Sembra ieri, ma sono passati già dieci anni. Da quella notte del 22 maggio 2010 ad oggi, il mondo del calcio italiano è cambiato parecchio. Tuttavia, per il “l’universo Inter” e per tutti gli interisti, questa data è – nel bene e nel male – ancora adesso, la più importante, quella che non si dimenticherà mai. È la notte della “tripletta”, del “tris” o del “triplete” (chiamatelo come meglio preferite), quella in cui la squadra guidata da Josè Mourinho, grazie ad una doppietta del Principe Diego Milito, ha alzato al cielo – dopo ben 45 anni – il trofeo più importante di tutti: la UEFA Champions League. Un successo di per sè già storico per la Beneamata ma che, se era possibile, è stato reso ancora più speciale dal fatto di essere stato suggellato dalle contemporanee vittorie dello Scudetto e della Coppa Italia in quella stessa annata. Un “record” che, ancora oggi, nonostante il dominio della Juventus nelle ultime otto stagioni, i neroazzurri conservano gelosamente in quanto unica squadra italiana ad essere riuscita in questa “tripla” impresa nell’arco della stessa annata. Né prima né dopo nessun club del nostro campionato ha mai fatto quello che ha fatto quella Inter. E probabilmente tanto basta per parlarne ancora.

Triplete

Si è detto e si è scritto tanto di quel 2010 a tinte nerazzurre, ma dieci anni dopo quell’impresa assume un valore sempre maggiore. La sensazione è quasi quella di avere sempre qualcosa in più da aggiungere al racconto, come se questa leggenda si autoalimentasse ancora, nonostante tutti i protagonisti siano adesso sparsi per il mondo, praticamente tutti impegnati in una nuova carriera. Una storia che, ripercorsa oggi, ci fa rendere conto facilmente di quanto fosse in qualche modo predestinata a compiersi. Tanti “piccoli indizi” sparsi qua la che messi insieme alla fine hanno formato questo splendido affresco di storia del popolo neroazzurro e del calcio italiano in generale. E allora oggi, per celebrare questa grande impresa, abbiamo provato a mettere insieme alcuni di questi “pezzi”, fotografando dieci momenti chiave di quella stagione destinata a rimanere negli almanacchi dell’eternità.

Triplete

1 – La rivincita di Moratti

Dopo anni tanti e tanti anni di acquisti “sbagliati”, beffe di mercato e deludenti innesti, per una volta, la più grande stagione calcistica della storia dell’Inter nasce nel periodo dell’anno in cui il club di Moratti era storicamente abituato a collezionare illusioni: l’estate. Ma in quella del 2009 il mercato porta nomi che, riletti retrospettivamente, faranno tutti la differenza. In difesa arriva dal Bayern Monaco il brasiliano Lucìo che, nonostante una pericolosa tendenza ad abbandonare la posizione, costruisce con Samuel una coppia di centrali quasi insuperabile. Dal Genoa, invece, arrivano Thiago Motta e Diego Milito, nel 2009 vicecapocannoniere (insieme a Di Vaio del Bologna) con un solo gol meno dei 25 segnati da Ibrahimovic nell’Inter campione d’Italia. Ma “causa maldipancia”, Zlatan dei nerazzurri non ne può più e sogna il Barcellona, ed è proprio qui che Moratti fa il capolavoro: 70 milioni più Samuel Eto’o in cambio dello svedese. Ancora oggi, uno dei più grandi “affari” nella storia del calciomercato odierno. Come se non bastasse, Mourinho crede che in quella squadra, già fortissima gli anni prima e adesso decisamente rinforzata, manchi ancora qualcosa: e a fine agosto, quel “qualcosa” prende le sembianze di Wesley Sneijder, che incredibilmente al Real Madrid non trova più posto. L’olandese arriva a Milano “in saldo”, per circa 13 milioni di euro, e il giorno dopo esordisce nel derby risultando subito uno dei migliori in campo nello 0-4 rifilato ai cugini rossoaneri. Insomma, sapendo come andò poi a finire la stagione, “niente male” come campagna acquisti. Chapeau Presidente!

2 – La folle notte di Kiev

Se nei primi mesi del campionato la squadra di Mourinho ebbe un cammino abbastanza “tranquillo” e all’altezza delle aspettative, lo stesso non può dirsi per il rendimento nel girone della Champions che i neroazzurri andranno poi a vincere. Al minuto 85 di Dinamo Kiev-Inter, infatti, i campioni d’Italia stanno perdendo 1-0 e sono praticamente fuori dalla massima competizione europea dopo sole quattro partite. Nei primi tre impegni erano arrivati altrettanti pareggi con Barcellona e Rubin Kazan e appunto la squadra ucraina. Dopo Kiev, fra l’altro, Milito e compagni sarebbero andati a giocare al Camp Nou contro i campioni d’Europa. Insomma, diventava difficile pensare ad una qualificazione per gli ottavi senza i tre punti di quella gara. E allora, preso dalla disperazione, negli ultimi minuti lo Special One tenta uno dei più grandi azzardi tattici della sua carriera: fuori Samuel (per Muntari) difesa a tre (si fa per dire, perché ai lati di Lucio ci sarebbero Zanetti e Maicon) per l’assalto finale con tutti gli attaccanti a disposizione in campo. Una follia che in 2 minuti e 14 secondi produce il miracolo: prima il gol del Principe con un pallone colpito parecchio male su assist di Sneijder. Poi, all’88, l’olandese caccia in porta il tiro respinto due volte (sempre piuttosto goffamente) da Bogush. Dicevamo prima del destino? Eccovi un esempio.

Triplete

3 – Rivoluzione 4-2-3-1: l’arrivo del “soldato” Pandev

Se non segna all’esordio nell’Inter, il 6 gennaio 2010 contro il Chievo, è perché la sua ribattuta di testa è inutile: il tiro di Balotelli respinto da Sorrentino aveva già superato la linea di porta. Però l’episodio rende l’idea: ancora una volta, i neroazzurri fanno bingo sul mercato. Goran Pandev arriva dalla Lazio dove non gioca da inizio stagione perchè in causa con Lotito e fuori rosa per questioni contrattuali. Tuttavia, i rimanenti mesi dell’annata 2009-2010 saranno giocati dal macedone a un livello che giustificherà la paziente attesa dell’Inter. In primo luogo perché il suo   approdo consente a Mourinho di stabilizzare definitivamente la squadra sullo storico 4-2-3-1 con cui arriveranno tutti i trionfi. Ai quali Pandev contribuirà non solo con corsa e sacrificio, ma anche con almeno due apporti decisivi. Il primo è il gol su punizione con cui chiuderà il soffertissimo derby di ritorno (ci arrivamo fra poco). Il secondo è la spettacolare ripartenza con la quale percorrerà mezzo prato di San Siro in diagonale, aprendo a metà il Barcellona e dando a Milito il pallone da cui nasce il 2-1 di Maicon. Scusate se è poco!

4 – Pazza Inter sempre e comunque

Del triplete si ricordano le partite epiche contro il Chelsea, il Barcellona e il Bayern o le sfide contro le pari grado come i due derby passati alla storia per diversi motivi. Ma gli 82 punti con cui l’Inter conquista il campionato (due soli di vantaggio sulla Roma seconda) sono la somma di tante gare che si ricordano molto meno e che però numericamente valgono quanto le supersfide (chiedere a Claudio Ranieri per conferma). E nella stagione 2009-2010 ce n’è una che i tifosi neroazzurri ancora oggi ricordano come una delle “partite simbolo” della celeberrima Pazza Inter. Infatti, tre giorni dopo la sopracitata vittoria a col Chievo, il 9 gennaio 2010 al minuto 87 di Inter-Siena i nerazzurri stanno perdendo 2-3 quando Sneijder calcia una punizione da fuori. Sarà la seconda della serata che farà diventare un gol. Esattamente 5 minuti dopo, al 92esimo, Samuel (in versione centravanti) riceve da Pandev l’assist per il gol del 4-3. Altri tre punti in cascina quando la possibile crisi sembrava ad un passo. Postilla finale: i più tenaci ricorderanno che quella sera in campo erano finiti anche Marko Arnautovic (protagonista “non-protagonista” del triplete) e Alen Stevanović. Abbiamo detto tutto.

5 – «Potevamo perdere solo in sei»

In quella stagione 2009-2010 il mese di gennaio per l’Inter fu “leggermente” decisivo. Siamo infatti ancora alla sera del 24 gennaio: il Milan è a 3 punti dai neroazzurri e il derby diventa automaticamente la chance per l’aggancio. Ma appena la partita inizia i punti di distacco sembrano 30. L’Inter domina: palo di Sneijder, miracolo di Dida, gol di Milito (su errore di Abate, un classico di quegli anni), altro numero di Dida su Milito. Una squadra sola in campo. Che però al 26’ rimane in 10 per il rosso a Sneijder, colpevole di applausi di scherno al signor Rocchi. Un problema? Per una squadra di Mourinho non può mai esserlo. Il Milan prende coraggio e sfiora il pari a inizio ripresa, ma poi appare (ancora) Pandev: prima un palo, poi il 2-0 su una punizione che proprio lo Special One gli aveva chiesto di battere. Sembra finita, ma incredibilmente succede ancora un casino: al 46’ viene espulso Lucìo (fallo di mano in area e secondo giallo), ma il rigore di Ronaldinho viene parato da uno stoico Julìo Cesar. L’Inter vince 2-0 e va a più 6. Ossigeno nell’aria della classifica, il consueto veleno ironico nelle parole di Mourinho: «La perdevamo solo se finivamo con sei. Perché in sette la vincevamo…». Ma anche così, «solo» in nove, resterà uno dei derby più memorabili della storia nerazzurra.

6 – Le manette “compattano”

Quando si dice: un punto pesante. Al fischio d’inizio di Inter-Sampdoria (25ª giornata, 20 febbraio 2010) i neroazzurri arrivano con 54 punti, avendo mantenuto i 6 di vantaggio sul Milan e i 7 sulla Roma. Ma è un’Inter che Mourinho vuole definitivamente mettere in guerra contro il mondo dopo l’infuocato derby di ritorno. Anche stavolta, la Beneamata si trova a dover terminare una partita in 9: espulso prima Samuel e poi Cordoba. In quel momento lo Special One si inventa uno dei gesti che verranno ricordati come simbolo della stagione: le manette. Arriva una salatissima multa e una squalifica per qualche giornata. Ma la posta in palio era molto più alta: non solo portare a casa il pareggio, ma soprattutto conquistare definitivamente l’animo dei suoi “soldati”. E allora capite bene perchè nulla arriva per caso… 

Triplete

7 – Da Catania a Londra sulle montagne russe

Il 12 marzo 2010 l’Inter perde 3-1 a Catania. Un disastro inspiegabile, soprattutto dopo il vantaggio di Milito al 54’: tre gol presi negli ultimi 16’ affondano invece i nerazzurri e provocano grossi danni. In classifica perché il Milan arriva a -1 e la Roma a -6, ma soprattuto nell’umore perché la trasferta di Champions a Londra è alle porte. Nello spogliatoio quindi, succede che Mourinho «ci fa il più grande shampoo dei suoi due anni all’Inter» (cit. Marco Materazzi qualche giorno fa). Beh, funzionò. A Stamford Bridge tre giorni dopo, ritorno degli ottavi dopo il 2-1 di San Siro, l’Inter non solo resiste al grande Chelsea di Ancelotti, ma lo batte con un gol splendido di Eto’o a 12’ dalla fine. «Di quella notte – ha raccontato Eto’o di recente a La Gazzetta dello Sport – ricorderò per sempre due cose. Il discorso di Mourinho prima della partita: “Nessuna squadra che ho allenato può battermi”. E poi lo stop che feci prima di segnare, la palla scendeva e mi dissi: “Se lo fai bene, poi segni facile”. Ce l’ho ancora qui negli occhi, quel controllo». Barcellona resterà Barcellona, ma una svolta fondamentale della stagione è proprio questa notte a Stamford Bridge. E pensare che Muntari stava per rovinare tutto!

8 – Il “Pazzo” amico della “Pazza”

Un alleato nella vita serve sempre. Per l’Inter quell’anno in campionato è stato senza alcun dubbio Giampaolo Pazzini. Il 25 aprile 2010 si gioca la 35ª e quartultima giornata: l’Inter ha battuto 3-1 l’Atalanta e in serata la Roma – che guida la classifica 71 punti a 70 dopo il sorpasso alla 33ª – affronta in casa la Sampdoria, quarta. La squadra di Ranieri sta bene, è carica, domina, va in vantaggio con Totti al 18’, dà spettacolo ma sbaglia l’impossibile (complice un altro “amico” dei neroazzurri, ossia Marco Storari, anche lui in serata di grazia). E paga. Nella ripresa infatti la Samp pareggia subito, al 51’: cross di Cassano e stacco di testa di Pazzini. Ma non finisce qui: a 6’ dal 90’ Mannini serve sullo scatto ancora Pazzini gela Julio Sergio e l’Olimpico: finisce 1-2. La Roma precipita a meno 2 e ci resterà fino alla fine, perché sia lei che l’Inter vinceranno le tre partite rimanenti. Pazzini a gennaio 2011 arriverà all’Inter, acclamato idolo. Chissà perchè.

9 – Se batti Pep e Messi vincerai

Oggi ricorre la vittoria contro il Bayern, la notte del trionfo. Siamo d’accordo, ma come per l’Italia del 2006 fu fondamentale il successo in semifinale contro la Germania, anche per l’Inter del triplete, la vera finale, è stata quella nel doppio confronto con il Barcellona. Un capolavoro in due atti: il 3-1 a San Siro (risultato enorme, tanto più che l’Inter era andata sotto 1-0) e la sconfitta 0-1 al Camp Nou, sulla quale sarebbe bene di fare chiarezza una volta per tutte. Quella partita, infatti, viene ricordata sempre come quella del pullman parcheggiato davanti alla porta da Mourinho per resistere agli assalti dei catalani, ma prima ci sarebbe da dire che fino a che l’Inter era rimasta in 11 (cioè prima della assurda espulsione di Thiago Motta al 27’) il Barça non aveva fatto tutta questa paura. Anzi: controprova non c’è, ma è probabile che a parità di uomini in campo l’Inter avrebbe cercato di replicare il colpo di Stamford Bridge. In 10 contro 11 per più di un’ora, ovviamente, è stata un’altra partita: una gara che Mourinho aveva in qualche modo già preparato. «Ragazzi, ci alleniamo 5 contro 7, 3 contro 5 e così via. Siamo pronti a tutto, che problema c’è? Diamogli la palla e aspettiamoli, non ci fanno paura», anche qui si ringrazia Marco Materazzi per il simpatico aneddoto. E anche stavolta Josè ebbe ragione. Eto’o terzino ne sa qualcosa.

10 – Il Principe che diventò Re

Arriviamo all’ultimo momento chiave di questa lista di dieci per l’anno da 10 in pagella per tutti. Il protagonista non può che essere lui: Diego Alberto Milito. Il calciatore che più di tutti viene identificato come il simbolo del triplete, l’uomo che mise la sua firma in tutte e tre le partite decisive. Prima a Roma, nella finale di Coppa Italia di quel 5 maggio che ha in qualche modo cancellato un po’ del “lutto” interista storicamente legato a quel giorno. Poi il 16 maggio a Siena, nel giorno del 18esimo ed – ad oggi – ultimo scudetto neroazzurro, vinto ancora una volta ai danni di una grande Roma. Infine, a Madrid, nella notte che stasera celebriamo, dove la firma fu addirittura doppia. Ed è impossibile non pensare che questo giorno fosse inciso nel suo destino: 22 come il suo numero di maglia, due reti che gli fecero concludere la stagione esattamente a quota 30 reti. Favola? No, realtà. Una festa davvero completa.

E allora, forse qualche motivo per celebrare ancora oggi, a distanza di 10 anni, questa grande impresa, lo abbiamo trovato. Ma a prescindere da quanto fosse o meno “scritto nel destino”, quel che è certo è che per il popolo neroazzurro questo trionfo rimarrà per sempre il coronamento di un sogno dal quale ancora oggi nessun tifoso intervista ha intenzione di svegliarsi.

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