La decisione della FA scozzese di vietare i colpi di testa per i ragazzi sotto i 12 anni ha fatto riemergere lo spettro della ETC nel mondo del pallone. Di questo tipo di provvedimento si parlava già da anni, ma per la prima volta viene attuato in Europa. Tutto questo dopo i primi risultati di studi riguardanti la correlazione dell’incidenza dello sviluppo di malattie neurodegenerative nei calciatori e questo fondamentale. Cerchiamo di analizzare come ci si è arrivati e che tipo di seguito potrà avere.


La morte di Jeff Astle e gli studi britannici


Il primo caso allarmante risale al 2002, con la morte prematura di Jeff Astle, ex attaccante del WBA e della nazionale inglese. Gli esami cui venne sottoposto mostrarono come a soli 59 anni fossero presenti importanti segni di demenza. L’associazione tra questa e la sua lunga carriera è immediata per i medici. Astle era infatti il tipico attaccante britannico, che faceva del colpo di testa il suo pezzo forte. In breve tempo si aggiunsero altri casi, di giocatori ancora in vita, colpiti da patologie neurodegenerative, come Nobby Stiles, Jack Charlton e altri componenti della nazionale inglese del ’66. Col venire a galla di questi casi, iniziarono anche i primi studi, in Gran Bretagna e negli USA. Non sempre basati su campioni ampi, qualcuno enfatizzato oltremodo dalla stampa, ma tutti con una similitudine: l’esistenza di una correlazione tra la pratica del calcio e l’insorgenza di queste malattie e in generale a problemi di “concussion”.

Colpi di testa


Traumi, ETC, ma non solo


Encefalopatia traumatica cronica. Questo il nome esteso della ETC, malattia che ha preso i titoli dei giornali soprattutto con il football. È infatti il mostro tanto temuto dagli atleti americani protagonista del film “Zona d’ombra”. Si tratta di una forma di demenza che si sviluppa principalmente a causa del ripetersi nel tempo di traumi cerebrali, anche di piccola entità. Se in un primo momento sembrava legata solo a colpi sono violenti come nel pugilato, si è poi notato come la malattia si sviluppasse anche in atleti di altri sport. ETC, appunto, ma non solo. Dopo studi più approfonditi su atleti nati prima del 1976, si è notato come anche altre malattie come SLA, Parkinson e Alzheimer si sviluppassero 3,5 volte più frequentemente che nel resto della popolazione. Dati sicuramente allarmanti, ma non ancora definitivi, in quanto la conoscenza riguardo questa tematica non è ancora così completa. Se la pericolosità di colpi violenti è acclarata, gli studi riguardo agli effetti a lungo termine dei microtraumi sono ancora da approfondire. I primi risultati, però, dicono che siano reali. I rischi sono principalmente legati a due fattori. Il primo sono i traumi in età infantile, con i bambini che hanno il cranio meno spesso e muscoli del collo meno sviluppati. Ciò rende più facile incorrere in microtraumi. Il secondo fattore è la cosiddetta sindrome da secondo impatto. Essa consiste nel subire un secondo trauma prima di aver recuperato totalmente dal primo.

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Quali sono le zone del gioco più pericolose


Il calcio ha sicuramente contatti di entità inferiore rispetto a football o boxe. Ogni tanto ci sono infortuni gravi al capo, come fu per Cech, ma si tratta per lo più di casi isolati e incidenti. Il problema nasce quindi soprattutto dai microtraumi. Mediamente un calciatore colpisce il pallone di testa 6 volte a partita. A queste vanno sommate le centinaia in allenamento e eventuali scontri con gli avversari. A incidere sulla gravità dei colpi c’è la velocità del pallone e il modo in cui lo si colpisce. Quindi sono potenzialmente pericolose tutte le azioni di cross, soprattutto in mischia, dove ci possono essere scontri e il pallone viene colpito in maniera più “sporca”. La situazione peggiora ovviamente per gli atleti professionisti, per cui aumentano enormemente il numero e la forza dei colpi. L’altra grande area di interesse è ovviamente quella legata ai giovani che non hanno completato lo sviluppo.

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Vietare i colpi di testa nelle giovanili è una prima misura preventiva


Questo non vuol dire che si debba eliminare questo fondamentale dal calcio, sia chiaro. È probabilmente ora però di prestare maggiore attenzione alla tematica dei traumi cranici o concussion, dalla terminologia inglese. La norma approvata in Scozia è ancora solo una misura preventiva di cui non si possono sapere i benefici reali. Già da tempo si pensava a questo tipo di soluzione ed era già stata varata dalla federazione statunitense. Negli USA, sicuramente più sensibili al tema, già dal 2015 sono vietati i colpi di testa per i ragazzi sotto gli 11 anni e limitati ai soli allenamenti fino ai 13. Il dottor Omalu, quello dell’inchiesta nel football, addirittura estenderebbe il divieto fino ai 18 anni, quando lo sviluppo è completo. Di sicuro qualche precauzione è necessaria. Se sia questa quella giusta ce lo diranno il tempo e gli studi futuri. Anche perché, rispetto all’epoca di Astle, i materiali dei palloni sono migliori e gli scontri tendenzialmente meno duri.

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Quali altre misure possono essere prese


Proprio lo sviluppo dei materiali e delle tecniche di fabbricazione dei palloni potranno dare un ulteriore aiuto. Si può pensare di utilizzare palloni più morbidi nelle categorie giovanili, anche solo in allenamento, per imparare il fondamentale. Questo può essere implementato in aggiunta al divieto dei colpi di testa in partita. Un ulteriore aiuto è l’affinamento della tecnica nei colpi di testa. Colpire con una parte della testa anziché un’altra, magari tenendo gli occhi aperti, e avendo la giusta tensione nei muscoli del collo va diminuire il rischio di traumi. Come ultima misura, non meno importante, c’è quella di normare a livello mondiale un protocollo da utilizzare in caso di colpi alla testa, sulla falsa riga dei protocolli delle leghe americane. In parte esiste già, ma sarebbe bene avere un protocollo unico più rigido. Magari con una persona esterna a dare il via libera per il rientro. Insieme ad esso, sempre negli states, era stato proposto di dare la possibilità di un cambio extra utilizzabile solo per questo tipo di infortuni. Questa ovviamente è una norma applicabile solo al professionismo, ambito in cui ci sono le risorse economiche per attuarla. In sintesi, le strade percorribili sono diverse. Il divieto di colpire di testa nelle categorie giovanili è la prima e andrà valutata. Al di là dei risultati dei prossimi studi, la cosa fondamentale è dare la giusta importanza a questo tipo di problematica, storicamente sottovalutata.

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