Dopo le diverse dirette e interviste esclusive che vi abbiamo proposto nell’ultimo periodo, quest’oggi vi riportiamo una nostra piacevole chiacchierata con Nicola Amoruso, ex centravanti italiano che ha segnato importanti stagioni della Serie A (ma non solo) a cavallo fra la fine degli anni 90′ e l’inizio dei duemila.

Classe ’74, e ritiratosi  nell’ormai lontano agosto 2011, Amoruso è nativo di Cerignola, in Puglia. Cresciuto nel settore giovanile della Sampdoria, che è anche la squadra che lo ha lanciato nel grande calcio in una sfida a San Siro contro l’Inter nel dicembre del 1993,  bomber “Nick” è noto principalmente per essere stato – a pari merito con Marco Borriello – il calciatore che ha cambiato più squadre, e segnato con altrettante, nella nostra Serie A. Ben 13, infatti, le compagini italiane militanti in massima serie con le quali Amoruso è sceso in campo: 12 di queste, quelle con cui è anche andato in gol (unica “eccezione” costituita dalla breve parentesi a Siene negli ultimi anni della sua carriera).

Come se non bastasse, l’ex Reggina – che rappresenta la squadra alla quale ha legato i suoi migliori “successi” – suo malgrado detiene un altro singolare primato: limitatamente alla massima serie, in cui ha realizzato 113 reti, è il più prolifico tra gli attaccanti italiani che non hanno mai indossato la maglia della nazionale maggiore. Insomma, trattasi senza alcun dubbio di un calciatore che rimarrà per tanto tempo nella memoria dei tanti tifosi avuti in carriera nelle sue varie esperienze, nonchè un personaggio per certi versi iconico per molte generazioni di appassionati della Serie A in generale.

Detto della Reggina, con la quale ha ottenuto il massimo massimo di reti (40) in A con la stessa maglia, la squadra più importante in cui ha militato è stata senza dubbio la Juventus. Con i bianconeri ha collezionato ben 103 presenze fra campionato e coppe (il maggior numero in carriera con lo stesso club) arricchite da 29 gol. Dal 96 al 2002 infatti, Amoruso ha fatto parte del reparto offensivo juventino che in quegli anni ha visto passare giocatori del calibro di Del Piero, Inzaghi, Vieri e Trezeguet per citarne solo alcuni. Un’esperienza che lo ha formato e gli ha permesso sia di vincere trofei importanti (tre campionati italiani, due supercoppe e una coppa intercontinentale), che di raggiungere un livello tale da garantirsi una grande carriera nella massima serie per tanti anni.

E allora, dagli inizi di carriera alle varie esperienze vissute nelle tante squadre che ha girato, per terminare con i sogni raggiunti (e anche alcuni piccoli rimpianti), insieme a lui abbiamo provato a raccontarvi la sua incredibile storia.

Nicola Amoruso

Buongiorno Nicola, innanzitutto la vorremmo ringraziare per l’immensa disponibilità. Volevamo cominciare dal suo esordio in massima serie, ovvero quello con la maglia della Sampdoria a San Siro. Quest’ultimo è arrivato all’età di 20 anni, che emozioni ha provato nel momento in cui ha esordito alla Scala del Calcio?

“Nel momento in cui arrivi lì raggiungi il sogno di una vita. Ho esordito con una squadra seria – la Sampdoria – con la quale sono cresciuto calcisticamente. Con quest’ultima ho infatti giocato per 5 anni e nel corso dell’ultima annata abbiamo vinto anche uno scudetto primavera e una Coppa Italia. Posso dire di aver avuto il privilegio di giocare con calciatori formidabili come Mancini ed esser stato allenato da un tecnico internazionale come Eriksson. Con l’Inter, nonostante perdemmo per 3-0, l’emozione di poter entrare in un campo gremito come San Siro, è una di quelle che ti rimane in mente per tutta la vita”. 

Al termine di due stagioni passate rispettivamente in terra propria alla Fidelis Andria e in Veneto al Padova, lei ha attirato le attenzioni della prestigiosissima Juventus. Nel corso delle quattro annate in bianconero – tre dal 1996-99 e una nel 2001-2002 – ha riportato nel suo palmares anche diversi trofei. Cosa ha appreso quindi, data la sua giovane età ai tempi, da questa lunga esperienza? Sia a livello ambientale, che a livello di gioco grazie ai tecnici e giocatori che ha vissuto in prima persona, cosa le ha lasciato giocare in un club così importante come quello bianconero?

“Arrivai in una Juventus che l’anno prima vinse lo scudetto. Acquistarono non solo me, bensì diversi ragazzi giovani tra i quali anche Iuliano. Ci catapultammo in un mondo totalmente nuovo, la squadra era lontana anni luce dalle altre. Giocava un calcio spettacolare ed era conosciutissima a livello europeo. Seppur fossi davvero giovane, capii subito in che ambiente mi trovassi, quali fossero le regole, gli obiettivi e il DNA della Juventus. Bisognava vincere con professionalità e stare attento ai comportamenti che si avevano. Oltretutto io fin da piccolo ho tifato Juve e, ritrovarmi a vestire la maglia della mia squadra del cuore fu qualcosa di sensazionale. Ancora oggi mi ritengo fortunato di aver fatto parte di una società di quel calibro. Il giocatore che mi sorprese di più e, che sorprese tutti visto che arrivò con una grande ombra di dubbio, fu Zidane. Nessuno di noi lo conosceva e fin da subito ci fece capire che grande campione fosse, sorprendendo i tanti. Zinedine è stato uno dei calciatori che ha scritto la storia del calcio, un atleta straordinario con il quale ho avuto il piacere di giocare. Si trattò di un’esperienza unica anche a livello tecnico, prendendo in considerazione anche l’uomo che sedeva in panchina: Marcello Lippi. Allenatore che mi permise di vivere un periodo unico. Ti rendi conto di esserti abituato talmente bene e di aver avuto la fortuna e bravura di giocare in un club del genere solo quando lo lasci. Non è certamente facile lasciare una compagine del genere. Questa esperienza ti segna davvero tanto perchè, la Juventus ha tifosi in tutto il mondo e, io ad ogni modo rimango e rimarrò sempre un calciatore che ha vestito la maglia bianconera”. 

Lei ha passato la carriera cambiando quasi sempre squadra e, grazie a tali decisioni ha raggiunto i due record di cui parlavamo poc’anzi, oltre a quello legato alla mancata convocazione in nazionale A. Di quale di questi tre “traguardi” è più fiero? Inoltre, il fatto di non aver mai giocato con gli azzurri ‘senior’ quanto è pesato sul corso della sua carriera?

“Indubbiamente quello raggiunto cambiando diverse squadre non è stato voluto, spesso me ne sono dovuto andar via da una squadra forzatamente. Nonostante ciò, questo continuo cambio mi ha fatto molto bene sotto il punto di vista umano. Ho avuto la possibilità di vedere e vivere diverse città e quindi conoscere luoghi nuovi e gente nuova. Umanamente parlando, mi sono arricchito davvero tanto. Decisi di cambiare in più occasioni perchè arrivavano proposte importanti che mi permettevano di valutare più fattori. Nei due anni in cui sono stato infortunato con la Juve, i bianconeri mi girarono in prestito perciò non lo decisi io di cambiare club. Seppur alcune esperienze furono meno belle di altre, posso ammettere di esser fiero di quanto fatto. Indubbiamente dispiace non aver raggiunto la maglia della nazionale, ma allora nel reparto avanzato erano presenti davvero molti fenomeni. Cercare di togliere il posto a uno come Vieri, Del Piero o Signori non era affatto facile. Inoltre, i posti a disposizione erano davvero pochi, perciò diveniva un’impresa conquistare un posto in nazionale maggiore. Forse l’avrei meritata nell’anno in cui feci 17 gol con la Reggina, ma nonostante ai tempi non la raggiunsi, non me ne feci un problema e non lo è tutt’ora”. 

Nicola Amoruso

Lei dal 2005 al 2008 ha vestito l’importante maglia della Reggina. Con la formazione calabra è riuscito a scrivere una pagina di storia del panorama calcistico del nostro paese. In coppia con Rolando Bianchi, infatti, mise a segno 35 reti grazie alle quali gli amaranto si salvarono nonostante i 15 punti di penalizzazioni inflitti per illecito sportivo. Che rapporto ha mantenuto con la piazza, con la società e ovviamente anche con Walter Mazzarri all’epoca vostro tecnico?

“La maglia della Reggina è stata la mia seconda pelle, fu un’esperienza fantastica. Arrivai in amaranto con una certa carta d’identità e per me si rivelò una seconda giovinezza. Devo ammettere che è stato qualcosa di straordinario. Tutt’oggi sono molto legato con la città, con la società e con la piazza. In particolare quell’anno lì riuscimmo a fare qualcosa di unico che ancora oggi è rimasto negli annali, riuscendo a salvarci nonostante quegli infiniti punti di penalizzazione. Giocavamo a memoria e ci divertivamo davvero tanto, e ancora oggi quel traguardo lo consideriamo a tutti gli effetti il nostro scudetto. Senza dubbio, quelle emozioni mi legano ancora molto a quella maglia. Con Mazzarri ho sempre avuto un ottimo rapporto, tutt’oggi periodicamente ci sentiamo e siamo rimasti in contatto. E’ un tecnico molto sanguigno e secondo me molto sottovalutato nonostante l’ottimo lavoro fatto nel corso delle stagioni. Stiamo parlando di una persona che ci mette tanta passione in quello che fa e io l’ho sempre considerato molto importante per la mia carriera”. 

Lei è nativo della tanto amata Puglia, precisamente è nato a Cerignola. C’è per caso un motivo per il quale non ha vestito diverse maglie della sua terra natia, giocando solamente con la Fidelis Andria in Serie B? Inoltre le vorremmo chiedere cosa ne pensa del percorso sempre più in discesa del club federiciano nel susseguirsi delle ultime stagioni. 

“Ai tempi, proprio come oggi, di squadre pugliesi nelle migliori categorie italiane non ce n’erano tante. Solo il Foggia era in Serie A, ma in quel periodo io ero già alla Juve e ovviamente non volevo lasciare la squadra bianconera. Qualche anno dopo si presentò un’occasione per andare nel Bari, ma la trattativa non giunse al termine. La Fidelis Andria fu l’unica vera occasione, e infatti la sfruttai subito. La chiamata arrivò dopo l’anno importante alla Samp in cui feci il mio esordio fra i grandi: accettai di andare nel club federiciano perchè, oltre ad avere l’occasione di giocare con continuità e fare esperienza, potevo stare vicino alla mia famiglia e alla mia città natia. Fu una bella stagione e mi è rimasta a cuore. Per quanto concerne le ultime annate, non penso sia mai facile mantenere ad alti livelli un club come l’Andria. Molti dei presidenti nei campionati minori, sono imprenditori e non tifosi. Questo fattore si rivela negativo nei confronti degli sviluppi di un club. Ad esempio ciò non è accaduto nel caso della Reggina, la quale con il presidente Gallo sta facendo grandi cose. Ormai nel mondo del calcio in pochi investono con l’intento di costruire un progetto serio e solido, l’obiettivo dei tanti è far quadrare i conti a fine stagione.  Al netto di ciò, credo che si pensi più al guadagno che alla crescita dei calciatori e di conseguenza della squadra”.

Nicola Amoruso

In virtù del suo continuo cambio di squadra nel corso della sua lunga carriera, si è mai pentito di non essersi legato ai colori di una compagine per più anni? Inoltre, lei ha sempre giocato nel nostro paese, senza mai sbarcare in tornei esteri: ha mai ricevuto offerte dall’Europa e non?

“Seppur abbia cambiato più squadre alla Reggina sono resto per tre annate mentre, nella Juventus per quattro stagioni e mezzo. Verso fine carriera ci fu l’opportunità di andare in Ucraina allo Shakhtar Donetsk, offerta che erroneamente rifiutai. Sinceramente stavo molto bene in Italia, poi siamo consapevoli che il calcio del nostro paese è uno dei migliori, quindi sono felice di quello che ho fatto nel corso delle mie stagioni da calciatore. Nonostante ciò quella scelta a fine carriera fu molto sbagliata, perchè ripensandoci ad oggi, mi sarebbe piaciuto molto vivere un ambiente differente da quello vissuto nella nostra nazione”.

Dopo la prima parentesi in terra umbra con la maglia del Perugia approdò in Campania, per giocare con il Napoli. Cosa ricorda di quella terra, di quell’importante e rumorosa piazza circondata da un pubblico così caloroso? 

“Fin da giovane ho avuto una certa simpatia nei confronti della piazza partenopea, soprattutto dopo aver conosciuto mia moglie che è napoletana. L’anno in cui giocai a Napoli fu buono sotto il punto di vista personale, ma non lo ricordo con grande gioia perchè retrocedemmo. Fu un’annata davvero molto sofferta e ciò fu dovuto anche dal cambio di allenatore e alle varie problematiche societarie. La fame di calcio della piazza e la tifoseria calorosa contraddistinguono questo club da molti altri. Mi sarebbe piaciuto giocare con il Napoli in annate migliori. Nonostante il fatto che – calcisticamente parlando – la stagione non fu delle migliori, devo ammettere che a livello umano fu davvero bella.”  

Per concludere in bellezza, ci vorrebbe raccontare un qualunque aneddoto vissuto durante la sua lunga e importante carriera calcistica?

“Ricordo che al primo allenamento con la Juventus nell’anno in cui arrivò Zidane, lui fece un numero straordinario tanto da far fermare tutti noi, compreso l’allenatore, per applaudirlo. Rimanemmo stupidi dal suo gesto tecnico e devo ammettere che ciò mi è accaduto in una sola occasione nell’arco della mia lunga carriera. Solitamente il mister elogia un gol con un «bravo», ma noi applaudimmo e capimmo da subito che campione avessimo di fronte a noi”.

Nicola Amoruso

Un ringraziamento speciale a Nicola Amoruso.

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Intervista di Simone Cataldo. 

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