Doveva essere una docu-serie epica e lo è stata. Ci ha allietato i lunedì per circa un mese, periodo in cui per causa di forza maggiore le nostre routine hanno subito delle drastiche modifiche. Ci ha entusiasmati, riproponendo i fasti della dinastia più iconica della storia NBA. Ha fatto discutere, forse troppo, forse senza motivo. Ha fatto emergere tematiche e parallelismi di pessimo gusto, oltre che di inutile analisi. Su una cosa siamo tutti d’accordo: ESPN e Netflix hanno fatto bingo, perché di The Last Dance se ne sta parlando tanto e continueremo a farlo per un bel po’. In questo articolo analizzeremo cosa ci è piaciuto e cosa invece ci ha fatto storcere il naso, attraverso delle considerazioni puramente soggettive.

The Last Dance

Il ruolo di Jerry Krause

Dopo i primi due episodi di The Last Dance, l’attenzione si è riversata quasi esclusivamente verso il gm dei Chicago Bulls: Jerry Krause. Nei vari gruppi tematici la folla si è aizzata contro l’uomo che, pur con tutti i suoi controsensi e la sua antipatia manifesta, ha contribuito in modo non secondario ai successi della franchigia dell’Illinois. Ciò che si è osservato è stata un’autentica gogna mediatica all’oramai defunto Krause, scatenata in particolare dai fans più giovani che, per motivi d’età hanno solo sentito parlare di quei Chicago Bulls e magari proprio con The Last Dance. Le critiche nei confronti di Krause sono state di diversa entità, dagli insulti irragionevoli ai meme, passando per le simpatiche illazioni su una presunta somiglianza con il gm dei Monstars in Space Jam. Non avrà di certo brillato per simpatia, ma come ha detto anche Scottie Pippen, uomo che è stato al centro di molte discussioni con il suo gm, Jerry Krause è il migliore di sempre nel suo ruolo.

Jordan, i Bulls e non solo

Uno degli aspetti migliori della serie è stata senza dubbio la partecipazione di molte stelle NBA. Presenziare ad una “divinazzazione” di una squadra rivale non dev’essere stato facile, ma le testimonianze di giocatori come Isiah Thomas, Magic Johnson, John Salley e altri sono state una delle chiavi per il successo di The Last Dance. Anche in questo caso, si sono viste storie parallele degne del migliori sceneggiatore hollywoodiano, dall’antipatia tra Thomas e Jordan a quella più generale tra i Bulls e i Pistons. Un po’ di romanzo che in questo documentario non guastava affatto, anzi ci è piaciuto assai. Resta l’amaro in bocca per il forfait dato da Karl Malone, grande assente della docu-serie Netflix.

The Last Dance

I paragoni senza senso

Ci sono cose che urtano e altre che proprio fanno venire il sangue al cervello. Paragonare giocatori di epoche diverse è una di quelle. Su chi potevano riversarsi i parallelismi estemporanei e contro ogni logica? Ovviamente sull’attuale numero uno indiscusso della lega, LeBron James. Qualcuno aveva provato invano di scomodare anche il Black Mamba, ma per fortuna a tutto c’è un limite. D’altronde, riportare in auge His Airness ha fatto sì che tanti fan da ogni angolo del globo si sentissero in dovere di ribadire ai quattro venti l’immensità di MJ. Inoltre, a “buttare legna sul fuoco” ci hanno pensato anche alcune stelle NBA come Paul Pierce il quale ha affermato che LBJ non rientrerebbe nella top-5 all time… La vera domanda è: perché? Risultano inutili anche analisi razionali. Vi sarà capitato di dover rispondere alla classica domanda: ma è più forte Messi o Maradona? Ecco, il livello di stupidità è lo stesso, anzi, forse è pure peggio.

La grandezza di Phil Jackson

Non si prende le luci della ribalta, anche se le meriterebbe. Parla solo quando serve e con il suo fare iconico tiene le redini della più grande dinastia di sempre. Phil Jackson è Phil Jackson, l’uomo senza il quale i Chicago Bulls non sarebbero diventati “i Bulls”. Alcuni considerano il Maestro Zen non alla pari di altri coach meno vincenti della storia NBA sul piano puramente tattico, e tutto sommato ci può anche stare. Sempre soggettivamente, Gregg Popovich su quel piano ha una marcia in più. Eppure, Jackson con i suoi undici anelli è il coach per eccellenza. Gestire in modo così efficace un roster di stelle, vivere all’ombra del simbolo del basket, elevare a potenza le doti di Dennis Rodman, essere un mentore per Scottie Pippen, trovare il “posto” giusto a Toni Kukoc, sono doti che hanno reso Phil Jackson il numero uno.

The Last Dance

In fin dei conti possiamo affermare che raccontare quell’ultimo ballo è stata un’impresa difficile, riuscita sì ma non totalmente. Avevamo bisogno di riportare alla luce il mito di Michael Jordan? Forse no. Serviva una serie del genere per catapultarci di nuovo a Salt Lake City? No. Ma caspita, quanto ci siamo divertiti…

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