Sguardo al cielo, mano sul cuore. La cerimonia dell’inno è un rito solenne nel prepartita di qualsiasi sport americano. Un momento di condivisione, che unisce gli uomini sul campo, i tifosi nelle tribune, gli spettatori sulle poltrone, in piedi di fronte alla propria bandiera. The Star-Spangled Banner è una cerimonia sacra. E non ammette offese.

1 settembre 2016, ultimo match pre-season tra San Francisco 49ers e Los Angeles Chargers: Colin Kaepernick si inginocchia durante l’inno nazionale. Il gesto dell’ormai ex quarterback dei 49ers è un atto di dissenso silenzioso, una protesta che tocca nel modo più diretto una delle controversie più sensibili della realtà statunitense. Un problema secolare probabilmente più americano della bandiera a stelle e strisce. Una realtà che mette a rischio la vita e il futuro di migliaia di neri d’America. 

Essere nero in America è una sentenza di morte. Venire ucciso da un poliziotto è una delle cause di decesso più frequenti negli Stati Uniti. Gli uomini scelti per proteggere i cittadini sono gli stessi a porre fine alla vita di oltre un nero su mille. Un numero quasi due volte e mezzo superiore rispetto alla controparte bianca. Una terra di libertà e democrazia che diventa un paradiso per pochi eletti, e un inferno per tutti gli altri.

george floyd

L’emblematico gesto di Kaepernick è l’immagine idealizzata di centinaia di migliaia di figli delle minoranze in ginocchio di fronte al privilegio che li priva dello spazio in cui nascere, crescere, respirare. Un gesto che ottiene solo adesso il rinoscimento che merita. “Non respiro, lasciatemi andare” è il pianto disperato caduto nel vuoto di George Floyd, un uomo di colore soffocato dal ginocchio di un poliziotto bianco durante un arresto. Lo stesso gesto per identificare due mondi opposti

Essere nero in America non dovrebbe essere una sentenza di morte. Per cinque minuti abbiamo guardato un poliziotto bianco schiacciare col ginocchio il collo di un uomo. George Floyd. Per cinque minuti. 

Quando senti qualcuno chiedere aiuto, dovresti cercare di aiutarlo. E questo poliziotto ha fallito nel più umano dei gesti. Quello che è successo a Minneapolis ieri sera è terribile, traumatico, ma ci ricorda soprattutto quanta strada c’è ancora da fare. Ci ricorda che è giunto il momento di smettere di alzarci solo di fronte alla bandiera che ci unisce, e di cominciare a rimanere in piedi, uniti, per le vite di chi ancora rimane in ginocchio. 

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