In una delle tante serate tutte uguali, al termine di uno di questi giorni senza più nome che – a noi fortunati, è bene precisarlo – l’emergenza Covid ha riservato, mi sono trovato a riguardare l’epica rimonta della Roma ai danni del Barcellona. Breve ma doverosa contestualizzazione: parlo ovviamente del ritorno dei quarti di finale della Champions 2017-18. I giallorossi di Eusebio Di Francesco, dopo il severo (e per certi versi ingeneroso) 4-1 subìto al Camp Nou, erano chiamati alla partita della vita. Termine spesso abusato, a dir la verità. Ma davvero calzante per ciò che Džeko e compagni riuscirono a fare in quella mag(g)ica sera del 10 aprile 2018.

Una Roma perfetta, straripante, convinta – ogni minuto più del precedente – di poter davvero portare a termine l’impresa. Anche se davanti a sé aveva gente come Messi e Suarez perfettamente in grado, con una singola scintilla, di far crollare in un istante quel magnifico sogno. Anche dopo che Ter Stegen, al minuto 79, aveva compiuto un grande intervento negando il 3-0 ad El Shaarawy. Spesso preludio, con il cronometro che corre verso il novantesimo e l’acido lattico che inizia a gridare, al più classico dei gol-beffa. Non quella sera. Non in quell’atmosfera così elettrica. Già perché lo stesso pubblico dell’Olimpico, per una volta, sembrava aver messo da parte quel pessimismo cosmico che spesso identifica il tifoso giallorosso. Facendosi trascinare, e trascinando a sua volta, i propri ragazzi verso l’impensabile divenuto inevitabile: il gol qualificazione.

Sull’angolo battuto da Ünder, Manōlas bruciava Semedo con una di quelle deviazioni di testa che, nell’attimo esatto in cui le osserviamo, sembrano avere un’unica possibile conclusione. Il fondo della rete. Nonostante sapessi esattamente cosa sarebbe successo su quel corner, e come sarebbe poi finito l’incontro, confesso candidamente di aver avuto i brividi. Pur non essendo romanista, ho voluto rivedere cinque, dieci volte l’azione. Tanto da costringere la mia ragazza a venire a controllare se fosse tutto a posto, ma questa è un’altra storia. E a ogni replay, quel brivido non accennava a ritirarsi. Poi ho compreso cosa fosse: il boato dell’Olimpico. Un ruggito violento, persistente, di meraviglia e orgoglio. Di puro amore. 

Non mi interessa nemmeno sapere se si sia trattato di uno dei boati più belli di sempre. Ci sono stati indubbiamente spalti più gremiti, gol ancora più drammatici. E d’altronde anche io in prima persona, in Gradinata a tifare la Samp, ho vissuto esplosioni di gioia indimenticabili, che non saprei mettere a paragone nemmeno volendo. Non è questo il punto. Il punto è che ho capito, in pieno lockdown, quanto manchino emozioni simili. E soprattutto, per quanto ancora mancheranno.

boato

Il calcio dovrà provare a ripartire. Cadremmo inutilmente preda dell’idealismo a sostenere, e sperare, il contrario. Nonostante le troppe vittime, nonostante le innegabili difficoltà che il Paese sta affrontando e affronterà, il calcio farà tutto il possibile per rimettersi in moto. Non per dare un segnale di speranza – lasciamo certe foglie di fico a chi riveste ruoli istituzionali – ma semplicemente perché di questo Paese è, piaccia o meno, una delle maggiori locomotive economiche. Ma dovrà farlo rigorosamente a porte chiuse, nessuno sa davvero per quanto tempo. E non sarà, nemmeno lontanamente, la stessa cosa.

Ne abbiamo avuto un assaggio negli ultimi turni portati faticosamente a termine prima della serrata generale. Certo, può essere interessante – e in effetti personalmente lo è – poter ascoltare i dialoghi tra arbitro e giocatori. O comprendere meglio lo stile degli allenatori, tra chi si sgola per novanta minuti e chi solo di rado interviene per richiamare, correggere o spronare i propri ragazzi.
Ma se riguardo il gol – peraltro una prodezza tecnica da stropicciarsi gli occhi – con cui Dybala ha sigillato l’ultimo Derby d’Italia in uno Stadium deserto, beh non riesco a provare nemmeno un decimo dell’emozione che mi trasmette la rete di Manolas. La stessa esultanza, comunque criticata in tempi di distanziamento sociale, non è palesemente quella che avrebbe meritato un potenziale gol-Scudetto. Tolti alcuni componenti della panchina, risulta quasi timida.

boato

Tante volte, nel descrivere le tifoserie sugli spalti, ho sentito usare la terminologia cornice di pubblico. Ora che il pubblico è stato, e sarà, forzatamente costretto sul divano, si capisce davvero quanto quella parola – cornice – sia sbagliata. Il boato dopo un gol, i fischi di paura quando l’avversario preme con sempre maggiore insistenza, l’applauso liberatorio dopo una parata decisiva, la sincera meraviglia per un tunnel inatteso. Tutto ciò non è un semplice orpello rispetto allo spettacolo in campo. Ne è parte integrante, e attore protagonista. E la sua assenza ci restituisce un calcio che, per quanto spettacolare possa essere dal punto di vista prettamente tecnico, è privato di uno dei suoi cardini. O pensiamo davvero che senza Anfield, per restare in tema di rimonte, avremmo visto ancora il Barcellona capitolare così rovinosamente, dodici mesi dopo Roma?

Il calcio ripartirà, in qualche modo e con un po’ di pazienza (è di ieri la notizia, arrivata dalla viva voce del Premier Conte, che per la ripresa degli allenamenti si dovrà attendere il 18 maggio). E torneremo anche a scaldarci per la Coppa dalle grandi orecchie o per la lotta Scudetto. Ma davvero, non potrà essere la stessa cosa.

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here