Dopo aver tentato di fare qualche pronostico e riassumere un po’ le stagioni di alcune delle ragazze della #generazionedorata, abbiamo voluto parlare con qualcuno che è indubbiamente molto più informato di noi in quest’ambito: coach Roberto Riccardi.

Coach Riccardi ha guidato le ragazze nel successo all’Europeo U18 della scorsa estate a Sarajevo, che si è concluso con sette vittorie su sette e un oro al collo. Nel 2018, inoltre, con le azzurre ha chiuso al quinto posto il Mondiale U17 di Minsk. Se l’Italbasket femminile giovanile è stata collocata al quinto posto del FIBA World Ranking, è sicuramente anche merito di questo fantastico tecnico, che ringraziamo per l’estrema professionalità e disponibilità dimostrateci.

Cosa hanno significato i successi giovanili agli Europei della scorsa estate per il movimento del basket femminile?

C’è stata molta euforia, molta partecipazione e anche molta condivisione da parte di tutti i settori della pallacanestro. Però la realtà è che poi ci si dimentica abbastanza in fretta, poiché gli allenatori del settore femminile spesso non vanno orgogliosi di quanto in questi anni è stato fatto. Quando si raggiungono i risultati con le nazionali è soprattutto merito di chi allena le giocatrici nei club. A mio avviso, questo orgoglio andrebbe veramente palesato, pubblicizzato e bisognerebbe parlarne. Finisce nelle pagine di chi vuole parlare unicamente del settore femminile, essendo la pallacanestro femminile quasi uno sport di nicchia per numero di praticanti e per un futuro che non si vede. Sicuramente quest’emergenza non ci ha aiutati, perché sarebbe potuta essere un’altra estate fortunata e positiva per i colori azzurri, sommandosi alle già 13 medaglie vinte negli ultimi dodici anni. Ci avrebbe fatto bene e comodo rinforzare e ribadire subito il concetto. Finisce abbastanza presto nel dimenticatoio. Non è colpa della Federazione o di chi gestisce queste cose: spesso è colpa nostra che non siamo capaci anche di venderci in un modo positivo. Finché la pallacanestro rimane confinata in uno sport che ha così poca visibilità e così poco coraggio nella sua componente tecnica, si fa fatica a dare quella visibilità che, invece, meriterebbe: perché non è più un risultato casuale ma lo stiamo ottenendo con molta continuità.

Sebbene i risultati delle azzurrine facciano ben sperare, è risaputo che il passaggio di questi successi in ambito senior non sia così automatico e scontato. Come si potrebbe, secondo lei, dare continuità?

Molte delle giocatrici che in questi anni hanno vinto medaglie sono già protagoniste in serie A. Sono quelle giocatrici su cui, in qualche società, si sta investendo e questo è, sicuramente, un aspetto positivo. Chiaramente, hanno più visibilità se sono tesserate per una realtà che non ha un problema di risultato. In questi anni chi è andata a Schio, tra le giovani, non era una giocatrice con poche qualità e non lo è, tutt’ora, con poco talento, ma sono giocatrici che in quel contesto fanno un po’ più fatica, oggi, ad avere spazio. Dev’essere, secondo me, un aspetto importante per tutte: non bisogna avere fretta. Le ragazze arrivano veramente giovani a una ribalta nazionale, però dovrebbero calcare di più il parquet anche a livello internazionale, in questo modo ci renderemmo più competitivi, riuscendo ad affermarci anche oltre l’ambito giovanile. Nei maschi il percorso è molto più lungo. Quando un giocatore di 22-23 anni diventa protagonista, ha alle spalle dieci o undici anni di pallacanestro. Noi in questo momento chiediamo alla giocatrice del 2002/2003/2004 di essere protagonista in un campionato nazionale e le giocatrici, quando va bene, hanno alle spalle quattro o cinque anni di attività giovanile tendente al senior di un certo livello. Quindi, non si devono far bruciare le tappe, non bisogna avere premura di responsabilizzarle o di far loro delle richieste che le mettano in difficoltà. Io credo che, insieme alla costanza dell’impegno, all’allenamento, alla grande disponibilità al lavoro, alle motivazioni che vengono passate e al credere nella giocatrice, serva la pazienza.

Dopo i successi della scorsa estate si sono nutrite molte aspettative sulle ragazze dorate. Visto che ormai la stagione si è conclusa, secondo lei sono riuscite a confermare il loro talento?

Secondo me, sì. Qualcuna si è riconfermata una giocatrice importante. Altre hanno guadagnato una quantità di minuti tali da renderle assolutamente necessarie protagoniste dentro la loro squadra. Qualcun’altra si è, purtroppo, infortunata dopo un buon avvio di stagione. Delle ragazze, che hanno continuato nella stessa società che le ha cresciute, a rotazione, sono state fondamentali in tante partite. La A2 è piena di giocatrici giovani che sono diventate protagoniste, magari non con grande continuità, perché non ci si può aspettare da una giocatrice così giovane una costanza nella prestazione, altrimenti parleremmo del fenomeno. Anche Cecilia Zandalasini, che è ormai riconosciuta a livello mondiale perché gioca in WNBA, ha avuto delle tappe nella sua crescita e non è sempre stata protagonista assoluta ogni volta. Lì c’è stata pazienza e la giocatrice si è consacrata, divenendo così un fenomeno. Credo che non si debba pensare “abbiamo vinto tre ori, quasi consecutivi in Europa in tre diverse categorie, quindi adesso dominiamo anche a livello senior”. Queste giocatrici hanno bisogno ancora di un percorso e di maturare esperienza prima di diventare protagoniste a livello europeo. Diciamo che la base di partenza questa volta è sicuramente buona.

Per la crescita di un’atleta è meglio un club che occupa l’alta classifica, che ha la possibilità di competere in coppe europee, permettendo alla ragazza di confrontarsi anche con le stelle della pallacanestro internazionale, con poco minutaggio o una società di media classifica che può offrirle un minutaggio maggiore?

È difficile dare un’opinione netta e precisa. Sicuramente, in una società che non ha l’ambizione di arrivare a un risultato, in cui non vieni tolta dal campo dopo il primo errore, hai la possibilità di stare in campo e di sbagliare per imparare. Il rovescio della medaglia è che, purtroppo, in Italia o giochi per lo scudetto o giochi per non retrocedere. Quindi, sono entrambe situazioni che possono mettere in difficoltà una giovane giocatrice. Probabilmente l’ideale è stare in società che riescono a investire o a dare spazio alle giocatrici più giovani e solitamente sono quelle che stanno in una fascia intermedia. Lì, credo ci stiano riuscendo tutte in un modo soddisfacente, mi sembra che i minuti non siano mancati.

Secondo lei è giusto caricare le giovanissime di così tante responsabilità?

Dare qualità ai roster delle squadre di serie A non è così facile: ogni società si trova a combattere tutti gli anni una battaglia non solo per la classifica, ma anche, credo, per finire la stagione con i soldi e, quindi, non si vanno mai a completare i roster. Se attingere alle giocatrici giovani è una scelta, perché hanno determinate qualità, va bene; se, invece, lo si fa per necessità, sicuramente è un aspetto che bisognerebbe provare a modificare.

Ultimamente molte giovani azzurre hanno deciso di concludere il loro percorso di studi oltreoceano abbinandolo, chiaramente, alla pallacanestro. La scelta di un college USA è valida per la crescita e la formazione delle nostre atlete?

L’aspetto principale credo sia come vieni immerso nella pallacanestro. Io non sono mai stato di là (negli USA, ndr), ho sempre e solo sentito e parlato con chi ha vissuto quell’esperienza. Lì, nel periodo di attività, che magari è ridotto rispetto a quello italiano, vivi di studio e pallacanestro. Nel momento in cui fai quella scelta vuol dire che la pallacanestro sta diventando veramente importante per te. È formativo sotto l’aspetto del miglioramento fisico perché ovviamente il maggior numero delle ore in cui stai in palestra le passi in sala pesi con il preparatore fisico. La dose di energia e di competizione che devi tirare fuori e la capacità di vivere lontano da casa, in un altro continente, ti formano, secondo me, a livello di mentalità e di crescita fisica. Non so se tecnicamente la qualità del lavoro possa essere paragonata a quella italiana. A mio avviso, gli allenatori italiani sono molto bravi tecnicamente e a darti gli strumenti e le basi con cui crescere. Gli allenatori del femminile, visto che lavorano con meno talenti e con minori numeri, lo sono ancora un pochettino di più, però la quantità di ripetizioni e la quantità di ore che tu passi sul campo, sicuramente, ti costruiscono anche un bagaglio tecnico interessante. Questi sono gli aspetti positivi.

È comunque una questione dibattuta perché l’esperienza al college permette un confronto con coetanee o con ragazze di al massimo quattro anni più grandi; invece, rimanendo in Italia, si ha la possibilità di confrontarsi anche con le stelle del campionato italiano, dell’EuroLega o dell’EuroCup…

Chi decide di giocare in un college è perché ha programmato che non deve aver fretta di arrivare in serie A e quindi bruciare le tappe, ma deve costruirsi prima fisicamente, confrontandosi con giocatrici più o meno dello stesso livello. Credo che lì ti venga permesso qualche errore in più, visto che giochi contro coetanee. Qui, in Italia, se militi in una società che punta allo scudetto o ai playoffs o a entrare nell’EuroLega, è chiaro che le tue possibilità di sbagliare siano inferiori. Purtroppo, credo che questa sia la scuola della vita: sbagliando qualche volta si può crescere.

Coach Riccardi

Dunque, cosa proporrebbe per dare maggiore visibilità al movimento e per farlo crescere?

Questa è una domanda a cui è impossibile dare una risposta, soprattutto in questo periodo. Per dare visibilità e forza al movimento, secondo me, il settore degli allenatori deve mettersi in gioco, evidenziando i suoi punti di forza per riuscire a fare squadra. Infatti, se l’allenatore migliorasse la propria qualità di lavoro sul campo, la propria capacità di comunicare con i colleghi, con le società e con l’esterno, la sua figura assumerebbe maggior rilevanza nel raggiungimento degli obiettivi. Quindi, tante società ne gioverebbero e non avrebbero più fretta di raggiungere un risultato. Non sto parlando di società che puntano a vincere il campionato o l’Eurolega. È chiaro che lì la giocatrice deve arrivare formata, però dietro ci sono una serie di società che possono lavorare sulla formazione dei giocatori in modo corretto, attraverso l’etica di lavoro sul campo, la pazienza e la voglia di investire.

Coach Riccardi

Un ringraziamento speciale a coach Roberto Riccardi

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Intervista di Ilaria Petruzzi

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