Finalmente abbiamo anche le date, finalmente abbiamo il calendario completo e finalmente sappiamo come sarà la ripartenza NBA, che ci porterà a conoscere i campioni di una delle più strane stagioni che la lega abbia mai vissuto nella sua storia. All’apparenza una boccata d’ossigeno per gli appassionati di basket, ma siamo sicuri che sia tutto oro quello che luccica? Cerchiamo di capire come funzionerà questa sprint race volta a disegnare il tabellone dei playoff 2020, evidenziando però le numerose incognite che si presenteranno da qui ad ottobre.

innanzitutto, Partiamo dalle certezze: la location: il resort Disney di Orlando, in Florida; le partecipanti: le migliori 9 ad est e le migliori 13 ad ovest (ovvero chi non è ancora matematicamente fuori dai playoff) e la prima palla a 2: il 30 luglio. Le prime tappe del viaggio di avvicinamento sono in pieno svolgimento, e già paiono contradditorie.

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Per prima cosa, dal 23 giugno è iniziato lo screening per trovare eventuali contagiati tra gli atleti (su 302 tamponi 16 sono risultati positivi). Ad oggi i giocatori possono rimanere in casa in quarantena, ma il problema si presenterà nel caso in cui qualcuno risultasse positivo una volta dentro la bolla di Orlando, poiché al momento non esiste un vero e proprio protocollo sanitario. Appare ovvio che verrà istituita un’apposita struttura per isolare eventuali casi, ma che a pochi giorni dall’arrivo delle franchigie (composte tra atleti ed addetti ai lavori di non più di 35 individui ciascuna), la mancanza di un regolamento ferreo, sostituito da un semplice patto tra board e rappresentanza giocatori denota una certa superficialità, soprattutto considerando che parliamo di una delle leghe sportive più ricche ed organizzate al mondo.

Il secondo punto già in essere è una mini free agency per tamponare infortuni o defezioni dell’ultimo minuto. Qui non è tanto il funzionamento a lasciare perplessi, ma quanto il fatto stesso di dover ricorrere ad una settimana di aggiustamenti nella prospettiva di tappare buchi. Buchi che in molti casi derivano dalla precisa volontà di alcuni atleti che, come nel caso del lungo degli Wizard Devis Bertans o di Avery Bradley dei Lakers si rifiutano di partecipare a questa rassegna perché preoccupati della propria salute anche in prospettiva della free agency vera e propria. Senza contare che, in alcuni casi (il più famoso KD) per molti sia una distrazione far ripartire il basket in un momento in cui le proteste per l’uguaglianza razziale ricevono finalmente rilevanza mediatica mondiale.

Certo, la lega non può obbligare nessuno a giocare e l’idea di non andare subito ai playoff doveva servire proprio da stimolo alle varie squadre che possono ancora ambire ad un grande traguardo, ma se più di un atleta si rifiuta di prendere parte alla ripresa, non era forse il caso di valutare qualche soluzione alternativa?

Proseguendo nell’avvicinamento; nei primi giorni di luglio le varie franchigie raggiungeranno il resort, poi dal 9 al 29 luglio ci saranno training camp ed eventuali amichevoli, che faranno da antipasto a due settimane di regolar season fino al 17 agosto, inizio dei playoff. Il 25 dello stesso mese il draft, e dal 30 famiglie e (per usare un termine che qui da noi è diventato di moda grazie alla pandemia) congiunti degli atleti potranno raggiungere Orlando

Quest’ultimo è un altro dei temi scottanti della ripresa. La richiesta dei giocatori di non rimanere 3 mesi segregati lontano dai propri affetti è sicuramente legittima, ma nella situazione in cui si trovano ad oggi gli Stati Uniti rischia di vanificare gli effetti della creazione stessa della bolla che dovrebbe essere Disneyworld. Questo perché in USA, pur non vigendo al momento un lockdown i contagi negli ultimi giorni sono cresciuti esponenzialmente; la malaugurata ipotesi che un esterno possa introdurre il virus nel resort non appare così remota.

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Il post season, come abbiamo visto inizierà il 17 agosto e, in caso di gara 7 delle finali, si protrarrà fino al 13 ottobre, con l’off season che durerà fino al primo dicembre, data in cui dovrebbe iniziare la stagione 2020-21.

Concludiamo il nostro breve excursus ritornando ad un punto accennato in precedenza ma che necessita di un ulteriore approfondimento: cosa succederebbe in caso di nuova positività? Ancora una volta occorre capire la gestione della crisi sanitaria da parte della Casa Bianca. Da Pennsylvania Avenue è arrivata in queste ore l’indicazione di ridurre i tamponi ma di consentire ai privati (chiaramente a proprie spese) di farne al bisogno. Chi  si muoverà all’interno di Disneyworld in questo periodo sarà monitorato costantemente anche mediante un apposito anello che ne rileva i parametri utili al riconoscimento del Covid-19, ma come già detto al momento l’unica certezza trapelata dal Board della lega è la volontà di non sospendere più la corsa al Larry O’Brian trophy (Anche se Adam Silver non ha negato che l’opzione verrebbe considerata in caso di molti contagi all’interno della bolla), nonostante tra gli addetti ai lavori le perplessità non manchino.

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Insomma, ci sono le date, c’è il calendario ufficiale e c’è sicuramente molta voglia di partire, eppure come abbiamo visto la strada sembra tutto meno che in discesa. Di solito si dice che parlerà il campo, ma stavolta un po’ di chiarezza da fuori sarebbe stata gradita.

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