Non avremmo mai voluto, in giorni come questi, piangere la scomparsa di Gianni Mura. In tempi di ansie e paure, sacrifici e rinunce, dire addio ad uno dei più autorevoli giornalisti del nostro paese, ma soprattutto il più brillante cantore del Tour de France, appare come l’ennesimo duro colpo all’anima in un periodo nefasto.

Gianni Mura è stato il riferimento per un’intera generazione di giornalisti (non solo) sportivi italiani, quella generazione orfana di un altro Gianni, Brera. Mura, alla morte del maestro e amico, nel 1992, scrisse il pezzo più difficile, quello del ricordo. Prendendo in prestito: “Ti sia lieve la terra, Giovanni”. E ne raccolse la pesante eredità.

Proprio sulle orme del maestro, Gianni Mura scrisse il primo articolo per la Gazzetta dello Sport. Una breve intervista al brasiliano Germano, ala sinistra del Milan. “Sessanta righe, le mie prime sessanta righe. Ci misi dentro struggle for life e se capiss, crapottone e Weltanschauungpirlare e saudade. Consegnai l’articolo fierissimo, dopo dieci minuti mi mandò a chiamare il direttore, Gualtiero Zanetti. Teneva i due fogli di carta rosa in punta di dita. Mi disse che potevo arrotolarli e ficcarmeli proprio lì, che Brera dovevo scordarmelo ed ero fermamente pregato di riscrivere il pezzo in un italiano normale. Era davvero un brutto pezzo e finì nel cestino di Zanetti, cui sono molto grato.”

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Le sue rubriche erano appuntamenti fissi per i lettori appassionati di sport, ma non solo: “Sette giorni di cattivi pensieri”, “L’intervista al campionato”, “I 100 nomi dell’anno di Mura”. E poi le recensioni eno-gastronomiche di “Mangia e Bevi”, assieme alla moglie Paola. Il mio appuntamento fisso con la sua scrittura, invece, aveva luogo nel mese di luglio, nelle settimane di vacanza al mare, in camper, senza televisione e smartphone. Per me, in quei giorni, lo sport stava tutto nelle sue parole, nei suoi articoli a raccontare il Tour de France. La sua penna, scorrevole e delicata, mi consegnava una vivida testimonianza di ciò che stava accadendo oltralpe. E non era poi così male viverla così, la Grande Boucle.

Michele Serra disse, un tempo, che le considerazioni settimanali di Mura sul campionato di calcio erano “il Vangelo apocrifo del lunedì”, ma per molti degli appassionati italiani di ciclismo Gianni Mura è stato anche, se non soprattutto, la Bibbia del Tour.

Ciao Gianni, ti sia lieve la terra.

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