Quest’oggi abbiamo avuto il piacere di intervistare Robert Acquafresca, attaccante tutt’ora in attività il quale nel corso delle sue annate passate ha vestito maglie in Serie A e non solo, fra le quali annoveriamo quelle di Cagliari, Atalanta, Bologna e Genoa oltre che di Treviso e Ternana. Oggi trentaduenne, “Bobo” (così come veniva soprannominato all’epoca delle sue annate sarde) ha raggiunto diversi traguardi negli anni, siglando gol decisivi a Inter (e non ad “un’Inter qualsiasi” ma a quella del triplete nel 2009-10), Juventus e Napoli. Fino ad oggi, ha collezionato tra Serie A e Serie B, 268 presenze, impreziosite da ben 55 gol. Inoltre, grazie all’esperienza spagnola avuta con la maglia del Levante ormai diversi anni fa, ha calcato sia i campi della Liga Santander per ben 13 volte e quelli europei, grazie a tre presenze in Europa League.

Per questi motivi, oltre che per il fatto di aver conosciuto un ragazzo disponibilissimo e ancora parecchio “affamato”, è stato per un vero piacere scambiare quattro chiacchiere con Robert, che ringraziamo vivamente averci concesso questa interessante intervista. Buona lettura!

Acquafresca

Buon pomeriggio Robert, innanzitutto vorremmo cominciare dai tuoi esordi, quelli durante i quali hai calcato per la prima volta dei campi di calcio. A tal proposito, dopo aver mosso i tuoi primissimi passi nell’Alpignano, la squadra della città in cui sei cresciuto, ad acquistarti alla giovanissima età di dieci anni fu il Torino, club che tuttavia dovesti lasciare a causa dell’allora fallimento della società. In tempi in cui ogni anno falliscono società importanti e ci sono sempre più spesso questo tipo problemi, quanto è stato difficile per te come giovane affrontare una situazione del genere? In una squadra che fra l’altro era quella della tua città natale.

“Fu molto difficile, soprattutto perché tutto ciò accadde in fretta e senza preavviso, ma lo dovetti fare per poi andare a giocare in Serie A. All’inizio ebbi diverse difficoltà, le quali erano legate al fatto che fosse un qualcosa di inaspettato e soprattutto alla mia inesperienza, poi piano piano riuscì a lasciarmi questa storia alle spalle e le cose presero la giusta strada. In ogni caso, il fallimento della società in cui giochi è un qualcosa che non auguro a nessun giovane, soprattutto in un caso simili al mio in cui a soli 17 anni mi ritrovai a dover vivere un’esperienza simile mentre cercavo di affermarmi.”

Nella stessa estate sei poi passato all’Inter, che ti prese a parametro zero e che puntava a farti crescere tra le file del Treviso per ben due annate. Con i veneti nel corso della prima stagione hai esordito in Serie A, tra i grandi del calcio e a soli diciotto anni in una gara contro il Livorno. Nella stagione successiva invece hai trovato anche il primo gol tra i professionisti, ovvero in Serie B causa la retrocessione del club biancoceleste. Quali di questi avvenimenti ricordi con maggiore piacere, e quale di essi è stato secondo te più importante ai fini della tua crescita?

“Sicuramente il primo gol non si scorda mai, ma anche la tripletta allo Spezia, che siglai quell’anno, fu un momento davvero emozionante e che tutt’oggi ricordo con grande piacere. Per quanto concerne invece il mio esordio in Serie A, fu un insieme unico di emozioni anche perchè avvenne nel giorno del mio compleanno, diventando senza dubbio il miglior regalo che potessi ricevere (ride, ndr). A Treviso comunque ho trascorso due belle annate, e mi dispiace infatti non essere rimasto in contatto con nessun compagno o dirigente perchè poi la mia carriera mi ha portato sempre lontano dal Veneto. Tuttavia, è una squadra al quale rimango legato e infatti poco tempo fa mi sono ripromesso di tornare il prima possibile per un saluto ai tifosi.”

Acquafresca

Dopo due anni in Veneto sei arrivato – sempre in prestito – in Sardegna, che ancora oggi penso possa considerarsi la tua seconda casa, o forse la prima a livello calcistico. Lì sono arrivati i tuoi primi gol in Serie A e le stagioni di alto livello che ti porteranno ad essere uno dei giovani attaccanti italiani più promettenti del panorama europeo, nonché uno degli attaccanti più letali in Italia in generale. Non a caso, le 32 reti che hai messo a segno nelle tre annate con i sardi ti hanno portato anche al settimo posto dei migliori marcatori della formazione rossoblù. Cosa significa per te aver scritto una pagina di storia di questo club e soprattutto aver raggiunto questi importanti traguardi (la Serie A, l’affermazione ecc.) nella tua carriera?

“Tutto ciò è bellissimo e mi riempie d’orgoglio, anche perché la Sardegna è ormai a tutti gli effetti la prima casa, visto che sono rimasto a vivere qui con la mia famiglia. Sicuramente c’è anche un po’ di rammarico, perché se come marcatore ho raggiunto il settimo posto in soli tre anni, se fossi rimasto qualche altra annata sono certo che avrei potuto fare ancora meglio. Purtroppo ai tempi provai in ogni modo a rimanere in Sardegna, ma ciò non fu possibile. Purtroppo ho lasciato alcune cose incompiute lì, e per un attaccante vedere sfumati questi traguardi è una ferita non indifferente. Lo penso anche e soprattutto vedendo tutti  i vari bomber che si sono poi susseguiti in questi anni, da Pinilla e Pavoletti, passando per Borriello, Sau o lo stesso Joao Pedro che quest’anno ha eguagliato il record di Gigi Riva segnando dieci gol in altrettante gare. Ribadisco quindi: sono certo che se avessi continuato, avrei potuto migliorare la mia quota realizzativa, oltre che poter vivere momenti ricchi di felicità e gloria”.

Nel corso della seconda stagione nel club sardo, sotto la guida tecnica del nuovo tecnico Massimiliano Allegri, tra andata e ritorno mettesti a segno due reti contro l’Inter, che contribuirono a ben quattro punti totali in stagione contro la squadra che a quei tempi deteneva il tuo cartellino. Cosa significa segnare in un tempio del calcio quale San Siro? Inoltre, già ai tempi Allegri dimostrava di essere un tecnico con largo margine di crescita, oltre che ottimo stratega e vincente?

“Significa parecchio, perché stiamo parlando dell’Inter che ha vinto il triplete, una squadra che all’epoca aveva una rosa di alieni. Questi due gol fra l’altro mi valsero anche una ‘dedica’ da parte di Mourinho, il quale dichiarò che dopo quei due gol alla squadra di proprietà del mio cartellino, non potessi tornare nell’Inter: non ho mai capito se si trattasse di una semplice battuta o se lo pensasse davvero, ma ancora oggi mi fa piacere pensare che uno come lui rimase così colpito dalla mia personalità. Fu una grande emozione segnare in uno stadio come San Siro, ma ad essere sincero, a causa della mia mancata avventura in maglia nerazzurra, con la quale purtroppo non ho mai avuto modo di giocare, non sentivo la pressione dell’ex. Per quanto concerne Allegri, lui aveva il pregio di creare un gruppo unico e compatto, oltre che metterti nelle migliori condizioni per affrontare la partita. Sicuramente, già a Cagliari si vedeva che era un allenatore che aveva qualcosa in più.”

Per chiudere il discorso relativo al Cagliari, quanto ti fa piacere la grande calvacata che i sardi stanno avendo in questa stagione? Tu che conosci bene l’ambiente e la società, come spieghi un’esplosione tale? Credi che potranno arrivare davvero lontano?

“Secondo me potrebbero fare strada ed arrivare a vette molto ambite, perché hanno una rosa che offre in campo molta qualità e quantità, oltre che un modo di giocare spregiudicato e offensivo. A mio avviso, conoscendo l’ambiente e le condizioni, oltre che i mezzi che hanno a disposizione, quest’anno potranno continuare a lottare per queste posizioni in classifica (quarto posto, ndr) e togliersi diverse soddisfazioni. In ogni caso, penso che il merito non sia solamente della società che ha dato a Maran una competitiva, ma anche del mister stesso, perché paradossalmente quando si ha a disposizione un centrocampo così forte come quello che hanno loro, composto da calciatori che potrebbero essere tutti potenziali titolari in diversi club di Serie A, non è facile scegliere chi far scendere in campo la domenica. Inoltre, se ci pensi, è stato bravo a gestire le gare più complicate: contro il Napoli, ad esempio, ha fatto la partita che doveva fare, aspettando il momento giusto per colpirli in contropiede cercando di non concedere nulla per novanta minuti; al contrario invece, a Bergamo con l’Atalanta il mister ha deciso di giocarsela a viso aperto nonostante si trovasse di fronte una squadra che gioca all’attacco ogni partita. Insomma, di certo Maran non lo scopro io ma è corretto dare i giusti meriti anche lui. Ovviamente, in generale io spero che il Cagliari possa arrivare più in avanti possibile sia quest’anno che in futuro.”

Nelle stagioni successive al periodo in Sardegna non sei riuscito a ripeterti né al Genoa, né all’Atalanta e né al Bologna, dove comunque hai vissuto periodi importanti. Tornando indietro avresti preferito fare scelte diverse o sei contento della carriera che hai avuto?

“Penso che tornare indietro per evitare i problemi sia da persone deboli. Io sono orgoglioso di ciò che ho fatto nella corso della mia carriera e mi assumo le responsabilità degli errori che sicuramente ho commesso; le colpe in queste esperienze non le attribuisco solo a me, ma anche alle società che, come a Bologna, non mi misero in condizione di avere una certa continuità e quindi ripetermi nel corso delle annate. A Genova stessa, fui costretto ad andare via per questioni di mercato, perciò non tutte le responsabilità sono mie. Ad ogni modo, come ho detto sono felice della mia carriera: pur non essendo Ronaldo, ho sempre sudato per ottenere questi traguardi e penso che per un ragazzo di Alpignano, aver disputato duecento gare in Serie A e aver messo a segno più di quaranta gol tra i professionisti, non sia un qualcosa di poco conto.”

Nel corso della tua carriera hai avuto anche la possibilità di fare delle esperienze all’estero, vestendo le maglie di Levante e Sion. Con la prima hai avuto il modo di approdare e scendere in campo anche in una competizione europea, ovvero in Europa League, mentre al contrario con la compagine elvetica hai trovato pochissimo spazio senza mai riuscire a dare continuità alle tue prestazioni. Ti chiedo appunto, viste le tue esperienze oltre al confine italiano, cosa differenzia il calcio del nostro paese da quello degli altri campionati? E tu, a livello personale, che tipo di esperienze hai vissuto? Sia in campo che fuori.

“La pressione e la tattica sono le differenze principali tra il calcio italiano e quello che si gioca in altri campionati che non facciano parte dello stivale. Spesso all’estero si punta a fare un gol in più dell’avversario, per portare a casa i tre punti. Personalmente, entrambe le esperienze che ho fatto sono state delle esperienze bellissime nonostante non siano durate molto. Inoltre, l’emozione di scendere in campo con la maglia del Levante in una competizione europea, è stata molto forte. Allo stesso tempo ho avuto anche il piacere di imparare le lingue straniere, infatti ho imparato il francese, lo spagnolo e migliorato l’inglese. Difatti, anche mio figlio parla inglese e francese, perciò aldilà del calcio sono state delle fantastiche esperienze di vita”.

 

Per chiudere in bellezza, con la giusta curiosità e con la speranza di rivederti presto nei campi italiani, vorremmo domandarti se hai ricevuto offerte importanti negli ultimi mesi e se ti va di raccontarci qualche retroscena, visto che da quest’estate – dopo il biennio al Sion – al momento non hai ancora deciso il tuo futuro.

“Ho ricevuto alcune proposte, ma ribadisco, io nel corso degli anni la carriera me la sono costruita e non mi ha regalato mai niente nessuno. Ho alle spalle esperienze importanti, perciò sono convinto di quello che ho fatto. Io ho sempre giocato tra i professionisti, a parte due anni e mezzo di Serie B ho sempre giocato in Serie A, perciò aspetto solamente offerte all’altezza”.

 

Un ringraziamento speciale a Robert Acquafresca

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Intervista di Simone Cataldo con il contributo di Marcello Mazzari

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