A due passi da Piazza De Ferrari, nel cuore di Genova, c’è il salone di un barbiere. Come vuole la tradizione espone all’esterno il suo palo. È del tipo americano, con le strisce blu bianche e rosse, ed è motorizzato per dare l’illusione ottica che i colori vadano verso il basso.

Passa lì davanti un tifoso della Sampdoria, papà di due bimbi che sta portando a spasso per il centro città. Il papà da un’occhiata dentro e vede che seduto sulla poltrona, in attesa della rasatura, c’è Paolo Mantovani. Prende in braccio il più piccolo dei suoi due figli e gli dice: “Hai visto? È il Presidente della Sampdoria!”. Mentre il piccolo si entusiasma e inizia ad indicare il palo del barbiere (cui manca un colore per essere perfetto), ripetendo “Sampdoria! Sampdoria!”, il maggiore si nasconde, forse intimorito, forse imbarazzato. Lì dentro c’è una persona molto importante. Paolo Mantovani si accorge di essere stato riconosciuto, volge lo sguardo verso il papà e i due bimbi: sorride. Fa un cenno di saluto. Anche un bambino lo capisce: Lui è la Sampdoria.

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Il 9 aprile 1930, novant’anni fa, nasceva Paolo Mantovani. Imprenditore del petrolio, era diventato presidente dell’Unione Calcio Sampdoria nel 1979, dopo esserne stato addetto stampa per tre anni. Al suo nome si legano tutti i successi del club blucerchiato, raccolto in serie B senza blasone e portato in dodici anni ad essere campione d’Italia, al termine della stagione 1990-91. Come fu possibile? Con tre parole chiave: investimenti, programmazione, stile.

  Mantovani

Gli investimenti e la prima Coppa Italia: da Brady ai Gemelli

Mantovani non risparmiò denari per rilanciare la Samp. L’inferno della B venne salutato al terzo tentativo, nella stagione 1981-82. Appena tornato in massima serie, portò in blucerchiato Liam Brady, preso dalla Juve, e Trevor Francis, cannoniere inglese campione d’Europa col Nottingham di Brian Clough. Due tra i giocatori più forti del continente con la maglia di una neopromossa. Investimenti, certo, cui si aggiungeva la lungimiranza di puntare su giocatori giovani e di talento. La pietra su cui edificare la chiesa doriana era Roberto Mancini, appena diciassette anni e una stagione in serie A col Bologna, ma potenziale tecnico infinito. Sembrava già tantissimo, ma era solo l’inizio. Era il 1982.

Giovani e talentuosi: una visione a lungo termine

La programmazione era l’altro pilastro del progetto Mantovani. Prendete Pietro Vierchowod, uno dei difensori più forti della storia del calcio italiano. Acquistato dal Como quando la Samp era ancora in B, restò lontano da Genova due anni per non scendere nella cadetteria. Lo Zar è formidabile, prima a Firenze per uno scudetto sfiorato, poi con la Roma per uno scudetto conquistato. Nel 1983 Mantovani lo richiama alla base: è tempo che lo scudetto sia un obiettivo anche della Sampdoria. E così sia, nella stagione 1984-85, quando la Samp è allenata da Eugenio Bersellini e in regia c’è Greame Souness, già capitano del Liverpool. In attacco è arrivato un ragazzo di Cremona, Gianluca Vialli, che promette molto bene. Quello scudetto lo vince il Verona, ma la Samp gioca per lunghi tratti il calcio più brillante ed efficace. Alla fine è quarta, alle spalle anche di Inter e Torino, ma vince la Coppa Italia, primo trofeo della sua storia.

Ancora una volta sembra il coronamento di un progetto, ma è solo l’inizio. Mantovani ha stretto un patto con i tifosi sampdoriani: fiducia incondizionata in cambio di amore per il club, rispetto dei valori sportivi in cambio di traguardi concreti. Lo stesso metro utilizzato con i suoi giocatori, trattati in modo spesso amorevole, ma sempre gerarchico. È il terzo pilastro, è lo stile Mantovani, che diventerà stile Sampdoria. Mutuo rispetto e osservanza delle regole. Mai visto niente del genere a quel livello.

Vujadin Boskov, l’uomo giusto al posto giusto

Dopo la prima Coppa Italia i ragazzi di Paolo devono rilanciarsi, acquisire fiducia in sé stessi per ripetere certi voli meravigliosi. Il Presidente chiama in panchina Vujadin Boskov, un giramondo che aveva già conosciuto la Genova blucerchiata da giocatore. Come allenatore ha sfiorato la Coppa dei Campioni in sella al Real Madrid, non gode di grande stampa perché ama le battute e un certo tono polemico quando necessario. Metterlo in panchina con quei ragazzi talentuosi potrebbe essere un azzardo. Si rivela la mossa perfetta.

Mantovani

Boskov fa “il lavaggio del cervello” al suo spogliatoio, secondo una definizione coniata da Gianluca Vialli. Mette in testa ai giovani talenti il tarlo di essere dei campioni che devono vincere mangiandosi gli avversari sul piano del ritmo, dell’intensità, dell’agonismo. Il resto lo faranno i piedi buoni e l’accortezza tattica. Funziona: dal 1988 al 1991, due coppe Italia nel 1988 e nel 1989, la Coppa delle Coppe nel 1990, lo scudetto (finalmente! Eccolo!) e la Supercoppa Italiana nel 1991. Vialli e Mancini sono i gemelli del gol, Vierchowod gioca al fianco di talenti come Pagliuca, Mannini, Pellegrini, Lombardo, Dossena, Cerezo. Si realizza un ciclo epico. La sfida allo status quo è vinta, la Sampdoria campione d’Italia è realtà. Mantovani ha vinto a dispetto delle avversità, come lo sciagurato restyling dello stadio Luigi Ferraris, polpetta avvelenata servita dalle miopi istituzioni cittadine. Resta solo un gradino da salire.

Wembley, l’amore e l’amarezza

Mantovani vuole anche la Coppa dei Campioni, che da sempre era stato il suo obiettivo finale, anche quando nessuno gli credeva. La Samp sfiora soltanto il titolo europeo. Vince il Barcelona di Johan Cruijff, nella finale di Wembley del 20 maggio 1992, 1-0 dopo i tempi supplementari. Sbancare l’Europa al primo colpo era impresa riuscita solo a Nottingham Forest e Aston Villa. La Sampdoria si ferma a un passo dal traguardo. Perde con stile, con trentamila sampdoriani che colorano lo stadio inglese per eccellenza e cantano, e piangono, e sanno che devono tutto a quell’uomo romano, già tifoso della Lazio, che ha sposato la causa persa di un piccolo club. Non c’è Leicester che tenga. In Italia i piccoli club restano piccoli, finché non arriva un grande uomo a renderli grandi.

Paolo Mantovani era un grande uomo, come testimoniano ancora oggi i suoi ex calciatori, Roberto Mancini su tutti. La sua parabola si è conclusa nel 1993, quando la malattia lo ha strappato da questa terra e lo ha consegnato alla storia. Non ha visto la quarta Coppa Italia doriana, nel 1994, vinta con una rosa creata da lui: Gullit, Platt, Evani, Jugovic i suoi ultimi grandi colpi di mercato.

L’eredità di Paolo: stile e correttezza

Così come non ha visto il calcio declinare verso un livello infinitamente più povero di valori umani, a dispetto del gigantismo finanziario che lo caratterizza oggi. Non ha vissuto le ripetute manifestazioni d’amore dei suoi tifosi, dei ragazzi che ha cresciuto, oggi uomini e professionisti del pallone. Nemmeno ha potuto godere delle attestazioni di stima dei suoi vecchi avversari, primo tra tutti Aldo Spinelli, presidente del Genoa nel 1993 che portò tutta la squadra al funerale del rivale per antonomasia.

Paolo Mantovani manca al calcio italiano, come ci ha ricordato sua figlia Ludovica, manager sportiva di alto livello, per la sua correttezza, per il suo saper essere un esempio, per il suo divenire rifugio nei momenti difficili. Nella tempesta dei nostri giorni, il ricordo del Presidente è il porto a cui tornare.

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La Samp era originale e tutti ne eravamo innamorati. Non era il come, era il perché. Quando ho incontrato Mantovani, non mi ha dettovogliamo vincere questo, poi quello”. Lui ti raccontava: “Ho questo sogno, sfidare lo status quo, l’establishment del calcio, voglio dimostrare che una squadra giovane come la Samp può battere le grandi, perché creerò un ambiente, un’atmosfera particolare…” Poi veniva il come. Ma il perché ci aveva fatto innamorare del progetto, della sua idea. Quando andavi a parlare con il Presidente, uscivi che ti sembrava di camminare sulle acque. Lui aveva un tocco, ti riempiva di fiducia, fiducia, fiducia….

[Gianluca Vialli da “Wembley ’92, La Sampdoria e l’ultima Coppa dei Campioni”, Boogaloo 2018]

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