Continua la marcia di avvicinamento ai Giochi della XXXII olimpiade moderna, tanto incerti quanto già controversi, come raccontato dal giornalista Pio d’Emilia nel primo episodio di questa rubrica. Ci sono dei precedenti importanti, tra i Giochi olimpici cancellati come potrebbero essere quelli di Tokyo. Il primo caso in ordine cronologico è Berlino 1916, rivissuto attraverso le storie di tre personaggi chiave. 

Il Barone dei sogni infranti

Prima di arrivare a Berlino 1916 è necessario un salto sulle rive del Baltico, quattro anni prima. È un tranquillo pomeriggio d’estate, quello in cui Stoccolma si specchia in acque poco salate, con la vanità inconsapevole di chi sta per trovarsi al centro del mondo. Il calendario segna la data “4 luglio 1912” e due giorni più tardi inizieranno i Giochi della quinta olimpiade moderna, i più affollati di sempre. Oltre 200 atleti in gara tra cui 47 donne. Dovrebbe essere un trionfo per Pierre de Frédy, meglio conosciuto con il nobiliare titolo di barone De Coubertin, padre della manifestazione sportiva da lui fortemente voluta e plasmata.

Quel pomeriggio il barone è inquieto, perché c’è da prendere una decisione importante, scegliere la sede dei Giochi successivi, mentre la sua creatura sta andando in direzione opposta a quella che aveva immaginato. In origine doveva essere una rassegna riservata agli uomini, ma le spinte sociali sono forti e reclamano spazio anche per le donne. Dovevano essere Giochi per soli dilettanti, ma la natura stessa della competizione sportiva passa dal professionismo per arrivare all’eccellenza.

In cima a tutto, De Coubertin si augurava che i suoi Giochi fossero il trionfo dell’individuo, più che di una nazione o di una dottrina politica. Dagli esordi olimpici, i comitati nazionali e le rispettive federazioni sportive avevano colto l’occasione di mostrarsi vincenti sul resto del mondo attraverso la prestazione del singolo. La manifestazione stessa era destinata a diventare una vetrina di potenza e progresso per gli stati e i loro leader.

Si arriva così a quel pomeriggio svedese, in cui il barone deve far digerire ai suoi compatrioti una decisione affatto scontata. I Giochi del 1916 si dovranno disputare a Berlino, come segno di riconoscenza verso i grandi sforzi del movimento olimpico tedesco. Un atto simbolico enorme e nelle intenzioni di De Coubertin anche un gesto distensivo tra due paesi nemici, la sua Francia e la Germania. Il Kaiser Guglielmo è entusiasta all’idea che Olimpia possa rivivere nel cuore del suo impero. De Coubertin convince il CIO, soprattutto convince i membri francesi. Il 4 luglio 1912 Berlino viene scelta come sede della sesta olimpiade moderna. I tedeschi non perdono tempo e poche settimane dopo l’annuncio già lavorano su impianti e logistica, così come sulla preparazione degli atleti. Chi meglio di un plurimedagliato olimpico per allenare gli atleti di Germania?

Berlino 1916
Pierre De Coubertin

Il tedesco del Wisconsin

Quando De Coubertin aveva battezzato la nuova Olimpia sotto al Partenone nel 1896, all’appello mancavano molti degli atleti più forti del mondo. L’Olimpiade era appena nata, aveva fascino più superficiale che sostanziale. Quattro anni dopo a Parigi era sbarcato un uomo del Winsconsin di origine tedesca, in grado di stabilire un primato ancora oggi imbattuto. In quei Giochi Alvin Kraenzlein dominò magistralmente l’atletica leggera, vincendo quattro medaglie d’oro individuali: 60 metri piani, 200 metri ostacoli alti, 110 metri ostacoli bassi e salto in lungo. Da allora nessuno è riuscito a batterlo, tra pista e pedane. Sembrava l’inizio di una carriera di successi, è in realtà uno degli ultimi atti da atleta.

Kraenzlein sceglie di diventare coach, tra Cuba e gli Stati Uniti. In Germania però si ricordano di lui e nel 1913 gli viene offerto un contratto davvero ricco. Cinquantamila dollari per allenare gli atleti tedeschi verso l’appuntamento di casa. Lui accetta, si mette al lavoro con la disciplina dei suoi quasi connazionali. Sembra l’inizio di una storia di medaglie e trionfi. A Berlino stanno preparando Giochi olimpici grandiosi, hanno inaugurato con tre anni di anticipo il nuovo Deutsches Stadion, diciottomila posti a sedere e una capienza complessiva di sessantamila. Il coinvolgimento dell’operosa società tedesca è vasto e stratificato, l’educazione fisica diffusa e accettata, le speranze di dominare (nello sport come altrove) sono enormi. Kraenzlein ha un compito ben preciso: “organizzare la vittoria”, secondo i piani imperiali. Un tedesco di ritorno, simbolo di una Germania padrona anche nello sport. Poi arriva una mano serbo-bosniaca e tutto cambia.

Berlino 1916
Alvin Kraenzlein

Lo studente con la pistola

Nazionalista, fanatico, assassino: a vent’anni appena compiuti Gavrilo Princip è una palla di neve pronta a farsi valanga. Uccide l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austro ungarico, e sua moglie Sofia durante un corteo per le vie di Sarajevo. C’è una catena di reazioni diplomatiche, politiche e militari che è materia per gli storici, più che per un sito di approfondimento sportivo. Quella valanga iniziata in Bosnia travolge i Balcani, l’Europa e il mondo intero. Si combattono due blocchi: gli imperi centrali di Austria, Germania e Sublime Porta contro le potenze alleate Gran Bretagna, Francia e Russia. Mancano all’appello Italia e Stati Uniti, ma è solo questione di tempo prima che il conflitto coinvolga anche loro.

Al momento dello sparo di Princip, il calendario segna “28 giugno 1914”: non sono passati nemmeno due anni da quel pomeriggio svedese. Comincia la carneficina. Con la guerra che divampa, di Giochi olimpici non si dovrebbe più parlare, ma per i tedeschi non è proprio così.

Berlino 1916
Gavrilo Princip

Senza la parola “fine”

Nel 1914 i generali del Kaiser sono convinti di vincere in pochi mesi la guerra, con la programmata invasione del Belgio per sorprendere la Francia. I Giochi di Berlino possono quindi restare in programma perché tanto – pensano – nel 1916 la capitale dominerà su una grande fetta di Europa. Per loro sarà solo l’ennesima dimostrazione di potere. Ci credono. I loro calcoli si riveleranno sbagliati: le sorti della guerra rimarranno in bilico fino al 1917, anno di svolta tra la rivoluzione bolscevica sul fronte orientale e l’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto.

Eppure, dall’attentato di Sarajevo in avanti nessuno pensa a cancellare Berlino 1916. Nemmeno il CIO, la cui sede si è nel frattempo spostata dalla belligerante Parigi alla neutrale Losanna. De Coubertin stesso pretende che la sesta Olimpiade moderna venga conteggiata, come avrebbero fatto nell’antica Grecia in una situazione simile. Non esiste un atto ufficiale che provi la cancellazione dell’evento berlinese. Semplicemente, non si è gareggiato. L’umanità – che parola aliena in guerra – guardava ormai altrove, impegnata a massacrare sé stessa.

L’idea di una tregua olimpica non passa nemmeno per la testa dei potenti del mondo. A nulla valgono le proposte di cambiare città, di trovare un terreno neutrale dove far convergere atleti che magari si stanno sparando a vicenda sui tanti fronti aperti. Olimpia evapora in uno spettro per sei anni, prima di incarnarsi nuovamente ad Anversa, nel 1920. Per il barone De Coubertin, il fallimento di Berlino 1916 è l’ennesimo sogno infranto, quello di un olimpismo universale argine dei conflitti tra nazioni.

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