Prendete una mattinata di mezza stagione a Venezia. Siete in una fondamenta dell’interno, una di quelle vie costeggiate da un canale. Arriva una gondola: il vogatore è in piedi, mentre una coppia, vagamente coatta, è sdraiata nello scafo. Ma un momento, c’è un altro personaggio in piedi, a prua, e sta cantando “O sole mio”. A Venezia? Sembra strano, ma tra calli e ponti ci si imbatte spesso in scene come questa, serenate su gondola in cui il menestrello di turno canta Renato Carosone, oppure accenna la melodia de Il Padrino. Tutto per compiacere ricchi turisti americani offrendo loro un’atmosfera italiana che, peccato, non è realistica.

Questa messinscena patetica è un perfetto esempio di prodotto kitsch e di come si produce. In pratica, con l’obiettivo di voler emozionare, si prende una vaga idea di passato (vero o presunto) al quale tutti sono sensibili, e la si rievoca in un nuovo prodotto. Che sarà kitsch, ma funzionerà, perché far leva sul passato è decisamente la via più breve per suscitare emozione: «La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia», scriveva Milan Kundera. Il kitsch, in fin dei conti, è una menzogna, un falso, una paraculata, una trappola nella quale, però, è difficilissimo non cadere.

Cos’ha in comune la Champions League con tutto questo? Il fatto che il suo inno, la famosa “musichetta”, è un prodotto altrettanto kitsch, creato nel medesimo modo.

Se dovessi spiegare a qualcuno cosa significa la parola cringe, gli mostrerei questo video

Tutti lo conoscono, tutti lo canticchiano durante le partite di Champions, rigorosamente inventandone le parole. Erling Haaland ce l’ha come sveglia, e sicuramente non è il solo. Chissà quanti ce l’hanno per suoneria e credo qualche coatto possa anche considerarlo la canzone più bella di sempre. Una canzone, perché questo in fondo è.

Tutti sono in qualche modo prigionieri del suo innegabile fascino: quando viene riprodotta prima del calcio d’inizio, coi calciatori allineati a centrocampo, i tifosi davanti alla TV alzano il volume, mentre quelli allo stadio restano in religioso silenzio, rispettando la sacralità della cerimonia, poi esplodono sul “the champions” finale, urlandolo. Neanche i calciatori restano impassibili: Thiago Silva ha la pelle d’oca, Messi trae dalle note un’energia particolare, mentre Ronaldo segue i tifosi e accenna l’urlo finale.

Erling Haaland’s Instagram story shows him driving at night while listening to the Champions League anthem. from soccer

Sono tutti d’accordo nel considerare l’inno di Tony Britten come la ragione principale dell’atmosfera diversa, più prestigiosa, che ammanta le partite di Champions League, più del pallone stellato, delle gradinate listate di blu e dello sponsor Heineken piazzato ovunque. Nulla rappresenta l’universo della “coppa dalle grandi orecchie” come quelle note: “Spero un giorno di ascoltare quella musichetta”, può benissimo dire un giovane calciatore, intendendo, per sineddoche, che sogna di giocare la Champions.

In questo senso, l’inno composto da Britten nel 1992 è decisamente un buon inno: tre minuti di musica epica, cerimoniosa e maestosa, che soddisfano perfettamente la necessità dell’UEFA di brandizzare in maniera forte la propria competizione di punta. Tuttavia, quella scritta da Britten per la Champions non è una musica del tutto originale, ma l’adattamento di Zadok the Priest, inno composto da Handel nel 1727 per la cerimonia di incoronazione di Giorgio II e da allora utilizzato per tutti i sovrani britannici. «Cercavano una musica che riflettesse la gravità e l’importanza della nuova competizione – dice lo stesso Britten –, così mi ispirai a “Zadok” di Handel, un inno che evoca potere, successo e grandeur».

Curioso vedere l’incoronazione di Elisabetta II su note che rimandano alla Champions League

L’inno della Champions, una canzone pop di 3 minuti con tanto di ritornello esaltante ripetuto in TV ossessivamente, ha presto scalato l’hit parade continentale, diventando uno dei pezzi più amati. Pare che lo conosca il 98% degli europei e alcuni studi lo riconoscono rappresentativo dell’identità europea, al pari di musiche prestigiose come l’Ode alla Gioiainno ufficiale dell’UE tratto dalla 9a di Beethoven – o il Te Deum di Charpentier.

Chiariamo, l’inno della Champions League è davvero un bell’inno, ma ciò non toglie che sia kitsch. Anzi, il suo fascino dipende proprio dal fatto che è kitsch, e il kitsch, come ho detto prima, è una trappola in cui è difficilissimo non cadere. Dobbiamo essere forti, cari lettori, non dobbiamo farci prendere in giro da chi tenta di venderci emozioni a buon mercato.

Per Wikipedia, la parola kitsch «indica lo stile di oggetti presuntamente artistici, ma in realtà di cattivo gusto. Il kitsch è associato a tipi di arte sentimentali, svenevoli e patetici». In particolare, i sentimenti suscitati dal kitsch «devono essere condivisibili da una gran quantità di persone, e per questo il kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma da immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria». Sinteticamente, l’elemento di cui il kitsch si serve per lo scopo di emozionare è sempre uno: il passato.

Kitsch non è il superfluo, il ridondante, il barocco. Bensì ciò che è patetico, che riesce a colpire lo spettatore evocando la banalità di valori, suoni, immagini e simboli ormai consolidati nella memoria collettiva. Per questo è kitsch il nazionàl-popolare, quella cultura legata a un passato che noi non abbiamo vissuto direttamente, ma i nostri nonni o i nostri genitori sì, e allora ci commuove attraverso il bene che vogliamo loro. Il kitsch sostanzialmente ci ricatta, esattamente come la TV trash quando in prima serata ci propina svenevoli dichiarazioni d’amore e tragedie familiari.

L’inno della Champions League emoziona nel medesimo modo, rievocando cioè un’idea antica di aristocrazia e grandezza: «La musica maestosa di Handel, che sale di tono in un crescendo impressionante, accompagna l’installazione di un nuovo capo di Stato; così, la musica barocca associa la Champions League alle monarchie dell’Ancien Régime», scrive il sociologo Anthony King. Nello specifico, «La musica barocca evoca l’argento di cui traboccavano le case aristocratiche», e proprio con l’argento l’inno si pone in perfetta corrispondenza, «Orchestrato in modo che mentre in TV scorrono le immagini della coppa luccicante, gli strumenti musicali dominanti sono gli ottoni, i quali comunicano un suono metallico che esprime l’idea stessa di argento».

Il “DE CEEMPIOOON” urlato dai tifosi prima di ogni gara, è l’affermazione orgogliosa della classe popolare che finalmente ce l’ha fatta, è riuscita a entrare in quel mondo aristocratico ed esclusivo che, come ci mostra Parasite, film recentemente pluripremiato agli Oscar, dal sessantotto le classi basse non vogliono più abbattere, ma anzi raggiungere, spendendosi in disperate battaglie tra poveri per riuscirci. Oscar Wilde scriveva che la musica, più di ogni altra arte, ci rivela un passato personale che ignoravamo, facendoci piangere sventure che non ci sono accadute e pentire per colpe che non abbiamo commesso. Probabilmente l’inno della Champions fa questo: ci ricorda l’agiatezza di quando eravamo rampolli aristocratici e passavamo i pomeriggi ascoltando concerti di musica classica nel salone della nostra reggia.

È quindi sbagliato fantasticare sullo splendore della Vienna di Sissi mentre ascoltiamo Sul Bel Danubio Blu? No, ovviamente: l’aura che circonda le opere d’arte è parte integrante del fascino che queste esercitano su di noi. Ma è proprio qui la differenza tra un pezzo di musica barocca originale e quello scritto da Britten per l’UEFA, che non risale al 18° secolo ma al 1992: Handel o Beethoven si ispiravano al loro presente, l’inno della Champions a un passato nostalgico. La sua aura epica non è naturale, ma posticcia.

Ho parlato di valori condivisi. Ebbene, non sono i prodotti originali fondativi di una comunità a essere kitsch, ma le imitazioni sbiadite. Non è kitsch il Colosseo, ma lo sarebbe una vasca da bagno che un Casamonica volesse farsi costruire imitando la forma del celebre monumento. Non è kitsch Carosone, né i cantanti italiani classici, ma lo è Il Volo e, in parte, il loro mentore Bocelli. L’epoca dell’Opera è finita, e nessuno può comporne più. L’arte dovrebbe sempre riflettere lo zeitgeist, lo spirito del proprio tempo, e se un brano del 1992 somiglia a uno scritto 300 anni prima significa che ne ha copiato lo stile, la forma. Significa cioè che è un falso storico, il quale è sempre, inevitabilmente, kitsch.

Che poi, quant’è bello spogliato dell’ampollosità posticcia aggiunta dal coro e dall’orchestra?

Un falso storico manca di spontaneità, caratteristica che voglio spiegare tornando un attimo alla TV trash. Non c’è nulla di male nell’esprimere pubblicamente i sentimenti, né nel provare empatia nei confronti delle sofferenze altrui. Anzi, magari fosse davvero così: l’epoca delle commozioni televisive di prima serata è la stessa in cui omofobia, razzismo, e intolleranza sono all’apice. Si piange delle tragedie dei concorrenti del Grande Fratello, mentre con lo smartphone si pubblica con altrettanta disinvoltura un commento carico di odio nei confronti di un altro essere umano.

No, quindi, non credo alla straordinaria sensibilità della società. Credo piuttosto alla capacità del prodotto kitsch di impietosire in modo subdolo, di commuovere con cinismo. Ho scritto non casualmente che il kitsch si produce, poiché un oggetto culturale di questo tipo si costruisce letteralmente in laboratorio, è artefatto, “emozione in provetta” potremmo definirlo. Del resto, è molto facile sollecitare “artificialmente” i recettori che regolano l’emozione nel nostro cervello, basti pensare alla pittura psicologica creata dal pittore astrattista Vassily Kandinsky, il quale attribuiva a ciascuna forma geometrica e a ciascun colore la capacità di suscitare una specifica emozione nell’osservatore. La musica non fa eccezione. Uno studio scientifico, ad esempio, ha spiegato perché Someone Like You di Adele commuove così tanto: «è spolverata di ornamenti simili alle appoggiature», un tipo di nota che genera tensione e che ricorre spesso nella musica barocca.

Un prodotto kitsch manca inoltre di complessità, conseguenza dell’essere imitazione tardiva di un prodotto genuino, del quale copia solo i tratti più superficiali e carichi di colore. Sempre secondo Wikipedia, «I prodotti kitsch sono immediatamente comprensibili, e i loro tratti estremizzati e banali impediscono un differente livello di lettura: i concetti evocati non nascondono nulla, sono privi di qualunque ambiguità e per niente articolati», con l’effetto che «Non solo il significato è quello che appare, ma viene anche annientato il bisogno di uno sguardo critico».

È proprio il caso dell’inno di Britten, che per tutti è “la musichetta”, appellativo che ne rivela tutto il carattere triviale e superficiale. Neanche il testo, che ripete espressioni banali come “queste sono le migliori squadre”, “un grande evento”, etc. gli conferisce ulteriore profondità. Non voglio dare l’idea di accollarmi troppo, però sul serio, mi dà fastidio che frasi così sciocche a qualcuno possano sembrare epiche solo perché cantate da un coro. La voce lirica non salva un testo banale, e trovo ridicoli anche alcuni dialoghi della Traviata, frasi di passaggio tra una scena e l’altra cantate dagli attori con intatta solennità.

All’inno della Champions non perdono intanto di prestarsi agli usi più beceri del movimento bomberista, ma anche di aver ispirato una moda per la quale adesso abbiamo O Generosa!, inno della Lega Serie A di cui non avevamo bisogno. Moda che ha attraversato l’Atlantico e ha contagiato anche la Copa Libertadores, la quale ha scelto proprio l’Ode alla Gioia di Beethoven, che se da un lato è per lo meno un brano classico originale, dall’altro è un canto così profondamente europeo che per il Sudamerica significa aver perso un’altra occasione per emanciparsi dalla nostra influenza culturale (infatti lo hanno cambiato nel 2018).

Ma insomma, deve essere tutto cultura alta? Deve essere tutto serio in questa Europa già intristita dagli intellettualoni, dai professoroni e dalla loro politica dell’austerity? Deve essere tutto profondo e razionale? Assolutamente no, ma allora perché affidarsi a un mezzo notoriamente aristocratico ed esclusivo come la musica classica? Perché attingere alle forme della cultura aulica per celebrare una competizione sportiva? È questo il kitsch: il superficiale travestito in abito elegante.

Ma ora vado, mancano poche miniti a Napoli-Barcellona.
Inizio ad alzare il volume.

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