Dopo l’accordo tra governo giapponese e Cio, l’edizione olimpica di Tokyo 2020 è ufficialmente rimandata con l’impegno di celebrare i Giochi “entro l’estate del 2021” ma comunque non quest’anno. Una resa di fronte all’evidenza. L’Olimpiade rinviata è la fotografia di un mondo che lotta su un piano nuovo. L’emergenza coronavirus ridisegna la vita di popoli e individui. La sopravvivenza, personale e sociale, sono le priorità della primavera incombente.

Shinzo Abe

Allora è giusto che lo sport si fermi e rimandi i suoi appuntamenti, dove possibile.

È sacrosanto, nei confronti di chi si è ammalato, di chi se ne sta prendendo cura a suo rischio e pericolo, di chi potrebbe ammalarsi e pagarne un prezzo elevato.

È doveroso fermarsi, pure pensando a quanti non sono atleti privilegiati e potranno perdere il lavoro. Perché anche il mondo sportivo avrà le sue difficoltà. Soffrirà la realtà olimpica, in modo particolare, fatta di microcosmi umili cresciuti all’ombra delle stelle planetarie.

L’atto di fede dell’accensione della fiamma è stato bello in sé, non nel contesto che lo inquadra. Insistere con le professioni di ottimismo (“Ci sono ancora quattro mesi”, aveva detto Bach una settimana fa) si è mostrato controproducente. Il rinvio è stata la scelta più sensata, meglio ancora: la più umana. L’olimpismo, intesto come sforzo individuale per ottenere un risultato, può servire anche oggi alla nostra specie. Servirà certamente domani, per scuotersi dalla polvere e ripartire.

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