Era il 10 luglio 2005, un pomeriggio estivo in famiglia, che negli anni seguenti sarebbe diventato una routine, fatto di bibita ghiacciata e Tour de France. La passione per la bicicletta era sbocciata da poco dentro di me, esattamente dall’anno prima. A rendere interessante uno sport che, fino ai nove anni, reputavo l’emblema della noia fu l’exploit di Damiano Cunego al Giro d’Italia 2004 quando, da gregario, conquistò la maglia rosa davanti a Hončar e al suo capitano Gibo Simoni. Nella nona tappa della Grande Boucle ’05 da Gérardmer a Mulhouse vinse in solitaria Michael Rasmussen ma l’avvenimento eccezionale per la mia ancora precoce conoscenza del ciclismo fu vedere Jens Voigt in maglia gialla. Anzi, l’incredulità derivò non tanto per il forte passista tedesca ma piuttosto perché a perdere (provvisoriamente) il simbolo di leader fu Lance Armstrong. Passano gli anni, proviamo a dimenticare, ma alla fine si parlerà sempre di lui. Nel bene o, molto più probabilmente, nel male.

Lance Armstrong

Dopo aver appreso del cambio in vetta alla generale, che durò solo un giorno, chiesi a mio padre il motivo di quella pseudo débâcle dello statunitense e lui mi rispose «tanto purtroppo, alla fine, vincerà lo stesso Lance Armstrong». Passarono poco meno di due settimane e a Parigi alzò le braccia al cielo proprio il capitano della Discovery Channel, che con quel trionfo incrementò ancora il suo record di vittorie al Tour, 7.

Nel luglio ’05 avevo da poco compiuto dieci anni e per questo non capì il triste messaggio di quella frase. Pensai piuttosto in un pronostico quasi scontato, tipo Fabian Cancellara che vince una crono-prologo. Passarono le stagioni, Lance Armstrong osannato in ogni angolo del globo grazie ai suoi successi e alla sua fondazione per lotta contro il cancro. Ma tra le luci della ribalta c’erano tante ombre, forse troppe. E dal “primo anno senza Armstrong” iniziò a regnare il caos. Il Tour 2006 ufficialmente venne vinto da Pereiro Sio dopo la squalifica per doping di Floyd Landis, ex amico e compagno di squadra del sette volte vincitore.

Un campione controverso, capace di infiammare di più i cuore dei tifosi sporadici, coloro che hanno una alfabetizzazione del ciclismo ancora scarsa. Perché in fin dei conti l’epilogo era già noto a tutti. L’epilogo che nessuno voleva sentire, che aprì il vaso di Pandora gettando ombre su un sistema intero. Lance Armstrong è stato un “campione” strano, competitivo all’ennesima potenza, capace di festeggiare sui Campi Elisi enumerando con le dita i suoi successi senza un minimo di risentimento. Ha vinto. Ha stravinto. E’ stato il simbolo di uno sport. Lo è ancora, ma dell’altra faccia della medaglia. Già il suo ritorno alle competizioni nel 2009, prima con l’Astana e poi con il suo team RadioShack, fece storcere il naso a molti. Poi, quel 17 gennaio 2013, da Oprah Winfrey crollò tutto.

Lance Armstrong

Lance Armstrong è stato un catalizzatore di attenzioni. Quando si trovava in sella di una bicicletta bisognava parlare solo di lui. Quando non lo era si doveva parlare del marcio del ciclismo. E cosi fu. Fino al 2005 fu l’uomo solo al comando, poi per quattro anni tantissime ombre e poche gioie. L’Operaciòn Puerto che coinvolse tanti campioni, tra cui El Imbatido Valverde; le squalifiche dei nostri Danilo Di Luca e Davide Rebellin. Poi tornò. Non vinse, ma le pagine dei quotidiani sportivi erano tutte per lui, un po’ come durante la seconda vita sportiva di Michael Schumacher, con qualche differenza sostanziale di fondo però.

Lance Armstrong

Ora, non è mia intenzione proseguire con la gogna nei confronti di Lance Armstrong. La storia ha fatto il suo corso e ha visto tanti altri campioni cadere nel tunnel del doping. Tuttavia, viene da sorridere amaramente nel pensare a quel podio del Tour 2005. Primo Lance Armstrong, squalificato. Secondo Ivan Basso, vittoria non attribuitagli. Terzo Jan Ullrich, squalificato. Dopo quindici anni trovo sempre più sfumature in quella frase del 10 luglio quando Jens Voigt si vestì di giallo. Resta un po’ di tristezza di fondo, ma la passione per il ciclismo non scemerà per atleti come Lance Armstrong…

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