Skeleton”. Dall’inglese scheletro. Una parola, quindi una disciplina, che buona parte degli italiani non ha mai sentito nominare. In effetti ce ne sono tante nella medesima situazione. Il passo successivo, sarebbe quello di conoscerla guardando qualche appuntamento di prestigio, ma in alto dovrebbero campeggiare le scritte: “vietato ai deboli di cuore” e “non provatelo a casa”. Sì, perché lo skeleton è una disciplina che consiste nel buttarsi pancia a terra su piccole slitte, in budelli di ghiaccio, raggiungendo costantemente i 140 Km/h. Non essendo esattamente la prima cosa che ti viene in mente la mattina, nasconde al suo interno storie bellissime ed oggi avremo la fortuna di scoprire quella di Mattia Gaspari.

Lo skeleton in Italia vuol dire la prima storica medaglia d’oro ai Giochi Olimpici invernali per il Bel Paese. Il protagonista è Nino Bibbia che, a Sankt Moritz nel 1948 scrisse una pagina indelebile della storia del nostro sport. Lo skeleton da allora dovette aspettare fino al 2002 quando a Salt Lake City tornò a far parte del programma a cinque cerchi. Da allora l’Italia non ha mai brillato, ma qualcosa piano piano si sta ricostruendo, proprio a partire da Mattia Gaspari e con un progetto importante; tutto o quasi in vista di Milano-Cortina 2026.

Mattia Gaspari, ci racconti quando è iniziato tutto e dopo quanto ha capito che sarebbe stata la disciplina giusta?
“Abitando a Cortina ed anche piuttosto vicino alla pista, sin da bambino ho avuto la fortuna di poter seguire questo tipo di discipline. Il mio approccio vero con la disciplina è venuto a scuola. Siamo stati chiamati per un reclutamento e dopo test di atletica sono risulto idoneo. A quel punto insieme ad altri ragazzi siamo stati portati a Cesana Pariol, la pista olimpica di Torino 2006. Alla 3/4 discesa avevo già capito che ero lo sport giusto per me”.

Cosa vuol dire per lei fare skeleton e qual’è il suo rapporto con la velocità, uno degli elementi che più caratterizza la sua disciplina?
“Lo skeleton è il mio mestiere nonché la mia più grande passione. Mi ritengo molto fortunato a poter coniugare le due cose. Fin da piccolo sono stato abituato a confrontarmi con la velocità, tra le discipline veloci dello sci e le moto. Andare veloce mi ha sempre trasmesso qualcosa di magico, andar piano non fa proprio per me!”.

Qual’è il suo rapporto con il ghiaccio visto che quando è sulla slitta ne ha una visione molto privilegiata?
“Sicuramente non è una posizione facile da capire e da comprendere, ma io mi sono sempre trovato a mio agio. E’ una visione molto “terra a terra” (sorride, ndr), riesci a renderti conto di tante imperfezioni del ghiaccio e soprattutto ti rendi conto di tutto quello che hai sotto i tuoi occhi. Questa è una delle caratteristiche che rende unico il nostro sport. Un po’ come se con gli sci scendessi con la faccia nella neve”.

Come ogni sport in cui si gioca con la velocità è obbligo confrontarsi sul discorso sicurezza e percezione del pericolo. Come vive questi due aspetti?
“Chiaramente sono due tra i temi su cui si lavora maggiormente. I test sono continui soprattutto su traumi cranici, ma anche ad inizio stagione sui riflessi. Ogni cosa avviene per gradi, ad esempio quando ho iniziato, nelle prime discese facevo solo le ultime curve, poi piano piano si sale fino a fare le discese complete. L’imprevisto è sempre dietro l’angolo ma noi sappiamo quello che stiamo facendo”.

Tornando alla sua esperienza da atleta. Le tre stagioni prima dei Giochi Olimpici del 2018 penso siano state davvero una consacrazione, con una maturazione davvero progressiva. Come l’ha vissuta e come ricorda quelle annate?
“Il nostro è uno sport di esperienza. Uno più discese fa, più capisce come comportarsi in ogni situazione di pista, meteo e tipi di ghiaccio. In quei momenti ho fatto i passi giusti mettendo mattoncini importanti per costruire una casa. Da ogni discesa e da ogni trasferta mi sono portato a casa qualcosa. Alla fine credo di aver maturato un’esperienza su tutti i fronti e questo è un grande passo in avanti. Anche perché è qui che poi si fa la reale differenza a tutti i livelli”.

Quali sono i segreti di questo sport e se ci può raccontare qualcosa su quella che è la slitta, l’oggetto che di fatto l’accompagna ovunque?
“Se vogliamo fare un paragone il bob è la Formula 1 e noi siamo la MotoGP. Ci sono tanti tipi di slitta ed ognuno se la fa a suo modo. Ogni pista ed ogni tipo di ghiaccio vengono cambiate delle cose, proprio come un set-up di una moto. Poi ci sono i pattini, che possono essere le gomme e anche quelli cambiano e noi possiamo alzarli così come abbassarli. Non possiamo però scaldare, perché chiaramente avremmo molti vantaggi. La disciplina si sta evolvendo molto velocemente, anche grazie a veri mostri sacri e noi dobbiamo lavorare tanto per stare al passo. Io non mi tiro indietro, anzi sono pronto a limare ogni dettaglio”.

Arriviamo poi alla stagione 2017/18. Quando i Giochi Olimpici di Pyeongchang distavano solo qualche mese ed eravamo nel pieno dell’ultima parte di preparazione. In quel momento, però, il suo tendine d’achille, si rompe e lei deve abbandonare ogni sogno olimpico. Ci racconti un po’ questo brutto capitolo della sua esperienza.
“Sì, avevo lavorato tutta l’estate per incrementare il più possibile le doti di spinta che era il vero gap da colmare nei confronti degli avversari. Era l’ultimo giorno e l’ultima discesa della prima settimana sul ghiaccio. In una attimo ho sentito il crack e tutto il lavoro che avevo fatto di fatto è stato vanificato.”

Quello del recupero è stato un vero e proprio calvario visto che sotto i ferri è dovuto finirci una seconda volta.
“Praticamente a distanza di un anno mi sono dovuto di nuovo ri-operare perché lo stesso tendine si è rotto di nuovo. Un nuovo inizio, con un programma di fisioterapia particolare. Ho lavorato tantissimo, con costanza e perseveranza per tornare a competere nelle migliori condizioni possibili. Tutti i giorni mi recavo al centro fisioterapico e lì passavo circa 7 ore tra mattina e pomeriggio”.

La rinascita è stato un lungo percorso che parte dalla fine dello scorso inverno e prosegue per tutta l’estate fino al nuovo inizio delle competizioni.
“Sì, alla fine della scorsa stagione ho avuto la fortuna di fare una ventina di discese che mi hanno fatto capire che il mio mondo era ancora quello. Nell’estate ho preso una strada che rivelatasi molto intelligente per non sforzare troppo il tendine, ovvero andando a cambiare il lato di spinta. Immaginate di aver giocato a tennis otto anni con la mano destra, ma per continuare a praticarlo dovete cambiar mano. Ancor oggi io da quel lato non sono totalmente a mio agio, perché ci sono certi automatismi si acquisiscono solo negli anni ed è anche molto difficile correggerli. Sono comunque molto soddisfatto della scelta fatta”.

Arriviamo poi a questa stagione, dove Mattia Gaspari parte dalla terza serie fino alla Coppa del Mondo e ai Mondiali. Con quale piglio ha vissuto l’intera stagione?
“Ho fatto la mia gara dopo due anni nella stessa pista dove mi ero fatto male, quello è stato un rompere il ghiaccio nonché un passaggio d’obbligo per i nostri regolamenti. Fare il tutto “Step-by-step” è stato il giusto modo di vivere la stagione. Tornare in Coppa del Mondo è stato davvero bello perché l’aria che si respira lì è molto diversa rispetto a quella negli altri circuiti e devo dire che mi sono trovato molto più a mio agio”.

Proprio nella competizione iridata è arrivato uno storico bronzo nella “staffetta mista” in compagnia di Valentina Margaglio. Che significato ha per lei questo risultato?
“E’ stata la ciliegia sulla torta forse della mia miglior stagione della carriera. Partire dal basso, che vuol dire proprio zero, ed arrivare all’ultima discesa dell’inverno conquistando un bronzo è stato qualcosa di magico. Nemmeno nelle mie più rosee aspettative me lo sarei aspettato, anche perché nella mia testa avevo tantissimi punti interrogativi che ora sono risolti. Inoltre, credo sia un premio a tutto il lavoro svolto nelle ultime due stagioni”.

Guardando al futuro credo che quello che è il suo “sogno olimpico” in questo momento si chiami Pechino 2022, ma il pensiero olimpiadi in casa stuzzica a sufficienza Mattia Gaspari?
“Noi abbiamo i Mondiali tutte le stagione, quindi nel breve termine l’obiettivo è quello. Chiaro che si lavori sempre in ottica futura ed in questo momento il faro è tutto puntato sui Giochi Olimpici che si svolgeranno fra due stagioni. Per il 2026 mi sento di dire solo speriamo, perché nella mia esperienza non si sa mai quello che può succedere. Chiaramente sarebbe un veramente bellissimo perché vorrebbe dire gareggiare proprio nel mio comune, in una pista che ha tutto per essere definita leggendaria”.

Un ringraziamento speciale a Mattia Gaspari.

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Intervista a cura di Zambianchi Francesco

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