Sono passate due notti da uno dei Derby di Milano più strani degli ultimi anni. I tifosi nerazzurri hanno festeggiato e continuano giustamente a farlo, mentre i rossoneri, dopo le prime ore di pura tristezza adessso stanno cercando di capire cosa può essere successo in quei quindici minuti che hanno cambiato la partita e, forse, anche la stagione. Non è necessario ribadire che il Milan sia stato dominatore della prima frazione di gara, ma questa non può essere nemmeno una magra consolazione, anzi, non è altro che un’aggravante e un’elevazione a potenza del rammarico. D’altronde la Curva Sud lo sa bene: un’occasione così, a breve, non ricapiterà. Ma allora, cos’è successo durante l’intervallo? Noi non possiamo saperlo, ma proviamo almeno a ricostruire teoricamente lo snodo cruciale del Derby di Milano.

Derby di Milano

Il primo tempo dei rossoneri è stato senza dubbio il migliore della stagione. Un modulo nuovo, ma neanche troppo considerando che il 4-4-1-1 era un classico 4-3-3 edulcorato. Non parliamo di Ibrahimović perché è talmente forte che risulta superfluo idolatrarlo. Parliamo dei protagonisti inaspettati: Calhanoglu e Castillejo. Il turco, che ha agito principalmente sul centro-destra fino a fare il sottopunta di Ibra, ha incantato per la precisione dei passaggi e soprattutto dei movimenti. Lo spagnolo invece ha regalato una prestazione a tratti disordinata sul piano tattico ma estremamente efficace. Un Milan sugli scudi e un Inter non al meglio e con qualche forfait importante ha portato ad un risultato parziale pressoché inevitabile: 2-0 e Curva Sud in fiamme. E poi si è spenta la lampadina, anzi è andato in cortocircuito tutto quanto.

L’incapacità di vincere partite importanti

Ciò che è emerso dal rientro in campo dopo l’intervallo è stato un Milan spento, fermo e senza più alcun tipo di verve. Per chi la partita l’ha vissuta sa bene che il risultato dopo il gran gol di Brozović era già scritto, non per uno strapotere nerazzurro ma per una vera e propria incapacità dei rossoneri di vincere le grandi partite.

L’errore, che il Diavolo commette da tanti anni è quello di ragionare da grande squadra, pur non essendo tale. Perché parliamoci chiaro, il Milan non è una grande squadra e non può aggrapparsi alla patch che indica le sette Champions League. E dalla Curva ciò che si diceva era: «se tutte le provinciali quando sono in vantaggio si sdraiano davanti alla porta perché non lo facciamo anche noi?». Una mentalità che ricorda quella dei bei tempi, che tuttavia sono così remoti da risultare anche sbiaditi nella mente.

D’altronde il calcio insegna che giocare 45 minuti su 90 non è mai una grande scelta. La prova di ciò si è vista anche sabato sera quando la Juventus dopo il 60′ ha letteralmente spento la spina per poi perdere la partita ai danni dell’Hellas. Ecco, se la Juve, una delle squadre più forti del mondo, ha perso in malo modo contro una compagine nettamente inferiore per essersi completamente “dimenticata di giocare”, il risultato del Derby di Milano è presto giustificato.

La colpa è di tutti

A mente fredda è difficile attribuire a qualcuno in particolare la colpa della sconfitta. Non ci sono state prestazioni così evidentemente deludenti da poter prendere dei singoli come capri espiatori. Non si può rimproverare Leao per essere entrato in partita come se fosse a Copa Cabana a giocare a beach soccer. Non si può incolpare Bennacer se le trame di gioco sono diventate prevedibili. Non si può flagellare Rebić se di punto in bianco è passato dall’essere il migliore in campo all’elemento più in confusione dell’undici rossonero. Non è colpa di Pioli per i cambi quando ormai la partita era persa, d’altronde visti gli innesti poteva anche fare a meno di inserirli. La sconfitta nel derby è arrivata per mano della squadra e per lo scarso feeling con le grandi occasioni.

Derby di Milano

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