Premessa: Tim Sparv è un buon calciatore, cresciuto nel Southampton con Gareth Bale e Theo Walcott, ma non è un campione. Corollario: non serve essere campioni per essere un esempio.

Tim Sparv

Rewind. Il capitano della nazionale finlandese di calcio, Tim Sparv, in forza al club danese del Midtjylland, ha rilasciato un’intervista al podcast sportivo di BBC World News. Si parla dello stop forzato e della voglia di ripartire con il football. All’inizio le domande del giornalista Mani Djazmi sono più o meno ovvie, in tempo di coronavirus: gli allenamenti saltati, la tenuta mentale in un momento difficile, i rimpianti della carriera (Sparv ha 34 anni). Si parla di traguardi sportivi: il Midtjylland è impegnato a mantenere il vertice nazionale, mentre la Finlandia attende ansiosa il debutto all’Europeo rinviato di un anno.

Il focus di Djazmi si sposta, il suo ospite non ha problemi a parlare di argomenti che dal calcio si estendono a grandi temi di attualità. La parità di genere (“Servono investimenti prioritari per il movimento calcistico delle donne“ dice Sparv “come nazionale maschile, abbiamo voluto che i nostri bonus in denaro fossero uguali a quelli della nazionale femminile”). I diritti umani, con particolare riferimento al Qatar, prossima sede della Coppa del mondo FIFA. Il cambiamento climatico, su cui Sparv non si tira indietro (“L’Europeo itinerante non è stata la scelta migliore, a livello di impatto ambientale: tanti viaggi aerei, tante sedi coinvolte per poco tempo”). Si parla anche di diffusione della lettura tra le ultime generazioni. Nel suo paese, Sparv ha il titolo ufficiale di ambasciatore di lettura, ossia un esempio per i giovani – soprattutto maschi – incoraggiati a prendere in mano libri e cercare di apprendere, di informarsi. Ha un blog pubblico (lo potete trovare qui, non serve sapere il finlandese, just english), dove scrive quello che gli passa per la testa, senza ulteriore filtro. Emerge il profilo di un giocatore arrivato a fine carriera a buon livello, un professionista senza grandi acuti ma con un’idea del suo futuro dopo il calcio. Uno di quei calciatori che hanno dedicato la vita al gioco, senza aver dimenticato che oltre il rettangolo esistono un mondo e dei valori.

Sparv

Cambiamo lato dell’Atlantico. Sono le settimane in cui gli spettatori ESPN e gli abbonati Netflix si stanno godendo “The last dance, un docu-drama centrato sulla figura di Michael Jordan, la sua ascesa e le sue cadute, dipanando il filo attorno a quell’ultima stagione a Chicago conclusa nel terzo anello del secondo three-peat. Il documentario esalta His Airness pur senza sconti: la sua ossessione per l’eccellenza è bene illustrata, sia quando domina gli avversari che lo hanno sfidato, sia quando sprona i compagni di squadra fino all’aggressione fisica e verbale. Non mancano i demoni per Jordan. Su tutti, la figura del padre James, mentore da strappare ai fratelli in gioventù e poi assenza indomabile dopo l’assassinio. C’è poi il vizio del gioco, incarnato in quegli occhi rossi che il povero MJ si porta appresso da anni, come se avesse mutuato il difetto dei videogamer, nonostante la sua sia mania d’azzardo. Jordan è stato il primo sportivo-brand, il campione che ha determinato una svolta per ogni disciplina di squadra a livello professionistico. “The Last Dance” racconta proprio questa ascesa accecante.

Alla resa dei conti, dopo otto puntate on air si può descrivere MJ come un modello totale di efficacia e dedizione sportiva, ma non come un esempio oltre il parquet, se non per la capacità di fare marketing con sé stesso. Un essere umano, tanto talentuoso quanto tormentato. Si dirà che in campo conta zero l’essere o meno un modello assoluto: il campione resta tale per ciò che ha saputo fare calzoncini indosso e gli esempi nel mondo del calcio si sprecano (Santa Maradona, priez pour moi!).

In un ipotetico match di una disciplina che deve essere ancora inventata, Sparv perderebbe sempre contro Jordan: troppo ossessivo nella perfezione il mito dal North Carolina, troppo onesto mestierante il ragazzo delle rive del Baltico. Eppure non possiamo cedere esclusivamente al fascino della potenza inarrestabile, alla gloria degli allori. Non dobbiamo. È necessario avere atleti come Tim Sparv e dare loro il giusto risalto. La funzione primaria dello sport è quella di educare. Per educare è necessario avere degli esempi che vadano oltre gli anelli, le coppe, i titoli. Sarebbe impossibile girare “The last dance” su Tim Sparv e non basterebbe mai un podcast di trenta minuti per raccontare Michael Jordan. Sarebbe però compito dei media trovare un modo per dare giusto risalto ad entrambe le sfere. Come detto, quella disciplina deve essere ancora inventata.

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