La voglia intramontabile di calpestare l’erba di quel rettangolo verde, lontano dal quale non riesce a restare. Il racconto dell’arrivo ai piedi dell’Etna, in un club che gli ha permesso di assaporare il calcio che conta e per il quale oggi esprime solidarietà e gratitudine. Poi il lungo periodo trascorso con quella maglia biancorossa, nel ricordo di un presidente con la P maiuscola e dei momenti vissuti in una città che lo ha scelto come proprio simbolo, per il quale nutre un amore viscerale. Con progetti futuri annessi, tutto questo, ed anche altro, è Adriàn Ricchiuti, ex centrocampista di Catania e Rimini tra le altre, che abbiamo avuto il piacere di intervistare in questi giorni. Come sempre, ne è venuta fuori una suggestiva ed interessante chiacchierata

Ricchiuti

Hai esordito in Serie A a trentuno anni con la maglia del Catania, mentre a trentanove in Champions con La Fiorita: insomma, a primo impatto verrebbe da dire che sei una persona molto paziente. Che tipo di emozioni leghi a questi due importanti traguardi?

“C’è sicuramente la passione che mi lega a questo sport. Giocare a calcio è la cosa che amo di più al mondo e continua ad esserlo ancora oggi che, a quarantun’anni, mi ritrovo a lottare con il mio fisico che inizia a darmi qualche problemino. Però io sono nato per giocare a calcio e non mi vedo in nessun altro campo. I traguardi che ho raggiunto mi rendono orgoglioso e fiero soprattutto perchè so quanto ho lottato per raggiungerli.”

A proposito di Catania, una società che tu conosci molto bene avendo giocato fra le fila dei rossazzurri nei migliori anni della loro storia recente, quali sono i tuoi ricordi più “dolci” che conservi della tua esperienza siciliana? E conoscendo il momento non felicissimo che il club sta vivendo tra campo ed extracampo, quali sono le tue sensazioni in merito?

“Non smetterò mai di ringraziare la gente di Catania per tutto l’affetto che mi è stato riservato negli anni trascorsi lì, cosa che mi porterò dietro per sempre. Ricordo di essere arrivato nell’ultimo giorno di mercato, e si sa che quando arriva un giocatore da una categoria inferiore, seppur dopo aver fatto molto bene… la Serie A è pur sempre la Serie A. Mi sono presentato in punta di piedi, molto emozionato, ma sono riuscito a ritagliarmi il mio spazio. Il Catania quindi lo ringrazierò a vita, la società mi fatto conoscere e vivere per diversi anni un palcoscenico così importante facendomi sentire sempre a casa.
Per quanto riguarda il momento attuale, io credo che quest’annata storta in campionato dipenda parecchio dalla vicende legate all’extracampo, e mi fermo qui. Sappiamo benissimo che in queste situazioni tutto quello che succede fuori purtroppo poi si va a ripercuotere all’interno del rettangolo di gioco perchè toglie serenità alla squadra. Mi auguro che ne vengano a capo il prima possibile.”

Abbiamo detto del Catania, ma fra le tue tante avventure nel nostro calcio la più duratura è stata quella con il Rimini, club del quale tra l’altro sei recordman per presenze: raccontaci un po’ che tipo di legame hai sviluppato con i biancorossi in tutti questi anni.

“Giocare nel Rimini per me è stato sempre un onore, e con il passare del tempo questo rapporto è diventato molto di più di un semplice legame professionale. Ancora oggi, la mia vita è sempre qui: non vesto più questa maglia ma sono tifoso del Rimini, abito a Rimini e spero addirittura di morire in questa città perchè la reputo fantastica. Per quanto riguarda la mia carriera qui, dirò sempre grazie alla società e al suo grandissimo presidente, Vincenzo Bellavista, uno di quei presidenti con una passione vera, un immenso amore e una gran voglia di vincere. Purtroppo di proprietari così non ce ne sono più al giorno d’oggi, e anche se lui non è più fra noi, sicuramente è rimasto e sarà sempre nella storia e nel cuore dei tifosi del Rimini. Personalmente, come ho detto, mi ha fatto conoscere ed amare questa città e questa maglia e di questo gliene sarò sempre grato.”

Ricchiuti

Da ormai diverso tempo parallelamente alla carriera calcistica hai cominciato ad avere alcune esperienze sia come dirigente che come tecnico nei settori giovanili. A questo punto del tuo percorso la domanda appare quindi legittima: che cosa vorresti fare una volta appese le scarpette al chiodo?

“Inizialmente ho intrapreso un percorso da Team Manager qui al Rimini perchè dopo essere tornato quest’anno, il presidente attuale mi ha detto che per me in questo calcio non c’era più posto, anche se mi viene da ridere ripensandoci. Tuttavia, ho preso in considerazione quelle parole e ci ho riflettuto, pensando al fatto che magari è davvero arrivato il tempo di dire basta, e quindi ho cominciato questa carriera da dirigente in un ruolo dove comunque mi sono trovato molto bene. Adesso però mi sto dedicando ad altro, infatti come appunto dicevi anche tu, da un po’ di tempo sono anche un tecnico nei settori giovanili allenando i bambini. Devo dire che probabilmente allenare è la cosa che mi piace di più: con Francesco Scotti (ex portiere anch’egli del Rimini, ndr.), da tre anni a questa parte organizziamo un camp che ha sempre grande successo, mentre durante la stagione alleniamo poi i nostri rispettivi gruppi. La mia ambizione è quella di poter diventare al più presto allenatore di una squadra in Serie D o magari anche in Eccellenza. Dico sempre che in questo mondo la differenza la fa anche il passaparola, e quindi rimango in attesa di una chiamata, ma penso che lavorando bene col tempo arriverà ogni cosa.”

Chiudiamo con un consiglio per le nuove leve. Come dicevamo poc’anzi, nel corso della tua lunga carriera hai raggiunto traguardi importantissimi e sei diventato un grande giocatore dopo aver fatto tanta gavetta nelle leghe minori: credi ancora che questo sia il miglior percorso per ogni giovane che vuole affermarsi anche ad alti livelli? E che tipo di importanza dai ai settori giovanili in tal senso?

“Secondo me dovremmo innanzitutto iniziare a capire dove vogliamo davvero arrivare con questi settori giovanili. Per prima cosa, i ragazzi stessi, dai più grandi ai più piccoli, devono essere più ambiziosi: purtroppo devo ammettere che negli ultimi anni vedo sempre più giovani che si allenano tanto per passatempo e non perchè ci credono davvero. Già questo, per chi vuole raggiungere certi traguardi, non va bene. Poi sicuramente chi di dovere deve rendersi conto che se non si inizia a lavorare con serietà sui nostri giovani, difficilmente riusciremo a far venir fuori nuovi giocatori o talenti interessanti. In questo processo di crescita, un plauso lo faccio sicuramente al C.T. Roberto Mancini perchè credo che lui – oltre a puntare sui giovani – stia provando a cambiare la fisionomia del gioco della Nazionale, ricercando un calcio più spumeggiante e spregiudicato rispetto al solito difensivismo italiano. Non è un caso infatti che negli ultimi mesi l’Italia sia andata veramente forte: aldilà del fatto che forse le avversarie affrontate non erano di livello, già lanciare questo messaggio di cambiamento è sicuramente un gran passo in avanti.”

 

Un ringraziamento speciale ad Adriàn Ricchiuti.

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Intervista di Ferdinando Gagliotti con il contributo di Marcello Mazzari

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