Jordan, Kobe, LeBron. Se volessimo calendarizzare i  decenni del basket moderno potremmo pensare di farlo attraverso dei giocatori simbolo. E com’è logico pensare a questi tre come dominatori degli ultimi trent’anni, altrettanto logico sarà pensare a chi sarà l’uomo dei neonati anni ‘20.

Il passato dice LeBron il presente dice come entrambi

Stanotte, allo Staples Center si è visto l’incrocio tra King LeBron, 16 stagioni da dominatore della lega, terzo miglior marcatore di sempre e presumibilmente nell’Olimpo dei (minimo) migliori 5 giocatori di sempre, e la prima scelta assoluta del draft 2019: Zion Williamson, classe 2000 arrivato nella lega con aspettative paragonabili solo a quelle di Michael Jordan e, appunto, il nativo da Akron (Ohio). Il ragazzo non ha subito nessun complesso di inferiorità e ha messo sul parquet una prestazione da 35 pti e 7 rimbalzi, con un dominio del pitturato che non si vedeva dai tempi del miglior O’Neal.
Il problema per il prodotto di Duke è che dall’altra parte, James ha risposto con 34 pti, 12 rim e 13 ast, unico della storia a registrare 3 triple doppie dopo aver compiuto 35 anni.

Un vero e proprio scontro generazionale: qualcosa di storico quasi, perché due giocatori in grado di offrire uguale dominio nonostante, di fatto, quasi una generazione di differenza, evidenziano come il passaggio del testimone di uomo simbolo della Nba non sia ancora maturo, dimostrando sì le potenzialità di Zion, ma soprattutto il talento e la fame di LeBron.

Il passato dice LeBron il presente dice come entrambi

Il passato dice LeBron, il presente dice come entrambi siano, ad oggi, decisivi ed il futuro dice che le aspettative su Zion possono essere giustificate.
Una cosa però è certa: James, sul trono della Nba, si trova ancora piuttosto bene, e non ha ancora molta voglia di abbandonarlo.

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