Videogiochi. Traduzione dall’inglese di “videogames”. Una parola che ormai è entrata a far parte della nostra quotidianità, specie in questi giorni che, per cause di forza maggiore, siamo costretti a stare in casa. Un’associazione di due sostantivi che, però, non deve confondere. Così come il tentativo di dare ancor più credibilità al sistema con la denominazione di Esports. Non prendeteci per pazzi, né tantomeno assassini di un movimento tanto in ascesa. L’obiettivo è quello di cercare una collocazione all’attività virtuale che come ogni novità ancora deve definire i suoi confini. Come un giovane di belle speranze sogna in grande, così gli Esports cercano legittimazione olimpica. Pura fantascienza “l’olimpismo” che conosciamo. 

Parliamoci chiaro, ad oggi gli Esports sono molto più di una semplice realtà di nicchia. Richiamano infatti milioni di spettatori ed appassionati che possono anche cimentarsi nel tentativo di emulare i propri idoli. Sì, perché sono tantissimi i personaggi che con le loro gesta si sono circondati di fans in tutto il mondo. Già prima della pandemia che ci sta costringendo da mesi nelle nostre abitazioni, queste competizioni popolavano interi palazzetti con il conseguente boom che era realtà ma al tempo stesso futuro.

Non indifferente anche il giro di soldi che questo movimento sta muovendo, visto che si è abbondantemente passato il miliardo di euro di utile. I dati sono in continua ascesa e l’emergenza Covid-19 per questo settore è stato un vero e proprio assist per allargare ulteriormente i propri orizzonti. Il tutto anche grazie all’interessamento di diverse squadre di calcio e F1 che hanno allestito una loro squadra virtuale, nonché al mondo delle scommesse che ha iniziato ad interessarsi portando soldi ed al contempo visibilità. Mosse di marketing e sviluppo davvero interessanti che hanno aggiunto legna da ardere ad un fuoco che lentamente sta prendendo le sembianze di un falò.

Sì una fiamma che si trova, forse lo farà per sempre, qualcosa da ardere da sola. Un braciere separato da quello olimpico che simbolicamente si accende ogni due anni,  ma che nella realtà brucia sempre in ogni istante della nostra vita. L’ideale olimpico infatti è una di quelle cose che scorre nelle vene di ogni anima del mondo. Pace, competizione sana e storie incredibili hanno sempre caratterizzato l’olimpismo. Ovvero quella filosofia che racchiude al suo interno l’essenza dei Giochi a cinque cerchi. Che tradotta dalla lingua lingua latina si completa nella citazione “mens sana in sano corpore”.

Solo all’inizio dell’anno l’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, ha inserito il “gaming desorder”, disturbo da gioco virtuale, tra le nuove forme patologiche di dipendenza. Ecco dunque perché è bene fare una distinzione tra quelle che sono le discipline olimpiche e quelli che sono gli “Esports”. Risulterebbe, infatti, assurdo avere all’interno del programma olimpico qualcosa che è stato recentemente catalogato come dipendenza. Con questo non vogliamo dire che i campioni dei videogame sono malati di console. L’obiettivo è proteggere un certo ideale di “gioco olimpico” che si basa sulla fatica fisica e mentale per un miglioramento della propria condizione nel mondo in generale. Una visione tanto lontana a quella degli “Esports” che invece mettono le proprie basi su una sfida individuale davanti ad uno schermo in una realtà che non sarà mai quella che viviamo quotidianamente.

Se il CIO dovesse consentire l’entrata degli Esports all’interno dei Giochi Olimpici, difficilmente prima di Los Angeles 2028, sarà la pietra tombale agli ideali studiati da Pierre De Coubertin. A vincere, infatti, sarà ancora una volta solamente il “dio denaro”, che con la sua ormai smisurata potenza riuscirebbe voler far entrare discipline non sportive all’interno del programma. Una mossa che non porterebbe davvero nulla sotto l’aspetto della promozione degli ideali che come abbiamo visto tanto si allontano da quelli dei Cinque Cerchi. Dunque, una pura scelta di business di cui non abbiamo bisogno.

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