Come ogni lunedì torniamo con la nostra rubrica #icone e oggi racconteremo la vita di un giocatore che ha segnato indelebilmente la storia del rugby: Jonny Wilkinson.

Gli inizi

Jonathan Peter Wilkinson, per tutti “Jonny”, nasce nel maggio del 1979 non lontano da Londra. Il rugby è il suo pane quotidiano sin dalla tenera età visto che papà Phil, anch’egli rugbista, inizia a fargli toccare il cuoio della palla ovale già a quattro anni. I racconti narrano di un biondino dotato di un grandissimo estro e di una buona velocità già da pre-adolescente. A 15 anni è sulla bocca di tutti dopo una serie di apparizioni in Australia con le selezioni junior, ma il suo primo contratto da professionista lo firma nel ’97 con la squadra che sarebbe poi diventata la sua “casa” per oltre un decennio: il Newcastle.

Il giovane ragazzo di Frimley appariva come un talento senza precedenti, così sportivamente bello (in tutti i sensi) che non poteva non diventare un icona della palla ovale. Uno di quegli sportivi che nasce molto di rado e che per una serie di motivi incanta i tifosi: a me ha sempre ricordato, facendo un orrendo parallelismo calcistico, “Zizou” Zidane e Kakà. Giocatori così eleganti ed essenziali da fare quasi fastidio, perché riportavano in auge quel concetto di perfezione che tanti dicono non esistere. La perfezione esiste. La perfezione nel rugby si chiama Jonny Wilkinson.

Wilkinson

Un drop per la storia

Pensate ad un momento sportivo che ha segnato la vostra vita. Da italiani è ipotizzabile rivivere le emozioni del rigore di Fabio Grosso all’Olympiastadion di Berlino. Io, parlando di altri sport, penso ad Alessandro Ballan che lascia tutti di stucco nel circuito del mondiale di Varese 2008, oppure a Phelps che per la prima volta esulta al Foro Italico dopo aver sconfitto nuovamente il rivale Čavić. Eppure, nella storia recente del rugby c’è un’immagine che non può essere cancellata e che ha cambiato l’inerzia di questo sport. Il teatro era lo Stadium di Sydney, il contesto era la finale della Coppa del Mondo 2003. A contendersi la Webb Ellis Cup si trovavano i padroni di casa degli Wallabies e proprio l’Inghilterra capitanata da Martin Johnson e con Jonny Wilkinson da apertura.

Per molti quella è stata la più bella finale di sempre, d’altronde in campo si affrontarono campioni come Dallaglio e Smith, Robinson e Flatley, Gregan, Larkham e Wilkinson, solo per citarne alcuni. In equilibrio fino al termine degli 80 minuti, le due squadre si trovarono costrette ad un plus di fatica dei supplementari per mettere le mani sul trofeo. I tempi regolamentari si conclusero in perfetta parità, con una meta a testa di Tuqiri e Robinson e i piazzati di Flatley e Jonny. Nel secondo tempo supplementare la partita si ruppe dopo un break decisivo del mediano di mischia Dawson, la fase successiva di Johnson portò Wilkinson ad “azzerarsi” perfettamente tre metri fuori dalla linea dei 22… il resto è storia. 

Con una freddezza ed un’eleganza che solo pochissimi eletti possiedono, al minuto 19 del supplementare, Wilkinson realizzò il drop più iconico di sempre che portò il primo titolo iridato nelle mani di una nazionale dell’emisfero nord: l’Inghilterra di Sir Woodward.

Tra dedizione e maledizione

Una vita in nazionale, un mondiale vinto da super protagonista, una Premiership, due Heineken Cup e 67 punti in carriera con i Lions. Un palmarès che fa invidia a qualsiasi altro giocatore di rugby dell’emisfero nord, eppure Wilkinson con un po’ di fortuna in più avrebbe potuto persino fare meglio (forse molto meglio). La bellezza del numero 10 inglese, oltre che derivante da un talento mai visto in Europa, è riconducibile alla parola “dedizione”. In 17 anni di attività Wilkinson non si è mai tirato indietro dall’effettuare un placcaggio duro su un avanti.

Questa sua dedizione al gioco, unita ad un fisico “di cristallo”, gli costò numerosi infortuni, spesso gravi. Dal braccio, ai legamenti del ginocchio (due volte), passando per gli adduttori e per la lacerazione di un rene. Queste furono le maledizioni del più grande mediano d’apertura della storia europea, nonché il secondo in termini di punti di sempre, dietro solo a sua maestà Dan Carter. I rimpianti sono tanti perché se Wilkinson non avesse perso oltre due anni di carriera forse il primato di Carter non sarebbe così intoccabile.

Wilkinson

Di sicuro un giocatore come Wilkinson non si rivedrà mai più su un campo da rugby. Un talento così puro che in questo sport oggi manca, e tanto. Un’eleganza così perfetta da creare curiosità, con quella sua posizione diventata iconica prima dei calci piazzati. Una postura tanto imitata negli anni a venire, spesso con risultati pessimi e goffi, che nessun’altro riuscirà a rendere così dantesca ed efficace. Jonny Wilkinson è l’icona del rugby del terzo millennio. Journalism Zoom vi dà appuntamento a lunedì prossimo con #icone.

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