A scuola mi son fatta interrogare in tutte le materie che quando torno voglio star tranquilla. Il mi babbo m’ha portato a Bruxelles che c’è la finale di Coppa dei Campioni. La partita con l’Amburgo m’ha lasciato l’amaro in bocca ma stavolta so che sarà diverso, l’ho detto anche alla mi mamma: “Torno con la Coppa!”.

Quest’anno deve essere nostra abbiamo Cabrini, Boniek, Bonini, Platinì, Scirea… Non vedo l’ora di vederlo in campo il capitano.
Lo stadio non è così bello però, sembra caschi a pezzi. C’è papà che vorrebbe vederla in un bar ma io non esco da qui, dopo tutte queste ore di viaggio poi.
Ci son due che parlano da mezz’ora di Ian Rush che viene da un infortunio ma questa coppa qui l’ha già vinta.

A me gli avversari non fanno così tanta paura, anche senza Gentile la nostra difesa è fortissima. Questi inglesi sugli spalti invece sono un po’ strani, un po’ di paura me la fanno ma forse sono agitati e ansiosi come me, aspettano solo l’inizio della partita.

(…)
Ormai ho lasciato la mano di mio padre e sono arrivata fino al tunnel degli spogliatoi. C’è un ragazzo che si tiene la testa tra le mani. Ho paura ad avvicinarmi ma la gente mi passa accanto senza accorgersi di me.
Un giornalista gli va vicino e lui lo implora: “Dillo a mio padre, digli di non far giocare la partita.” Quel viso l’ho visto sul giornale, lo ricordo: è il figlio dell’avvocato Agnelli, Edoardo.
Corro verso di lui. Iniziano a passarmi accanto tutti i giocatori della squadra, il rumore dei tacchetti è assordante, giro su me stessa e non credo ai miei occhi.

Ma perché la società ha chiesto di non giocare? Io devo vincerla sta coppa!
Chiamo Cabrini e non mi risponde. Provo con Brio, con Tacconi e poi con Tardelli. Nessuno mi sente. Urlo più forte, chiamo Trapattoni e non si gira neanche lui.

Perché nessuno canta più? Perché il rumore degli zoccoli dei cavalli dei poliziotti arriva fin quaggiù?
Intanto spengono le luci, ritirano le ultime cose, Gaetano Scirea va verso l’uscita. Provo con lui, magari mi sente.
– Capitano, ma l’abbiamo vinta sta Coppa?
– Tu aspettami qui che te la porto.

Quattro minuti che son sembrati quattro anni e finalmente è arrivato.
Sapessi quant’è bella in mano a Scirea la coppa, Mamma!

Coppa

Liberamente ispirato alla storia vera di Giuseppina Conti, morta nella tragedia dell’Heysel il 29 Maggio 1985.

Nei giorni che seguirono alla tragedia a tornare a casa della famiglia della giovane fu la sua macchina fotografica. Il rullino, rimasto intatto, conteneva l’ultima foto della sua vita che la ritraeva felice ammantata della bandiera della sua squadra del cuore, la sua Juventus che oggi stesso, commemorando l’Heysel, scrive: ”Perché passano gli anni, ma quella parola continua a evocare in noi lo stesso, immutato dolore.”

Coppa

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