Abbiamo avuto il privilegio di partecipare a Vanity Fair Stories, il grande weekend festival di Milano organizzato da Vanity Fair Italia. Per l’occasione, nell’arco di due giorni, sul palco dello Space Cinema Odeon si sono alternati cantanti, attori nazionali e internazionali, registi, sceneggiatori, scrittori e stelle dello sport per prendere parte a degli interessantissimi talk su temi di vario genere.

Noi di JZ abbiamo avuto la fortuna e la possibilità di presenziare ad entrambe le giornate legate all’evento, avendo naturalmente un particolare occhio di riguardo per gli ospiti legati  – direttamente o indirettamente – al mondo dello sport.
A tal proposito, durante la seconda giornata, siamo stati in prima fila a due passi da Claudio Marchisio, che di fatto era uno dei protagonisti più attesi dell’intero evento e con il quale abbiamo potuto interagire in occasione del suo intervento sul palco.

Centrocampista simbolo della Juventus, Claudio Marchisio ha legato gran parte della carriera al club torinese, con cui ha vinto sette campionati di Serie A consecutivi (dal 2011-12 a 2017-18), uno di Serie B (2006-07), tre Supercoppe italiane (2012, 2013 e 2015) e quattro Coppe Italia consecutive (dal 2014-15 al 2017-18). Vanta inoltre la vittoria in un campionato di Prem’er-Liga con lo Zenit San Pietroburgo (2018-19). 

Ecco quindi come è andato il nostro incontro con il Principino.

«Non voglio essere considerato diverso, solo un semplice uomo al di là della mia professione». Claudio Marchisio è sempre stato considerato un calciatore particolare: nei suoi qunidici anni di carriera da professionista, si è sempre distinto per i frequenti interventi su temi spesso scottanti, dall’attualità alla politica.

Un giocatore che ha sempre messo faccia e cuore nelle battaglie più importanti. La prima, quella per la ricerca sul cancro, combattuta assieme all’AIRC: «Ho perso un mio amico a 17 anni per un tumore al ginocchio, e in episodi come questi non puoi che sentirti ancora più vicino». L’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro sta raggiungendo enormi risultati, grazie soprattutto al lavoro di giovani talenti come Giorgia Ceccotti. Una responsabilità importante, «Non solo di chi può aiutare in maniera importante, ma che hanno tutti nel loro piccolo», essenziale per vincere questa difficilissima partita. 

E di partite difficili Claudio Marchisio se ne intende. «[Il ritiro dal calcio giocato] è solo un’altra tappa di un percorso cominciato quando ho dato il primo calcio al pallone a 3 anni. Sono molto curioso, ma non è facile reinserirsi dopo 30 anni di calcio. Voglio fare qualcosa anche al di fuori dello sport». Ed è proprio fuori dal campo che il Principino ha fatto il primo passo verso un futuro ancora non programmato.

Collaboratore di Corriere della Sera, Claudio Marchisio ha combattuto in prima linea un’altra battaglia importante: il rapimento di Silvia Romano, volontaria scomparsa in Africa un anno fa. «Mi hanno impressionato i commenti social pieni di odio verso di lei» dice «Pensare che queste piattaforme sono nate per condividere; sono diventate uno strumento dove tutti sparano giudizi. Ho sempre detto la mia e ho anche ricevuto minacce di morte, ma sono i giovani i più esposti. Sta a noi insegnare loro che la realtà è un’altra». Una situazione non facile, certo, ma Claudio Marchisio ha molta fiducia nelle nuove generazioni. «Sono il futuro, devono rimboccarsi le maniche e diventeranno grandi uomini. Solo così avranno tante soddisfazioni».

Di soddisfazioni Claudio ne ha avute molte, soprattutto col calcio. L’ultimo anno di carriera l’ha fatto in Russia, a San Pietroburgo: «Mia madre ha pianto per mesi, poi è stata la prima a venirmi a trovare con gli agnolotti. Là era tutto diverso, ero abituato a Torino, ma è un mondo totalmente diverso». Per l’ultimo addio Marchisio è però tornato a casa, alla Juventus, club a cui è sempre stato legato: «[Il giorno dell’ultima partita] ho detto addio al mio sogno, ma tutti i sogni che avevo da ragazzo erano realizzati. Devo ringraziare tutti, a partire dall’avvocato Agnelli che mi ha accolto per primo quando ero bambino». 

«Non è stato facile, ma l’ho fatto anche per godermi di più la famiglia». Famiglia a cui Claudio è sempre stato affezionato, in particolar modo al papà, che ricorda così: «Non lo vedevo mai durante la settimana, ma il weekend non si perdeva mai una partita. Mi regalava le VHS dei grandi campioni, e io le guardavo cercando di emulare le loro mosse. La prima borsa da calcio, poi: piena di magliette». Adesso che di figli ne ha due, Claudio pensa spesso ai genitori: «Nelle scuole calcio di oggi c’è troppa pressione. Non mi importa se vorranno giocare a calcio o a scacchi. Alla loro età pensavo a divertirmi, alle ragazze, e voglio che anche per loro sia così». 

Un ringraziamento speciale a Claudio Marchisio e a Vanity Fair Italia.

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Dal nostro inviato Francesco Gerbaldo

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