“Provo ancora quei sentimenti. Ed è terribile che questi sentimenti che ho provato, adesso si stiano manifestando. Mi riporta tutto al podio di Città del Messico, perché quelle erano le stesse sensazioni che avevo allora”.

In un’intervista rilasciata al New York Times, Tommie Smith parla delle proteste che stanno segnando gli Stati Uniti dopo l’uccisione di George Floyd e rievoca il celebre gesto del pugno alzato al cielo sul podio delle Olimpiadi di Città del Messico 1968, al termine della finale dei 200 metri. Smith aveva appena conquistato l’oro: con lui, sul podio, ci sono il connazionale John Carlos (bronzo) e l’australiano Peter Norman (argento). Anche Carlos alza il pugno guantato verso il cielo messicano, lo sguardo abbassato. È il loro gesto di protesta, il loro simbolico grido in difesa dei diritti e della dignità della popolazione afroamericana. Una protesta ideata di concerto con l’OPHR (Olympic Program for Human Rights), movimento fondato l’anno prima.

La storia (da rileggere) dietro un'istantanea memorabile: Il ...

Un’istantanea che ha fatto la storia, che colpisce, abbaglia, rapisce. Un’immagine, purtroppo, ancora tremendamente attuale. Ma facendo lo sforzo di allargare lo sguardo e ponendo l’attenzione sul terzo uomo salito su quel podio, conosceremmo la storia di Peter Norman. Lui è bianco, potrebbe ignorare la protesta e farsi i fatti suoi. Invece, Peter solidarizza con i due americani, vuole assolutamente indossare il distintivo dell’OPHR sulla propria divisa. Perché quella battaglia è anche la sua.

Scesi da quel podio, le vite dei tre saranno spazzate vie. Smith e Carlos vengono squalificati a vita dalla federazione statunitense, sono oggetto di insulti, minacce, intimidazioni. La moglie di John Carlos arriva addirittura ad uccidersi, non riuscendo a reggere lo stress. Peter Norman viene cancellato dall’Australia, osteggiato e umiliato da un paese che non gli perdona di aver appoggiato la protesta degli atleti di colore. Sarà ancora per anni il miglior velocista australiano, ma non verrà più convocato per le Olimpiadi e nemmeno invitato, anche solo come ospite, all’edizione di casa, quella di Sydney 2000. Per l’Australia, semplicemente, Peter Norman non esiste più.

Si infortuna, cade nella depressione, si rifugia nell’alcool. Poi prova a reinventarsi come insegnante, cercando una vita da uomo normale, un’esistenza dignitosa lontana dalle calunnie. Sofferente di cuore, muore a causa di un infarto il 3 ottobre del 2006, a soli 64 anni. Nel 2012, con imperdonabile ritardo, il Parlamento australiano onora la sua memoria, chiede pubblicamente scusa alla famiglia e riconosce il coraggio e l’integrità che Norman ha dimostrato al fianco dei due colleghi statunitensi. Troppo tardi. Il vero, autentico riconoscimento della propria grandezza, Peter Norman l’aveva ricevuto il giorno del proprio funerale, quando furono proprio Tommie Smith e John Carlos a reggere la sua bara.

Statue honouring Australian Olympian Peter Norman unveiled in ...

Il dovuto ringraziamento ad un atleta bianco, ad un uomo libero che non ha girato lo sguardo dall’altra parte. Un uomo che ha condiviso la battaglia per i diritti umani, contro ogni discriminazione razziale, senza mai arretrare di un passo o rinnegare il proprio gesto e, infine, pagando il proprio impegno con l’oblio. Oggi, Peter Norman avrebbe compiuto 78 anni: ed è andando ad approfondire la sua storia e il suo messaggio che ci rendiamo conto che vale la pena allargare l’attenzione al terzo uomo su quel podio di ormai 52 anni fa.

“Dopo la premiazione, a Città del Messico, un dirigente della mia federazione mi chiese se ero matto, mi disse che appoggiando quel gesto ero diventato loro complice, che avrei pagato sulla mia pelle la protesta di altri. Ma lo rifarei anche oggi. Tutto ciò appartiene al passato ma anche al futuro, perché i diritti umani sono qualcosa da portare sempre in alto”.

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