Da millenni i filosofi dibattono sul principio di opposizione. Secondo Hegel gli opposti sono tali che l’uno non avrebbe senso senza l’altro: non c’è vita senza morte, non c’è gioia senza dolore. Italia-Brasile 3-2 del 5 luglio 1982 viene ricordata nel nostro Paese come una delle più grandi imprese di sempre della nazionale azzurra, ma, come vuole la teoria, dall’altra parte dell’oceano fu vissuta con un sentimento altrettanto intenso, ma contrario.

Quando gli viene chiesto di quella partita, Zico la indica come uno spartiacque nella storia del calcio brasiliano: «da allora cominciammo a mettere le basi per un calcio nel quale bisogna conseguire il risultato a qualsiasi costo, un calcio fondato sulla distruzione del gioco avversario e sul fallo sistematico. Quella sconfitta non fu positiva per il mondo del calcio». La Seleção in quel momento storico aveva raggiunto l’apogeo del futebol bailado, nella sua espressione più vicina all’utopia, allo stereotipo della spensieratezza che, nell’immaginario collettivo, viene associata al Brasile e ai brasiliani.

Italia-Brasile

L’entusiasmo era cresciuto come un climax durante la competizione, secondo una narrazione dominante per cui si trattava di un ritorno all’essenza delle “radici nazionali” – rappresentate dalle squadre vincenti e spettacolari del ‘58, del ‘62 e del ‘70 – dopo la fredda parentesi del decennio appena trascorso, in cui ci si era avvicinati al più fisico “futebol-força”. L’Italia non era partita bene in quel Mondiale: aveva passato il primo girone con tre pareggi (contro Polonia, Perù e Camerun) segnando solo due reti, e le dure critiche ricevute avevano indotto la squadra a dichiarare il primo silenzio stampa nella storia del calcio italiano.

La vittoria per 2-1 contro l’Argentina aveva riportato un po’ di fiducia, ma il Brasile, considerato quasi unanimemente la favorita per la vittoria finale, era di un altro livello. Per la differenza reti, inoltre, alla squadra di Telê Santana sarebbe bastato un pareggio per andare in semifinale, avendo battuto l’Argentina per 3-1 nel girone a 3 squadre disegnato per la seconda fase.

Italia-Brasile

Il primo tempo

Bearzot conferma gli 11 della partita precedente: Zoff in porta, Scirea libero, Collovati e Gentile in marcatura, Cabrini a sinistra; in mezzo al campo Oriali, più bloccato, al fianco dell’incursore Tardelli, e Antognoni leggermente avanzato con compiti più creativi; a destra Conti, tra le prime ali a piede invertito, era costretto a profondi ripiegamenti difensivi, mentre tra i due attaccanti Rossi rimaneva più centrale e Graziani partiva da sinistra. La sola idea di schierare uno come Graziani sull’esterno avrebbe probabilmente fatto rabbrividire qualsiasi brasiliano; l’idea del CT azzurro era di sfruttarne la potenza in progressione nelle ripartenze e la forza fisica per duellare sulle palle lunghe, mentre il più leggero Rossi aveva il compito di allungare le difese con i suoi movimenti in profondità e di farsi trovare pronto in area di rigore. La partita si mette subito bene per l’Italia: al 5’ Conti porta palla sulla destra e cambia gioco d’esterno per Cabrini, il cui cross perfetto trova sul secondo palo il colpo di testa vincente di Rossi, abile a posizionarsi dietro il secondo centrale, confidando nella scarsa propensione del terzino Júnior per le diagonali difensive.

Il gol accentua l’atteggiamento tattico remissivo degli italiani, mentre il Brasile sembra non scomporsi troppo e riprende a giocare secondo i propri principi: il primo tempo è un susseguirsi di raffinate combinazioni palla a terra, privilegiando il gioco di prima in un fiorire di controlli raffinati, passaggi d’esterno e colpi di tacco.

I giocatori si scambiano continuamente le posizioni in modo fluido, la regola è che dopo aver scaricato il pallone ci si muova nello spazio: così si vedono il terzino destro Leandro proporsi come ala sinistra, i mediani sovrapporsi sull’esterno, il terzino sinistro Júnior accentrarsi per fungere da regista. Nel complesso in quella squadra ce n’erano almeno altri quattro, di registi: i mediani Falcão e Cerezo si occupavano della prima costruzione, poi l’azione tipica prevedeva che il capitano Sócrates cercasse tra le linee Zico, che giocava come seconda punta al fianco di Serginho Chulapa, un centravanti classico che aveva preso il posto del giovane Careca (infortunatosi durante un’amichevole pre-Mondiale). Il gol del pareggio arriva dopo pochi minuti e sembra una conseguenza naturale del dominio tecnico esercitato: Sócrates verticalizza per Zico, che si libera dell’asfissiante e ruvida marcatura a uomo di Gentile – reduce dalla celebre partita su Maradona – con un colpo di tacco e la restituisce di punta sulla corsa del compagno, il quale infila il pallone tra il primo palo e un non impeccabile Zoff.

Il gol naturalmente non toglie ai brasiliani la voglia di attaccare, ma al 25’ arriva un episodio-chiave, che più di ogni altro verrà ricordato come esempio di supponenza. Toninho Cerezo riceve palla sulla propria trequarti da Leandro; l’Italia sta rientrando nella propria metà campo, e il futuro giocatore della Roma, privo di pressione, effettua un appoggio verso sinistra senza preoccuparsi troppo degli avversari. Il passaggio però è a metà strada tra Falcão e Júnior: il primo inganna il compagno facendo un passo verso il pallone, poi si ferma capendo di non poterci arrivare ma nel frattempo Paolo Rossi ha fiutato il sangue, e infilandosi tra i due riesce a intercettare il pallone, si presenta davanti al portiere e riporta gli Azzurri in vantaggio.

Cerezo scoppia a piangere e Júnior gli si avvicina rabbioso: «se non la smetti – gli dice – ti metto le mani addosso! Questo è un gioco da uomini; se hai paura, esci dal campo». Per molti fu la prima vera crepa in un meccanismo che si era creduto perfetto, ma in realtà, già nella partita precedente, un errore molto simile aveva permesso a Ramón Díaz di realizzare l’ininfluente gol dell’1-3 nel finale.

Tornando indietro di 12 anni, poi, l’episodio non può non ricordare la sufficienza con cui Gérson aveva regalato la rete del momentaneo pareggio a Boninsegna con un colpo di tacco di puro esibizionismo nella stessa zona di campo, nella finale poi vinta per 4-1. In quei casi, però, alla fine era andata bene, ed è naturale pensare a quelle disattenzioni come al rovescio della medaglia di un atteggiamento fondamentalmente “leggero” e ottimista, presupposto imprescindibile del futebol-arte.

Il secondo tempo

Nel secondo tempo Júnior viene spostato in mezzo al campo, lasciando la fascia sinistra a Luizinho, con il solo Oscar come difensore puro. Non c’è molto da difendere, e comunque le azioni offensive dell’Italia si limitano per lo più a rinvii lunghi per le spizzate di Graziani. Tuttavia con il passare dei minuti, complici forse anche i soli 3 giorni di riposo (contro i 6 degli avversari), i brasiliani faticano a rendersi pericolosi; anzi, è l’Italia a sfiorare per due volte il terzo gol prima con Conti, poi con Rossi.

Quando però, a metà del secondo tempo, Falcão riporta la gara in parità con un gran sinistro all’incrocio dei pali, è davvero difficile immaginare come gli Azzurri possano tornare in vantaggio, anzi sembra più probabile che, scoprendosi, ne concedano degli altri.

[Anche l’esultanza “tardelliana” di Falcão ci dice per il Brasile sembra fatta]

E invece, dopo soli 5 minuti – sul primo calcio d’angolo in 74 minuti, altro regalo di Cerezo in un tentativo di retropassaggio al portiere – ancora Rossi, che nelle prime 4 partite era rimasto a secco, con quell’ineffabile capacità che hanno alcuni attaccanti di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, completa la sua tripletta deviando in rete un tiro sporco di Tardelli.

Per i brasiliani è un’altra mazzata, ma anche nel disperato quarto d’ora finale non rinunciano alla propria filosofia: solo negli ultimi minuti provano qualche cross dalla trequarti – su uno dei quali Zoff blocca sulla linea un colpo di testa di Leandro -, ma anche nel recupero provano ad andare in porta con un elaborato uno-due, conquistando l’ultimo calcio d’angolo della partita. Éder con il suo celebre mancino cerca direttamente la porta e colpisce la traversa – sembra esserci anche una leggera deviazione di Zoff -, poi l’intervento in gioco pericoloso di Cerezo su Cabrini chiude la partita. L’Italia è in semifinale, il Brasile torna a casa.

La fine di un’era?

Nel calcio non ci sono i giudici ad alzare le palette; è la dura legge del gol, direbbe qualcuno. E come spesso accade, poi, la storia la fanno i vincitori. Si potrebbe obiettare che l’Olanda negli anni ‘70 ha cambiato il calcio senza vincere nulla, ma ha sempre saputo riaffermare con forza la propria filosofia anche nella sconfitta, non rinunciando al proprio credo, comunque legittimato dalle vittorie in Europa dei propri club. Il Brasile, invece, convive da sempre con un atavico complesso d’inferiorità nei confronti dell’Occidente, cui si aggiunge un manicheismo tipicamente sudamericano tale per cui, come recita un detto popolare, per i brasiliani tutto è “oito ou oitenta” – otto o ottanta, senza mezze misure.

Così come in quella nazionale, come simbolo della propria unicità culturale, sarebbero stati disposti a scommettere tutto ciò che avevano, allo stesso modo la sconfitta fu vissuta come il fallimento totale di quell’idea, costringendo i brasiliani a mettere in discussione la propria stessa identitàUn discorso del genere potrebbe sembrare eccessivo – è pur sempre un gioco, si dirà –  ma va ricordato ciò che accadde in occasione del Maracanazo del 1950, quando furono certificati 34 suicidi e 56 morti per arresto cardiaco riconducibili alla sconfitta casalinga, in finale, contro l’Uruguay. Allargando un po’ lo sguardo, la storia non è tanto diversa da quella vissuta qualche anno prima in Argentina, dove la sconfitta per 1-6 contro la Cecoslovacchia nei Mondiali del 1958 portò all’accantonamento della forma di espressione calcistica fino ad allora orgogliosamente rivendicata come simbolo della propria differenza rispetto agli europei – la nuestra, finalizzata alla ricerca dello spettacolo e del divertimento – per fare spazio a una nuova visione fortemente incentrata sull’aggressività, portata all’estremo dall’Estudiantes di Osvaldo Zubeldía che vinse tre Libertadores e un’Intercontinentale.

Alla prima fase di rigurgito seguì, con la conquista del Mondiale ‘78 sotto la guida del Flaco Menotti, una parziale riconciliazione, ma da allora il calcio argentino è sempre in bilico tra menottismo e bilardismo – dal nome di Carlos Bilardo, ex giocatore-simbolo proprio di quell’Estudiantes, che da CT condusse la Selección alla vittoria di Messico ‘86 (e al secondo posto di Italia ‘90) proponendo un calcio freddamente resultadista. Se comunque molti in Brasile considerarono la sconfitta come un incidente di percorso, secondo la versione più accreditata rappresentava la vittoria del pragmatismo sull’idealismo, e la partita venne ribattezzata come “Tragédia do Sarriá”, dal nome dello stadio di Barcellona – oggi demolito – dove si era giocato.

Secondo il giornalista brasiliano Mauro Cezar Pereira «c’era un ottimismo esagerato, come se la possibilità della sconfitta non esistesse. Il risultato ci ha sorpresi, ma non è stato ingiusto. L’Italia è stata superiore ed era preparata per vincere; il Brasile non era preparato per perdere. Per questo motivo la ferita non si cicatrizzerà». Telê Santana, che il giorno prima della partita aveva definito “superato” il sistema di marcature a uomo dell’Italia, si dimise, mentre diversi calciatori – tra cui Zico, Falcão, Júnior e Sócrates – annunciarono il proprio ritiro dalla nazionale, anche se in seguito alcuni ci ripensarono.

Di certo la purezza di quell’idea di calcio quel giorno si incrinò, e nessuna Seleção è stata più in grado di rappresentare i brasiliani e di scaldarne i cuori allo stesso modo, nonostante in seguito siano arrivati altri due titoli mondiali. Soprattutto quella del ‘94, che subì soltanto 3 gol in 7 partite, fu molto criticata per la ricerca eccessiva dell’equilibrio, suscitando un annoso dibattito che la pone agli antipodi rispetto al modello dell’82: è meglio vincere giocando male o perdere giocando bene?

Il giornalista Mauro Beting, per esempio, sostiene di riguardarsi più volentieri la tragedia del Sarriá rispetto a qualsiasi partita del “pesante” Brasile di Parreira negli Stati Uniti. «Anzi – aggiunge – quella vittoria ha istituzionalizzato la piaga pragmatica di giocare per il risultato; scambierei volentieri le vittorie del ‘94 e del 2002 per quella dell’82». Non sorprende che sia di tutt’altro avviso invece Dunga, capitano nel 1994 e, non a caso, tra i CT più criticati di sempre nelle sue due esperienze in panchina, tra il 2006 e il 2014 e tra il 2014 e il 2016.

Nel mondo globalizzato di oggi le differenze nazionali vanno affievolendosi anche nel calcio e concetti come “radici nazionali” e “puro stile brasiliano” stanno perdendo inevitabilmente di significato, ma, comunque la si pensi, quella partita ha lasciato un segno indelebile nella storia di questo sport.

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