Il 19 aprile 2017 muore suicida nella sua cella Aaron Hernandez. Stava scontando l’ergastolo per l’omicidio di Odin Lloyd, suo amico e probabile futuro cognato. Attendeva l’appello, con possibilità quasi nulle di esito positivo, ed era appena stato assolto da un’accusa di duplice omicidio. Un epilogo impensabile per chi qualche anno prima era un astro nascente della NFL. Hernandez era però tante cose, forse troppe in un solo uomo. Poteva racchiudere tante storie di riscatto verso un passato difficile e verso alcuni dei mali della nostra società. Poteva essere una grande storia, ma le sue scelte l’hanno resa tragica. Ha portato via la vita di Odin, creato dolore in innumerevoli altre. Un background non semplice, le pressioni e i traumi subiti non lo hanno aiutato, ma conoscere l’intera storia può farci riflettere. Aaron Hernandez

L’eccessiva protezione degli atleti

Tra i tanti mali di questa vicenda partiamo probabilmente dal minore. Come si è scoperto, Aaron Hernandez non era nuovo ad episodi di violenza e scatti d’ira. Già ai tempi del college era stato coperto dagli avvocati dell’ateneo dopo che aveva colpito senza motivo il gestore di un bar. Come spesso accade, nelle città universitarie le autorità tendono a chiudere un occhio o agevolare risoluzioni economiche tra le parti coinvolte. Il giro d’affari per gli atenei è milionario e gli atleti un investimento da proteggere. Dalle “semplici” frodi accademiche, con voti regalati, alle tangenti fino a insabbiamenti veri e propri. Non va meglio con i professionisti, dove fama e ricchezza rendono tutto più semplice. Un senso di impunità che li può portare ad avere una scarsa coscienza della gravità e delle conseguenze dei loro atti. Questo non ha sicuramente aiutato Hernandez. Bastava un gesto mal interpretato o che gli facesse perdere fiducia per fargli avere reazioni sempre più violente, senza che nessuno provasse a fermarlo. Un senso di intoccabilità che ha caratterizzato un suo illustre predecessore, O.J. Simpson, durante tutte le sue vicende giudiziarie.

Un passato familiare complicato

La violenza e gli eccessi erano di casa. Una storia purtroppo non nuova. Il padre, molto considerato nella comunità, una volta a casa non era un modello. Alcolismo e violenti scatti d’ira erano frequenti, ma né lui, né gli altri componenti della famiglia, né chi era loro vicino ha mai fatto nulla. Nonostante tutto, Aaron idolatrava il padre. Voleva ripercorrerne le orme e giocare a football per UCONN, che a 16 anni aveva già assicurato a lui e al fratello maggiore una borsa sportiva. Purtroppo gli assomiglierà molto anche nei lati peggiori, ripercorrendone le orme con la sua compagna. Quando nel 2006 a seguito di una banale operazione il padre muore, è un trauma enorme. A questo si aggiunge il fatto che la madre inizia a convivere dopo poco con l’ex compagno della cugina di Aaron. Cugina che diventerà la sua figura di riferimento, con Hernandez che tronca i rapporti con la madre e decide di andare all’università della Florida, lontano da tutto il suo mondo. Una guida è sempre importante, soprattutto nelle difficoltà. Per superare l’abbandono o il tradimento della propria famiglia serve una grande forza, la fortuna e la bravura di trovare altri riferimenti che siano però sani. Un grande esempio è la storia di Jimmy Butler.

I rapporti con la criminalità

Nel periodo trascorso dalla cugina, Aaron Hernandez inizia a frequentare cattive compagnie. Questo nonostante Bristol, suo luogo d’origine, non sia certo Compton. La fuga da sé stesso e dalla famiglia lo porta a compiere scelte sbagliate. Oltre al sempre più frequente uso di stupefacenti, inizia a frequentare chi li spaccia. Il suo ritorno dopo gli anni del college si rivelerà più un problema che un aiuto. L’incapacità di legare con i compagni ai Patriots fuori dal campo fa sì che riallacci in fretta i contatti con i vecchi amici. Con l’aumentare delle sue paranoie, senza un aiuto vero, e senza cercarne uno, frequenta persone sempre meno raccomandabili. Il peggiore di questi è Alexander Bradley, grosso spacciatore e trafficante d’armi. Era con lui quando dalla sua macchina sono partiti i colpi che hanno ucciso due persone a Boston, per il cui omicidio fu assolto, ma su cui la verità non si saprà mai. Sempre Bradley gli procurava le armi e con una di queste Hernandez potrebbe avergli sparato in circostanze poco chiare, facendogli perdere un occhio. Tutto questo mentre domina in campo. Si sta però cacciando sempre più in fondo al tunnel. Se la storia ricorda un po’quella di Crittenton, ex Wizards mai è uscito dal mondo delle gang, vale la pena ricordare come in tanti siano abbiano scelto di evitare certi ambienti. Da Baron Davis a Derozan e Leonard, l’NBA ad esempio ne è piena.

Le dipendenze

Nei suoi ultimi anni da uomo libero, quando è lontano dal campo Aaron Hernandez è costantemente sotto effetto di alcol e stupefacenti. Marijuana, soprattutto, anche per lenire il dolore dei tantissimi colpi subiti. A questa sommava il massiccio uso di antidolorifici. Se è vero che per i professionisti si parla del giocare sul dolore come di una dote, si deve tenere conto dell’altra faccia della medaglia. Già dal college i giocatori usano quantità spropositate di farmaci, nonostante divieti e limitazioni. Idem tra i professionisti. Storie di chi poi abusa di droghe e farmaci anche nei periodi di attività se ne sentono anche troppe. Da chi cade in disgrazia dopo il ritiro, a chi come Josh Gordon si ritrova ad essere corpo estraneo ad una lega di cui poteva essere assoluto protagonista. Il fatto di regolamentare l’uso di queste sostanze, potrebbe aiutare, se i giocatori venissero seguiti meglio.

Abusi, omofobia e un cattivo rapporto con la propria sessualità

La storia di Aaron Hernandez è stata complicata ulteriormente dalla sfera più intima. Da bambino subisce ripetuti abusi da parte di un adolescente nella casa della sua babysitter. Abusi mai denunciati, come spesso avviene. Un esempio recente è quello di Simone Biles e altre ginnaste statunitensi, arrivate a denunciare solo dopo un lungo e difficile percorso. Il trauma non lo supererà mai, anzi gli renderà più difficile accettare la sua sessualità. Cresciuto in una famiglia apertamente omofobica, avrà sempre l’idea di essere sbagliato e lo assocerà agli abusi per darsi una giustificazione. L’ambiente del football non aiuta. L’immagine del giocatore dei film, spavaldo, con una infinita lista di ragazze conquistate, è anche ciò che ci aspettiamo nella realtà. Quando inizia una relazione col suo quarterback dell’high school iniziano anche le paranoie sull’essere osservato, scoperto e rovinato. D’altronde i casi di atleti che fanno coming out in attività sono rare eccezioni e non sono sempre accettati. Michael Sam, costretto di fatto a ritirarsi dal football, e Fashanu, rinnegato dal calcio, dal fratello e anche lui suicida, ne sono l’emblema. Di una gravità incredibile il trattamento ricevuto in un programma radio, in cui una giornalista ha divulgato l’indiscrezione, per altro infondata per le autorità, secondo cui Hernandez avrebbe ucciso per mantenere segreta la sua omosessualità, il tutto con toni offensivi. Due giorni dopo Hernandez si suiciderà, per alcuni anche a causa di questo episodio.

Disturbi psicologici e CTE

A completare il quadro ci sono disturbi pregressi che i traumi e l’ambiente in cui è cresciuto hanno aggravato. Gli viene diagnosticato un disturbo da deficit di attenzione, non curato, secondo lui per colpa della madre. Questo, unito agli abusi e alle violenze familiari è terreno fertile per lo sviluppo del disturbo antisociale. Disturbi che si sono aggravati negli ultimi anni. La sua incuranza delle regole, le esplosioni di violenza, gli sbalzi repentini d’umore non potevano essere una cosa normale. Nessuno lo ha aiutato in modo efficace e lui non si è fatto aiutare. A peggiorare tutto, si è scoperto dagli esami post mortem come i traumi cranici subiti nella seppur breve carriera avevano creato danni inimmaginabili. La CTE era ad uno stadio avanzatissimo, cosa impensabile per i medici in un ragazzo della sua età. Ciò ha sicuramente peggiorato i suoi comportamenti e le sue paranoie. Da Mike Webster a Junior Seau, sono molti gli ex atleti colpiti da questa malattia e dalle sue conseguenze, anche tragiche. Aaron Hernandez

Una grande vittoria mancata

Aaron Hernandez poteva essere la grande vittoria della NFL, su tutti i fronti. Ragazzo ispanico, minoranza poco rappresentata nella lega, simbolo della lotta contro le discriminazioni alla comunità LGBT, per movimenti che incoraggiano la denuncia contro abusi e violenze. Un colpo a ogni tipo di discriminazione e esempio di come si possa uscire da contesti sociali e familiari complessi. Tutto ciò non c’è stato. Di certo è diventato l’esempio più negativo possibile su come affrontare i propri demoni. Per questo non va compatito. Deve però far riflettere su quei temi, così spinosi quanto spesso evitati quando non ci coinvolgono direttamente. Inoltre per contrasto può esaltare la forza di chi ha affrontato e superato quelle difficoltà. Infine deve farci capire come anche i campioni dello sport siano uomini e donne come noi, con pregi e difetti e in quanto tali dobbiamo ammirarli e apprezzarli, anziché vedere in loro degli idoli, esempi di perfezione e forza che non ci appartengono, salvo poi essere pronti a massacrarli quando mostrano le loro debolezze.

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