All’inizio del nuovo millennio, per un giovanissimo sampdoriano come me la Serie A era il campionato degli altri. L’avevo persa qualche stagione prima in un nefasto pomeriggio bolognese. E l’avrei ritrovata solo nel 2003 grazie ai miei due miti di allora, Flachi e Bazzani. Avevo così simpatizzato per la Lazio scudettata dei tanti ex-blucerchiati, per l’Atalanta di Doni e Vavassori.

Ma soprattutto per lui, il Divin Codino. Che a Brescia, coccolato e protetto da Carletto Mazzone si era messo in testa di regalarsi, e regalarci, un ultimo grande Mondiale in maglia azzurra. E la stagione 2001-02, quella che si sarebbe conclusa proprio in Giappone e Corea, cominciò per Baggio come meglio non avrebbe potuto: 8 gol in 7 giornate.
Poi la compagna di una vita, la Sfortuna, bussò ancora alla sua porta: rottura del legamento crociato sinistro con lesione del menisco. Gettare la spugna sarebbe stato facile, oltre che comprensibile. Non per Roberto Baggio: 81 giorni dopo l’operazione eccolo di nuovo in campo, alla terzultima di campionato. Doppietta alla Fiorentina, cui aggiungere un altro gol contro il Bologna nell’ultima giornata.

Tutto inutile: il CT azzurro Trapattoni, nonostante l’enorme pressione dell’intero Paese, non cede. Per Baggio niente Mondiale. Un Mondiale che si rivelerà poi molto amaro per la Nazionale, nel segno di Byron Moreno. Chissà se la poesia nei piedi del Divin Codino avrebbe potuto qualcosa contro l’infausto fischietto ecuadoriano. Chissà se il Calcio abbia voluto in qualche modo rivalersi sulla testardaggine di Trapattoni.
Io nel dubbio, caro Trap, non ti ho ancora perdonato. E non so se mai lo farò.

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