare contro Phelps o lottare contro Big Show nella WWE non è una messinscena mediatica, è semplicemente lui. Journalism Zoom vi dà appuntamento a lunedì prossima con la nuova icona.

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