Il termine ”maledetta”, nonostante il carico di superstizione che si porta dietro, evoca bei ricordi per noi calciofili. La maledetta è qualcosa che parte dai piedi di Andrea Pirlo e arriva in porta senza far male a nessuno, è un dramma passeggero per chi la incassa, come tutti i drammi sportivi. Un dramma nel senso più italiano e ottocentesco del termine, un momento destinato alla composizione scenica e alla catarsi. Quindi no, non si può chiamare maledetta. Quella coppa per la Juventus può fregiarsi solo del titolo di  ”Stramaledetta”.

stramaledetta

Era una calda sera di quasi estate a Torino, in Piazza San Carlo. I tifosi erano giunti a migliaia davanti al maxi schermo per assistere insieme alla partita più sentita, desiderata, sperata e sognata: la finale di Champions League. La seconda dell’era Allegri, la nona nella storia del club, la partita prometteva spettacolo: da un lato il Real Madrid campione d’Europa di Ronaldo e Zidane, dall’altro la Juventus granitica della BBC e di quello che alla fine dei giochi verrà eletto miglior portiere della competizione. E durante il primo tempo tutto sembrava seguire il copione. Il gol elegante del campione gregario era sembrato il colpo di genio di un abile regista, come il ragazzo comune che stupisce tutti presentandosi con la specialità del più popolare della scuola.

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Ben presto le immagini cambiarono. In campo tutto era capitolato in meno di cinque minuti, scrive Chiellini: ”(…) dopo il secondo gol preso in quel modo abbiamo pensato che fosse già finita, io in primis, e questo non si fa. Perché non era assolutamente finita. Dal 2-1 di Casemiro passammo al 3-1 in un amen, come degli sprovveduti(…)”.

La coppa restò ai Blancos forti di un netto 4-1, forse traditore di valori ma fotografia di un disastro che si stava compiendo a 1400 chilometri dal Millennium Stadium.  stramaledetta

Alcuni dissero che quelle immagini stavano riaprendo la ferita dell’Heysel e forse è vero. Quel che successe ce lo racconta Giorgio, giovane studente fuorisede che la sera del 3 Giugno 2017 era in piazza con i suoi amici, anche di altri fedi, per seguire la sua squadra del cuore.

”Io arrivai a Piazza San Carlo verso le cinque del pomeriggio. Era tutta barricata e i carabinieri all’ingresso facevano i controlli aiutandosi anche con il metal detector. Controllavano le borse, tutto ma non il numero di persone. Già a quell’ora la piazza era strapiena. Io comunque ero abbastanza tranquillo, pensavo alla partita, poi i controlli avevano del tutto allontanato da me l’idea del terrorismo. Ricordo addirittura che era stata fatta un’ordinanza che vietava le bottiglie di vetro, infatti portai delle lattine; c’era comunque chi vendeva bibite, chi andava nei bar, vuoi o non vuoi qualche bottiglia di vetro entrava.

Raggiunsi i miei amici ma la gente era davvero molta, tanto che durante la partita, per poter vedere bene, alcuni si arrampicavano sui pali, altri addirittura sul Cavallo di bronzo. I carabinieri provavano a mantenere l’ordine ma era difficile anche solo passare attraverso la gente. Il primo tempo filò liscio, cori, urla, esultanze, normali momenti tra tifosi. Ad un certo punto, durante il secondo tempo, sentii un forte boato. Mi girai, sentivo come scoppiettare qualcosa. Sembrava fosse entrato un camion, le persone che si spostavano, le transenne che si muovevano, sembrava fosse entrato un camion e stesse passando sulla gente.

Era il periodo degli attentati in Spagna e altri, è stata la prima cosa a cui ho pensato. Lo scoppiettio della plastica e del vetro che venivano calpestati mi fece pensare a degli spari per questo mi abbassai e iniziai a camminare stando più basso possibile. Proprio in quel momento ho poggiato braccia e ginocchia a terra e mi sono tagliato. La folla ti caricava ma ho cercato di mantenere la calma. Molta gente perdeva scarpe e si tagliava i piedi, io ho lasciato la borsa con il portafoglio dentro; mi era rimasta solo la busta dove avevo raccolto l’immondizia con i miei amici. 

Dopo la ressa arrivai sotto il colonnato della piazza e guardandomi intorno capii che non c’era nessun attentato, nessuno che sparava, nessuna bomba, niente di niente. Mi tranquillizzai e provai ad aiutare le persone intorno, qualcuno vomitava, qualcuno gridava…tornai al centro della piazza per recuperare i miei effetti personali e ci riuscii al contrario di altre persone. Nello stesso tempo la polizia iniziò a fermare persone che volevo rubare borse, portafogli e cellulari.

In quel momento è partita una seconda ondata di gente che urlava e correva. Avevo perso di vista diversi miei amici, molti erano scappati verso Piazza Castello mentre io mi addentrai in via Lagrange. La cosa più brutta è stata vedere tantissima gente ferita, con il sangue sul volto, persone a terra. Ho poi scoperto che le persone nelle zone limitrofe alla piazza erano state travolte dalla gente in fuga e c’erano diversi feriti. Ero molto vicino alla ringhiera che ha ceduto ed ha portato una ragazza alla morte ed ho visto davvero tante cose brutte. 

Ricordo bene che avevo la maglia di Del Piero, del suo ultimo anno, che si era strappata sulla spalla perché ero caduto sul vetro. Perdevo davvero molto sangue così andai subito verso gli ospedali ma li trovai stracolmi di gente. Ovviamente c’erano persone in condizioni molto più gravi delle mie, c’è chi ha perso l’uso di arti, chi era in pericolo di vita. Tornai a casa e sotto la doccia provai a  togliere i vetri e a pulire le ferite. La mattina dopo sono tornato in ospedale dove mi hanno e curato per bene, me la sono cavata con dei punti di sutura. 

Ho pensato di poter perdere la vita ma per fortuna il tutto è durato pochi minuti. La cosa più strana è che il rumore che ha spaventato la folla è stato minore di quello dell’esultanza del gol di Mandzukic ma lì c’era la foga e la gioia del gol e nessuno ha pensato al peggio. Triste è il fatto che ci siano stati dei morti e dei feriti per la paura di un attentato e non per un attentato vero e proprio e questo dovrebbe far riflettere.”

Un sentito grazie a Giorgio Fabriani per aver condiviso con noi il suo ricordo di quella notte. Tutta la nostra sentita vicinanza alla famiglia delle vittime e ai feriti tutti. 

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