Patrizia Tacchella è una bambina felice. È il 22 aprile 1990, e lei è tornata a casa da soli cinque giorni. Ora, mano nella mano con il papà, sta facendo il suo ingresso sul terreno del Bentegodi, dove tra pochi istanti Verona e Milan si giocheranno una partita che vale una stagione. Un saluto al pubblico gialloblù, un gesto di riconoscenza, da parte della famiglia Tacchella, nei confronti della città di Verona, che non le ha mai fatto mancare il proprio appoggio in quei giorni burrascosi.

È un periodo convulso in Italia: dopo gli anni di piombo e la strategia della tensione, dopo l’ascesa della criminalità organizzata, è adesso la cosiddetta “stagione dei sequestri” a tenere col fiato sospeso il nostro paese. Patrizia, che compirà nove anni a maggio, è figlia di Imerio Tacchella, fondatore della Carrera Jeans assieme ai fratelli Tito e Domenico. È stata rapita a Stallavena di Grezzana, piccolo paese in provincia di Verona, nel pomeriggio del 30 gennaio 1990. È una bambina dai capelli castani, solare e sorridente. I suoi occhiali tondi, dalle lenti spesse, così tipici all’epoca, le conferiscono un aspetto un po’ buffo. La sua prigionia è terminata il 17 aprile, dopo 77 giorni, grazie ad un’irruzione del GIS dell’Arma dei Carabinieri, che ha arrestato i suoi rapitori, una banda composta da tre piccoli imprenditori piemontesi oberati dai debiti.

È stata una stagione lunga e faticosa per il Milan: 3 competizioni portate avanti fino agli atti finali, oltre alla Supercoppa Europea vinta contro il Barcellona tra novembre e dicembre e alla storica Coppa Intercontinentale conquistata a spese del Nacional de Medellín del Pacho Maturana. Solamente 4 giorni prima, la squadra di Sacchi è stata costretta ai supplementari dal Bayern Monaco, nella semifinale di ritorno di Coppa Campioni, conquistando l’accesso alla finale del 23 maggio grazie ad un gol di Stefano Borgonovo.

Il campionato, invece, ha seguito una traiettoria altalenante ed imprevedibile. Un lungo duello con il Napoli fatto di fughe e rincorse, sorpassi e contro-sorpassi. Dopo aver perso al San Paolo (3-0) e aver subito due clamorose sconfitte contro Cremonese e Ascoli (poi retrocesse), alla decima giornata il Milan è addirittura ottavo, staccato di 6 punti dai partenopei. Ma con il derby del dodicesimo turno, vinto 3-0, ha inizio una lenta e graduale rimonta, che si concretizza con il 3-0 (firmato Massaro, Maldini e Van Basten) restituito al Napoli nel girone di ritorno.  Due settimane più tardi, vincendo a Roma 4-0 e grazie alla concomitante sconfitta del Napoli contro l’Inter, il Milan è per la prima volta davanti a tutti.

Napoli-Milan, le maglie anni '80 per lo scudetto

Ma le fatiche di Coppa pesano: due sonore sconfitte consecutive, contro Juventus e Inter, non vengono sfruttate dai rivali, che contro Lecce e Sampdoria raccolgono un solo punto, portandosi a -1 dalla vetta. L’8 aprile 1990, in occasione dal trentunesimo e quart’ultimo turno, si verifica però l’episodio che segna la stagione. Milan e Napoli sono bloccate sullo 0-0 rispettivamente da Bologna e Atalanta. I rossoneri vengono salvati dall’arbitro Lanese e dal guardalinee Nicchi, che non vedono che il pallone calciato da Marronaro ha nettamente oltrepassato la linea di porta.

Ma è a Bergamo che accade l’incredibile. Ad un quarto d’ora dal termine, Alemão, centrocampista brasiliano degli azzurri, viene colpito alla testa da una moneta da 100 lire, accusa il colpo e deve essere sostituito. La partita si chiude sullo 0-0, ma il Napoli fa ricorso e, in virtù del regolamento dell’epoca, gli viene assegnata la vittoria per 2-0 a tavolino. Ora, in classifica, è di nuovo parità.

Le polemiche divampano. Ci sono grandi dubbi sull’effettiva gravità dell’impatto e si sospetta della buona fede della società partenopea, accusata di aver inscenato una commedia. Il massaggiatore del Napoli, Salvatore Carmando, il primo a soccorrere Alemão, sembra essere colto dalle telecamere mentre urla al brasiliano di restare a terra. Il Milan assume addirittura un esperto di lettura labiale per smascherarlo. Alemão, offeso dalle insinuazioni sul suo conto, tira in ballo questioni geo-politiche: “Dite sempre che il Brasile fa parte del terzo mondo, allora io vi dico che a Bergamo ho visto il quarto…

È in questo clima infuocato che si giunge alla trentatreesima giornata, la penultima. Il Verona, di contro, è ancora in corsa (a sorpresa) per la salvezza. La società scaligera, che deve fronteggiare serie difficoltà finanziarie, ha allestito una squadra totalmente stravolta rispetto alla stagione precedente. Una rosa, sempre affidata ad Osvaldo Bagnoli, dal mediocre livello tecnico, a cui però non fa difetto la combattività.

Il Bentegodi, quel pomeriggio del 22 aprile 1990, è letteralmente gremito: oltre a Patrizia e papà Imerio, ci sono quasi 43.000 spettatori. Nel Milan l’osservato speciale è Ruud Gullit, reduce da un infortunio che lo tiene fuori da quasi un anno. Partirà dalla panchina, sulle spalle l’insolito numero 15.

Verona

Il Milan, reduce da una stagione logorante, non sembra brillantissimo. Ma passa in vantaggio, poco dopo la mezz’ora, grazie ad una punizione velenosa di Marco Simone: il suo destro assume una traiettoria perfida, che inganna il giovanissimo portiere Angelo Peruzzi, in prestito all’Hellas dalla Roma. Il Verona non demorde, non si rassegna ad una retrocessione che pare ormai scritta e spinge furiosamente alla ricerca del pari. Pazzagli deve superarsi in un paio di occasioni: prima sventa una punizione mancina di Pusceddu, poi devia in corner un tuffo di testa ravvicinato di Tullio Gritti.

Si va all’intervallo sullo 0-1, ma è per la ripresa che il match ha riservato tutti i propri colpi di scena, con un raffica di episodi e recriminazioni. Le proteste cominciano per un sospetto intervento ai danni di Massaro da parte di Favero: i rossoneri chiedono il rigore, ma Lo Bello si mostra inflessibile. È cominciato il suo pomeriggio da protagonista. Poco dopo, Sacchi si decide: è giunto il momento di Ruud Gullit, gli lascia il posto Simone. Proprio dopo uno spunto dell’olandese, sulla fascia destra, arriva un contatto che vede protagonista ancora Favero. Questa volta è Van Basten a cadere in area: il Cigno va giù, Lo Bello lascia correre di nuovo e Sacchi va su tutte le furie. Risultato: espulso.

Nel suo elegante trench nero, l’uomo di Fusignano si dirige verso gli spogliatoi, improvvidamente collocati dalla parte opposta del campo. Il Bentegodi è una bolgia e al tecnico rossonero piove addosso di tutto. Una sorte che non toccherà soltanto a lui. Sono segnali premonitori di una tragedia annunciata: su un tiro dalla bandierina di Fanna, a svettare più in alto di tutti è Víctor Hugo Sotomayor, difensore argentino giunto in riva all’Adige dal Racing de Córdoba, accompagnato da alcune maligne dicerie. Il suo colpo di testa assomiglia piuttosto ad una fucilata, che si infila inesorabile sotto l’incrocio. 1-1.

Il Milan riparte a testa bassa. Gullit ha subito una buona chance, ma Peruzzi stavolta non si lascia sorprendere. Poi Van Basten spara clamorosamente a lato. Viene espulso Rijkaard, che uscendo dal campo sente forse qualche insulto un po’ troppo colorito e si produce in un ironico inchino. Solo un assaggio di un finale infuocato. Van Basten viene allontanato da Lo Bello per una protesta plateale: si toglie la maglia e la getta via, esibendo una canottiera bianca che oggi fa un po’ sorridere.

E pochi minuti dopo, il grigio pomeriggio milanista assume tinte ancor più fosche. Davide Pellegrini, sgusciante centravanti che in gialloblù sarà poi protagonista anche da allenatore, fugge sul filo del fuorigioco. Questa volta il braccio alzato di Franco Baresi non produce effetti e il numero 7 scaligero può presentarsi solo davanti alla porta. Il suo sghembo pallonetto mancino è sorprendente e beffardo, Pazzagli rimane di sasso. Il Verona ha ribaltato il punteggio. 2-1.

Verona

Il Milan, che nell’occasione protesta per un paio di fuorigioco “passivi”, non ne ha più. Fisicamente e mentalmente. Negli ultimi scampoli di gara, chiude addirittura in 8: saluta la compagnia anche Billy Costacurta. Nella pancia dello stadio, Silvio Berlusconi, ancora lontano dalla “discesa in campo”, è un fiume in piena e bolla come “esemplare” l’arbitraggio di Rosario Lo Bello, paragonandolo all’altrettanto “esemplare” sentenza di pochi giorni prima, quella che ha dato i due punti a tavolino al Napoli per i fattacci di Bergamo. Nessun’altro, in casa rossonera, rilascerà dichiarazioni. Il Napoli, nel contempo, vince 4-2 a Bologna grazie agli scatenati Careca e Maradona, portandosi così a +2.

È la seconda “fatal Verona” della storia milanista: era già successo il 20 maggio 1973, quando i rossoneri vennero travolti per 5-3 al Bentegodi, perdendo lo Scudetto in favore della Juventus. Una settimana più tardi, il successo del Napoli sulla Lazio renderà infatti vano il 4-0 del Milan sul Bari e varrà il secondo titolo di campione d’Italia per la società di Corrado Ferlaino. Il Verona viene invece sconfitto sul campo del Cesena e scende in Serie B assieme a Udinese, Cremonese e Ascoli. È una retrocessione che chiude un’era, quella di Osvaldo Bagnoli, a soli cinque anni dalla conquista di un leggendario scudetto.

Nelle settimane e nei giorni seguenti, tennero banco le discussioni su quel drammatico pomeriggio al Bentegodi. Lo Bello si difese, lamentando di aver vissuto un’autentica gogna mediatica: “La verità è che sono stato tradito dall’isteria collettiva dei rossoneri. Sacchi dall’inizio della partita era nervosissimo. Mi diceva di tutto, non potevo fare diversamente. Van Basten si tolse la maglia buttandola a terra. Un comportamento inconcepibile per un campione come lui e una mancanza di rispetto che ho vissuto come un tradimento. Rijkaard sputò un paio di volte nella mia direzione. La seconda mi prese su una scarpa, dandomi anche della gran testa di c… Non potevo chiudere un occhio. Fu l’inizio di un brutto periodo. Fui lasciato solo. Nessuno, a parte la mia famiglia, mi stava vicino.

E se Billy Costacurta, oggi, ammette che quella del Verona fu una vittoria meritata, Marco Van Basten non dimentica: “Quell’anno ci venne rubato uno scudetto: prima la sceneggiata di Bergamo, con la moneta in testa ad Alemão e il massaggiatore del Napoli che gli dice di simulare un trauma. Poi la nostra sconfitta a Verona. Un’imboscata, con un arbitro come Lo Bello che fece di tutto per farci perdere e fischiò in maniera scandalosa. Fu una vera porcheria.

Verona

Il 25 aprile 1990, il Milan perde anche la finale di Coppa Italia contro la Juventus, riuscendo però a rifarsi nella finale di Coppa Campioni del Prater di Vienna: un gol di Frankie Rijkaard piega la resistenza del Benfica e regala agli uomini di Sacchi il secondo trionfo continentale consecutivo. Il calcio italiano è il migliore del mondo: tutte le coppe europee sono state conquistate da squadre del nostro paese. Seppur al termine di una stagione segnata da furiose polemiche, eravamo pronti a vivere, nelle nostre migliori condizioni, la magia di Italia ‘90.

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