Sono passati ormai 24 anni dall’incredibile promozione del Castel Di Sangro in Serie B, la terza formazione abruzzese nella storia che, nel 1996, riuscì a fare il salto in cadetteria dopo l’Aquila e il Pescara. Un traguardo che ai tempi (ma ancora oggi) risultò una vera e propria impresa sportiva per il piccolo comune castellano e per l’Abruzzo in generale.

A tal proposito quindi, per scoprire tutti i dettagli, le curiosità e gli aneddoti di questa bella favola, abbiamo avuto il piacere di scambiare due chiacchiere proprio con uno dei protagonisti di allora, ossia l’ex difensore Antonio Altamura. Antonello – per gli amici – infatti, ha vestito la maglia giallorossa per cinque stagioni (dal ’92 al ’97, incluso quindi l’anno della Serie B) ed è stato sicuramente uno dei giocatori chiave di quegli anni. E allora oggi insieme a lui ripercorreremo le storiche annate che tutti i tifosi sangrini ricordano con nostalgia.

Dai play-off per la C1 alla finale per arrivare in B

Nel 1993′ arriva sulla panchina del Castel Di Sangro mister Osvaldo Jaconi, un tecnico esperto e con l’etichetta di vincente grazie alle tante promozioni ottenute in carriera. Dei successi che – tanto per rendere un po’ meglio l’idea del personaggio – oggi gli valgono il traguardo di tecnico che vanta più promozioni nel calcio italiano, con ben undici salti di categoria di cui otto ottenuti tra i professionisti e tre tra i dilettanti.

Non a caso infatti, alcuni di questi successi sono arrivati proprio col Castel Di Sangro: il primo nel 95′, quando il Castello raggiunse i play-off per la promozione in Serie C1. Agli spareggi, la vittoria contro il Livorno in semifinale ed il trionfo ai rigori contro il Fano, valgono quindi ad Altamura e compagni il primo salto di categoria.
Logica imporrebbe che, sulla carta, la stagione seguente si sarebbe dovuta rivelare tranquilla, senza grosse pretese e alla ricerca di una serena salvezza. Ma quando ci mette di mezzo il destino…

“Eravamo una rosa ricca di calciatori provenienti dalla C2, dato che la società ovviamente aveva puntato a confermare il gruppo dell’annata precedente. Quando arrivammo in ritiro, che si teneva proprio a Castel Di Sangro – visto che a livello climatico e non solo era una zona ideale per svolgere gli allenamenti in vista della stagione -, noi tutti decidemmo quale sarebbe stato il premio relativo all’obiettivo stagionale. Nel mondo del calcio di solito questa decisione la si prende nel corso del ritiro estivo, quando tutti insieme si capisce qual è il livello della squadra e cosa ci si può aspettare. E così, una volta tutti d’accordo, il capitano andò a parlare con il presidente: optammo per la salvezza! Gravina si sbalordì e non la prese bene, dichiarando che noi saremmo dovuti arrivare minimo ai play-off visto il nostro valore. All’inizio pensammo ci prendesse in giro o che lo dicesse per motivarci, ma alla fine ebbe ragione…”.

Castel Di Sangro 1995-96

Quell’anno infatti, il campionato venne vinto da una corazzata quale il Lecce di Giampiero Ventura, ma incredibilmente alle sue spalle arrivò proprio il Castello, che per la seconda stagione consecutiva aveva raggiunto gli spareggi per la promozione. Stavolta, la consapevolezza era quella di vivere un sogno, senza l’obbligo di dover vincere a tutti i costi. Così in semifinale i sangrini affrontano il Gualdo, una formazione ben più attrezzata per il salto in B e che si qualificava per le semifinali già da due anni consecutivi. L’andata infatti, è ad appannaggio dei marchigiani, che vincono 1-0. Al ritorno invece, grazie alla grande solidità del Castel Di Sangro, ne viene fuori un match equilibrato fino alla fine. Ma come abbiamo detto sopra, quando ci si mette di mezzo il destino…

Per provare a dare una scossa nel finale, al 90′ Jaconi decide di sostituire il centrocampista Bonomi, beniamino dei tifosi e uomo chiave del Castello, per dar spazio al difensore Salvatore D’Angelo. Di lì a qualche istante dopo, succede l’impensabile: infatti, incredibilmente, seppur non avesse mai segnato in quel campionato, sette secondi dopo l’ingresso proprio D’Angelo sblocca il match con una rete di sinistro (nonostante fosse un destro naturale). Non c’è neanche il tempo di rimettere la palla al centro che l’arbitro fischia tre volte e manda così il Castel Di Sangro in finale. È già delirio, e c’è chi pensa ad un miracolo visto il nome e soprattutto il cognome del centrale castellano!

“Bisogna dire che il mister fece questa scelta un po’ anche per scaramanzia, dato che nella stagione precedente l’Avellino aveva fatto la stessa cosa proprio contro il Gualdo riuscendo poi ad andare in finale. È chiaro poi che se devi vincere, inserire un difensore all’ultimo minuto può sembrare una scelta insensata, ma Salvatore era un ottimo colpitore di testa e quindi poteva esserci utile in un piazzato finale. Noi con la vittoria passavamo il turno senza andare ai tempi supplementari perchè nonostante il complessivo 1-1 eravamo meglio piazzati in classifica e il mister quindi decise di giocarsi così il tutto per tutto. Alla fine, nonostante sembrò una follia, con un po’ di fortuna ebbe ragione lui, perché sulla punizione successiva il ragazzo trovò la via del gol, oltretutto con il piede non suo. Ovviamente mister Jaconi ci tenne a rimarcare quella scelta, visto il nome del calciatore, che si rivelo un vero e proprio salvatore per tutti noi, come se fosse un qualcosa caduto dal cielo”. 

Castel Di Sangro-Gualdo

Il Castello arriva quindi così a giocarsi il sogno Serie B in finale play-off,  dovendosela vedere contro l’Ascoli sul neutro di Foggia al Pino Zaccheria. In terra dauna, la tifoseria del Picchio sovrastava nettamente quella sangrina, ma lo stesso non accadde in campo. Infatti, anche in questo caso, venne fuori una partita agonistica, con poche occasioni di gol, ma allo stesso tempo ricca di interventi fallosi. Tuttavia. stavolta i tempi regolamentari si concludono a reti bianche. Si va quindi ai supplementari, dove le due squadre continuano a farsi la guerra senza che una delle due nessuna riesca a prevalicare sull’altra. Poco prima che si arrivi ai calci di rigore però, Jaconi ha un’altra trovata delle sue: fa uscire il portiere titolare De Juliis per dar spazio al 12, Pietro Spinosa, evidentemente identificato come possibile pararigori. Anche in questo caso, la scelta desta parecchio stupore, dato che il ragazzo non ha mai giocato un minuto in quella stagione. Ma quando tutto gira in un verso, non c’è logica che tenga. E così, ancora una volta in modo incredibile, Jaconi ha ragione: ai rigori, dopo una serie lunga e interminabile, Spinosa ipnotizza l’ascoliano Milana e regala al Castel di Sangro una clamorosa promozione in Serie B!

“Ricordo che preparammo quella finale in maniera eccelsa, con il mister che mi affidò il compito più importante: coprire il capocannoniere Mirabelli. Il resto della squadra invece, coprì a zona. Scelta presa in virtù delle due sconfitte in campionato contro i marchigiani, sia all’andata che al ritorno. Per quanto riguarda invece la mossa del portiere, anche in quel caso non fu una decisione presa a caso. Il giorno prima del match, il mister ci fece allenare sui calci di rigore, per prevenire un’ipotetica lotteria dagli 11 metri. De Juliis non convinse in allenamento perchè non parò nemmeno un rigore, a differenza di Pietro (Spinosa, ndr.) che ben impressionò. Fu così che Jaconi si fece un’idea ben precisa su Spinosa, e nonostante il primo non avesse mai saltato un minuto in campionato, lui – che non aveva paura di prendere scelte impopolari – decise di azzardare questa scelta, ed ebbe nuovamente ragione”.

“Di Pietro Spinosa comunque conservo bei ricordi. Al tempo, il giorno prima che cominciasse il ritiro, mi venne a trovare nella mia nuova abitazione a Fano. Eravamo amici già all’epoca, e lui ormai trentaquattrenne mi disse: ‘Se doveste aver bisogno di un portiere di rincalzo in squadra, fai il mio nome’. Quasi fosse un segno del destino, qualche giorno dopo il direttore sportivo mi prese in disparte, chiedendomi se conoscessi un portiere esperto, intento a fare il secondo e che non avesse grandi pretese. E così cominciò l’avventura di Spinosa al Castel di Sangro. Ricordo che quando facevamo le partite di fine allenamento, lui era il più bersagliato. Questo perché nonostante la gavetta e l’esperienza non era un grandissimo portiere, ma nonostante ciò devo riconoscere che sui calci di rigore era molto bravo!” 

Grazie a questo sorprendete risultato conquistato alla lotteria dei rigori, il Castel Di Sangro scrisse la storia del calcio abruzzese e non solo. Difatti, il Castello fu (e lo è tutt’ora) la prima squadra ad approdare in cadetteria nonostante provenisse da un borgo di circa 5000 abitanti. Antonello, descrive così il loro rapporto con la cittadina: “Noi eravamo parte integrante di questo borgo, non ce la tiravamo, anzi per noi era come se avessimo sposato la maglietta del club e del paese. Nessuno di noi pensava solo per sé, anzi ognuno voleva crescere nel Castello, infatti chi è rimasto meno tempo a Sangro, lo ha fatto per 5 anni. Ad esempio Paolo Michelini, che ai tempi arrivava addirittura dall’interregionale e aveva vissuto tutte le promozioni da protagonista. C’era un ambiente familiare, noi ci trovavamo bene e non volevamo andar via. Un paese piccolo, dove conoscevi tutti e tutti ti volevano bene: andavi dal macellaio per acquistare 5000 lire di carne, lui te ne dava per 30000. Ci sentivamo tutti a casa.” 

Castel DI Sangro-Ascoli

La prima stagione in Serie B 

Nonostante il grande entusiasmo della società e dell’intera piazza, per il Castel Di Sangro l’approccio alla cadetteria non fu dei migliori: il doppio salto dalla C2 ad una lega importante come la Serie B si fece sentire e i risultati faticarano ad arrivare. Come se non bastasse, al difficile impatto di quell’anno si aggiunsero due tragici eventi: il 10 dicembre del 1996 in un incidente stradale sull’Autostrada del Sole nei pressi di Orvieto, persero la vita i giocatori Danilo Di Vincenzo, esperto attaccante e bomber della squadra, e Filippo Biondi. Sempre in quella stagione poi, poche settimane dopo venne arrestato il terzino Pierluigi Prete, per un illegale traffico di droga da lui gestito. Insomma, pioveva sul bagnato.

Tuttavia, neanche l’inesperienza e la sfortuna impedì a questo storico gruppo di continuare a sognare. Verso metà stagione infatti, poco dopo questi eventi negativi, arrivarono tre importantissime vittorie consecutive  contro Lecce (grazie alla coppia Galli-Bonomi), Salernitana (Bonomi, poi De Juliis para il rigore di Artistico) e Genoa. Ma la vera svolta arriva quando, di lì a poco, Jaconi rivoluziona lo schema di gioco: attenuazione della tattica del “fuorigioco”, rafforzamento della difesa con l’arretramento di Davide Cei a libero “classico”, infoltimento del centrocampo con l’inserimento di un uomo tolto dalla coppia d’attacco, “via libera” alle scorribande offensive di Martino e Bonomi, con il diciannovenne e neo arrivato Gionatha Spinesi (un attaccante che poi farà la storia a Catania) unica punta davanti. Il modulo 1-3-5-1 frutta subito il pari a Padova (gol di Albieri) e poi la vittoria in casa sul Cesena di Dario Hubner (gol di Alberti). A Brescia, contro la prima della classe, il Castel di Sangro va in vantaggio con Bonomi di testa, e solo dopo l’espulsione di Alberti i lombardi riescono a ribaltare il risultato. Da segnale poi anche la storica vittoria allo stadio Luigi Ferraris contro il Genoa per 3-1 in una gara sotto il diluvio, decisa dalle parate di Lotti e dai gol di D’Angelo, Bonomi e Pistella: resterà l’unica vittoria esterna di tutto il campionato.

“La disgrazia dell’incidente ci portò via un ragazzo di prospettiva come Biondi, e un mio caro amico, Di Vincenzo. Con lui avevo un rapporto speciale ed eravamo sempre seduti uno accanto all’altro. La società ad ogni modo costruì una squadra formata dai migliori giocatori della C1. Come fece già nell’anno precedente, portarono in cadetteria le migliori pedine del campionato da poco conclusosi. I soli esperti e che conoscevano la B erano Di Fabio e Pistella.”

In casa invece, è da ricordare il successo arrivato in inferiorità numerica contro il Torino per 2-1, sancita nel secondo tempo da un preciso tiro di Guido Di Fabio. Tuttavia, a fine maggio, le sconfitte di Lucca (due traverse colpite) e Salerno (gol subito al 90°) permettono al Cosenza, che era la principale rivale per la lotta salvezza, di avvicinarsi in classifica. Con l’ultima partita da giocare a Bari (proibitiva perché i pugliesi sono in corsa per la Serie A) i sangrini si giocarono tutte le possibilità di permanenza in Serie B domenica 8 giugno 1997 al “Patini” nel derby contro il Pescara, penultima di campionato. In vantaggio con Pistella e raggiunti a metà ripresa da Di Giannatale, il Castel Di Sangro riesce a incamerare i tre punti con un gol di Claudio Bonomi.

Non resta quindi che aspettare il risultato di Padova dove è impegnato il concorrente Cosenza: i silani si portano in vantaggio allo scadere con Luigi Marulla, ma al 93° arriva il colpo di testa del padovano Christian Lantignotti a sancire l’1-1 finale. Il Cosenza quindi non può più scavalcare gli abruzzesi in classifica nell’ultima domenica di campionato e il Castel di Sangro – che quell’anno (oltre ai silani) lottava per la permanenza in B con squadre del calibro di Cesena, Cremonese e Palermo – riesce ancora una volta a compiere una grande impresa.

“La svolta fu proprio dopo l’arresto di Prete, quando in quel mese dopo aver vinto contro Lecce e Salernitana, recuperammo il match contro il Genoa e lo vincemmo. Inoltre al termine di questo mese, pareggiammo anche nel derby contro il Pescara. In quel frangente aumentò la nostra autostima. Infine, noi tutti sappiamo come è terminato quel campionato. Ovviamente sorprendemmo tutti, perché fin da inizio stagione tutti i giornali ci davano per spacciati. Eravamo la cenerentola di quell’annata, ma noi riuscimmo a far sì che ciò non si verificasse. Era un campionato formato da grandi squadre, come ad esempio l’Empoli di Spalletti, il Cesena di Hubner e D’Agostino o il Ravenna di Schwoch.”

Altamura ci ricorda inoltre che in quell’anno per i primi quattro mesi la squadra non giocò a Castel Di Sangro, vista la lunga ristrutturazione del campo sportivo, bensì a Chieti. La simpatica curiosità è che alla fine, dopo i lavori, il comunale del Castello ebbe una capienza di oltre 7000 posti, molti di più al netto dei cittadini del piccolo borgo abruzzese. 

“Noi per i primi quattro mesi giocammo a Chieti, e tale fattore si rivelò un ulteriore deficit per tutti. Solitamente le squadre in casa propria si costruiscono la serie di punti che poi portano al raggiungimento dell’obbiettivo stagionale. Non nel nostro caso, perchè giocavamo in un campo che non sentivamo nostro, dato che in settimana ci allenavamo a Castel Di Sangro.”

Il tecnico Jaconi e le frasi sulla lavagna

Dal racconto che vi abbiamo riportato, è impossibile non evincere che nella “favola Castel Di Sangro” a fare la differenza non fu soltanto il gruppo dei calciatori scesi in campo, ma anche e soprattutto il loro condottiero: Osvaldo Jaconi. Quest’ultimo, oltre ad essersi rivelato un “mago” viste le scelte tattiche e tecniche nel finale dei match più importanti, fu anche un grande psicologo. Dopo il suo arrivo sulla panchina sangrina. scrisse una frase poi divenuta celebre: «Con le sue ali così piccole, il suo corpo così tozzo, il calabrone non potrebbe volare. Per farlo dovrebbe sfidare continuamente le leggi della fisica, e per farlo è costretto a battere le ali 10 volte più velocemente degli altri insetti». Ovviamente il calabrone era la squadra sangrina!

Tra le tante frasi da lui trascritte sulla lavagna dello spogliatoio, va menzionata anche quella che lasciò prima della finale play-off contro l’Ascoli. Una finale che, come abbiamo visto, avrebbe poi regalato la B a una squadra che fino a 10 anni prima si trovava in terza categoria. Forse questa frase, fu la chiave vincente: «Niente di splendido fu mai scritto se non da coloro i quali osarono credere che dentro di loro qualcosa era superiore alle circostanze». Al netto di queste frasi allora, chiediamo ad Antonello di questo particolare, per chiudere in bellezza il racconto di questa favola.

“Il mister era avvezzo a chiamarci nella sala riunioni, dove spesso facevamo l’analisi tattica dell’avversario. Qui scriveva sempre una frase, e noi all’inizio non capimmo che messaggio ci voleva passare. Dopo averglielo chiesto, lui ci disse che non sapendo il motto di ognuno di noi, lui dava vita ad uno comune. Da allora noi senza vergogna andammo a scrivere il nostro motto sulla lavagna. Il mio era: «Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare». Ricordo che prima della semifinale play-off contro il Livorno in C2,  ne scrisse una che ancora oggi mi è rimasta impressa, ovvero: «Chi vola vale, chi non vola non vale, chi resta è un vile». Non era e tutt’ora non è facile ricordare tutte le sue frasi, ma per noi, ogni qualunque cosa scrivesse su quella lavagna era legge. Lui non era solo un tecnico, ci condizionava molto a livello mentale. Ricordo che se ci vedeva in difficoltà nel campo ci gridava i nostri motti. Lui ci conosceva a perfezione, aveva presente la fotografia di ognuno di noi. Perciò si rivelo un vero e proprio psicologo, e tale fattore si rivelò vincente per tutti noi”.

Il grande ricordo di questa splendida fiaba

Al secondo anno nei cadetti (1997-1998) gli abruzzesi non riuscirono nell’impresa di salvarsi per il secondo anno consecutivo. In crisi di risultati, a dieci giornate dal termine del torneo, Gravina decise di sostituire Jaconi con Franco Selvaggi, ma il Castel di Sangro non riuscì comunque a evitare l’ultimo piazzamento in classifica e la conseguente retrocessione in Serie C1. Fu la fine di un sogno, che di lì a qualche anno si trasformò in un incubo: prima nel 2005 e poi nel 2012 infatti, il Castel Di Sangro fallì e venne cancellata, sostituita da altre società già scomparse.

Oggi il piccolo comune abruzzese è è rappresentato da una squadra che gioca in Promozione Molisana. Non è svanita però l’immagine di quella favola di provincia, e questo racconto, nel suo piccolo, ne è la dimostrazione. Perché nonostante non si trovi più nell’olimpo delle grandi, il ricordo è l’unico paradiso dal quale non sarà mai essere cacciato. Memoria del Miracolo al Castello!

Un ringraziamento speciale ad Antonello Altamura

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Intervista di Simone Cataldo

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