Mio nonno faceva il benzinaio. La sua famiglia, qui tra Ferrara e Rovigo, era conosciuta per l’attivismo politico, certificato anche da diversi riconoscimenti per i servigi resi alla causa del partito ancora appesi ai muri di casa, quindi nessuno ha mai avuto dubbi sui suoi ideali e su ciò in cui credere e per cui avrebbe lottato. Eppure, ufficialmente, non volle mai esporsi in prima persona perché, diceva: Noi non abbiamo padroni, il nostro capo è ogni persona che si ferma a fare benzina. Tutti devono sapere che qua sono ben voluti. 
Questa frase mi è tornata in mente di recente guardando The last dance, la docuserie su MJ ed i Chicago Bulls che dominarono l’NBA negli anni Novanta, in cui il numero 23 affermò  (difendendosi dicendo che tale virgolettato era solo una battuta fatta in pullman con i compagni) che egli non si sarebbe esposto a sostegno dei politici afroamericani poiché repubblicans buy Nike too (anche i Repubblicani comprano prodotti sponsorizzati da Jordan).

NBA

Per giustificare ciò, Michael ha voluto puntualizzare che il sostegno a determinate campagne elettorali ha sempre preferito darlo in privato, facendo in modo che la sua immagine pubblica fosse centrata esclusivamente sul parquet. Semplificando: vuoi come idolo il miglior giocatore di Pallacanestro di tutti i tempi? Il tuo idolo e His Airness. Vuoi un atleta attivista politico? Conviene che cerchi un altro eroe. Un atteggiamento forse cinico e molto europeo, dove in effetti sono pochi gli atleti apertamente schierati politicamente.
Giusto? Sbagliato? Può l’uomo in quel momento più famoso al mondo scegliere di ridurre se stesso a semplice intrattenitore?  
Fino a qualche giorno fa, pur non condividendo questa neutralità, la trovavo tutto sommato accettabile, a maggior ragione se si considera l’enorme risonanza mediatica data da ogni minima mossa del 6 volte campione Nba.
Poi però, sfogliando pigramente Instagram, mi ritrovai davanti un post del rapper Snoop dogg, subito rilanciato da LeBron James che, ben prima che la notizia fosse rilanciata dai media italiani, raffigurava l’omicidio di George Floyd, accompagnato da una foto dell’ormai celebre gesto di dissenso di Michael Kaepernick, in ginocchio al risuonare dell’inno USA per protestare contro le violenze della polizia contro i cittadini afroamericani.

This… is Why

Di colpo la retorica del campione piatto, di tutti si sgretolò. LeBron ma anche Steph Curry, Melo, Chris Paul o Steve Kerr (forse il più duro in NBA contro il presidente Trump), hanno lasciato da parte la diplomazia e dal parquet sono saliti sul podio a parlare, a gridare al mondo con la potenza mediatica data dall’essere i maggiori esponenti della lega globale per eccellenza che no, così non va bene, che esporsi è necessario e che non ci serve il tifo ne il denaro di quel poliziotto. come non ci serve quello di ogni razzista che, al riparo dietro emendamenti che risalgono alla guerra d’indipendenza, dietro a ipotetiche libertà che altro non sono che favori ai potenti o, peggio ancora, dietro ad un distintivo, gioca a fare Dio decidendo che il valore della vita deve essere calcolato in base al colore della pelle, al credo, al sesso e così via. 
A maggior ragione poi se il problema ce lo portiamo dietro da secoli e solo da tempi relativamente recenti il dissenso viene reso pubblico in modo così esplicito.

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I Can’t breathe

La maglia con le ultime parole di George LeBron l’aveva già pronta purtroppo, e lui come Derrick Rose l’indossarono nel 2014 quando la stessa identica fine e lo stesso grido disperato venne urlato da Eric Gardner. Le stesse grida di aiuto che ispirarono, oltre al King, anche Carmelo Anthony, Dwyane Wade e Chris Paul agli ESPNY 2016 nel celebre discorso Enough is Enough: un accorata denuncia del razzismo ancora ben presente nel paese. 
Inoltre, l’elezione del presidente Trump, forse il presidente più divisivo degli ultimi anni, ha reso ancora più ampio lo spettro della protesta degli atleti. Un caso su tutti, la rinuncia dei Golden State Warriors, nel 2017, ad andare alla casa bianca dopo la vittoria dell’anello; prima volta nella storia della Nba.

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Ma la presa di posizione delle star Nba non si ferma solo alla questione razziale, a testimonianza di come ormai l’abbattimento definitivo della barriera sport-società civile finalmente avvenuto, con buona pace della retorica del supereroe di tutti.

Un esempio arriva da una tematica che purtroppo riguarda da vicino anche noi. Gli Stati Uniti infatti stanno ancora combattendo a pieno regime contro un nemico invisibile ed inizialmente sottovalutato come il coronavirus. Se adesso la gravità della situazione è ben nota però, all’inizio alla Casa Bianca (ed anche tra alcuni giocatori),  la paura e le misure drastiche viste in Europa parevano assolutamente ridicoli ed eccessivi.

Proprio per sensibilizzare al rispetto delle regole allora, Steph Curry, con la partecipazione di Chris Paul (due stelle NBA che in campo si odiano, ma accomunati di una sensibilità ed intelligenza fuori scala)  invitò in una diretta live su Instagram il luminare Anthony Fauci (poi silurato da Trump perché troppo prudente sulle riaperture) perchè spiegasse i veri rischi del Covid-19 e la necessità del distanziamento sociale. Due dei più grandi play della storia in pratica si sostituiscono al servizio pubblico per richiamare all’ordine la cittadinanza statunitense. Ma non finisce qui: la scorsa settimana, in quello che avrebbe dovuto essere il giorno del diploma per i diciottenni americani, la cerimonia di consegna, ovviamente saltata causa lockdown, è stata replicata in videoconferenza da LeBron (Con le foto dei 3 milioni di giovani che tagliano questo importante traguardo)  in compagnia di Barack Obama. 

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Perchè ormai in un mondo in cui tutto è pubblico e i messaggi passano più per la potenza con cui sono gridati che non per il contenuto, essere parte dell’Elite dello sport offre illimitate possibilità comunicative e, in una nazione come gli USA dove saper comunicare è fondamentale, ormai tanti grandissimi atleti hanno capito che per essere idolo devi cambiare qualcosa anche fuori dai palazzetti.

Poi però chissà, magari il poliziotto che ha ucciso George ha comprato delle Nike.

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