Continua il viaggio di JZsportnews verso Tokyo 2021. Le notizie dal Sol Levante raccontano di un graduale ritorno alla normalità a dispetto di un’Olimpiade sempre più in pericolo.

Appuntamento in curva

Alle soglie di una ricorrenza vuota di valore come una banca appena rapinata, il Giappone ci prova. Si avvicina l’ormai inutile 24 luglio, mancata data di nascita della XXXII Olimpiade moderna. L’ultimo impero, forse spinto dalla disperazione, forse costretto dalla voglia di normalità, tenta di uscire dal tunnel del covid con l’apertura al pubblico dei suoi impianti sportivi per gli sport di squadra più popolari. Il 10 luglio diamanti e stadi accoglieranno i primi tifosi per i campionati di baseball e football, già tornati in attività lo scorso giugno dopo la lunga pausa antivirus.

Tokyo 2020

Il tentativo promosso dal governo di Shinzo Abe e dalle rispettive federazioni sportive è quello di recuperare i fans per tracciare una strada verso l’appuntamento più atteso, quello olimpico. Le linee guida ufficiali per accogliere il pubblico al momento sono piuttosto severe: un massimo di 5000 spettatori per ciascun impianto, oppure il 50% della capienza per strutture più piccole.

Come spiegato da Mitsuru Murai, capo della J-League calcistica, questo è solo l’inizio perché passate le prime tre settimane verrà incrementata la soglia al 50% della capienza di qualsiasi impianto. Il primo agosto si potrebbero così vedere oltre trentaseimila spettatori nel Nissan Stadium di Yokohama, dove giocano abitualmente i Marinos allenati da Ange Postecoglu, già ct dell’Australia per i mondiali in Brasile del 2014. E oltre quattordicimila tifosi potrebbero godersi le magie di Andres Iniesta nello stadio NOEVIR dove gioca il Vissel Kobe.

Considerata la desolazione attuale degli impianti italiani e l’inattività dei nostri sport di squadra, pallone escluso, fa effetto pensare che in un paese dai rapporti molto stretti con la Cina – madre del virus – si sia arrivati già a questo punto. Segnali di normalità o azzardo? La motivazione alla base di queste aperture è da cercare in modo piuttosto scontato nell’Olimpiade “canguro”. Dodici mesi di rinvio che hanno avuto un doppio effetto sugli stakeholders dei Giochi di Tokyo.

L’emorragia di yen e consensi

Da un lato c’è una questione di orgoglio, carattere marcato in certa retorica nazionalista nipponica (purtroppo ancora attuale), che inevitabilmente si mescola all’interesse economico. Lo scivolamento all’estate 2021 ha significato costi ulteriori, obbligo di rivedere piani e organizzazione, riformulare protocolli e spendere per i necessari adeguamenti anti covid. Insomma, faccia e portafogli giocati in un sol colpo. Dall’altro lato, esiste un serio problema di coinvolgimento della popolazione, sempre più fredda nei confronti di Tokyo 2021, come spiegato bene da Pio D’Emilia nella nostra intervista.

Un recente sondaggio telefonico tra residenti della capitale, commissionato da Kyodo News e dalla televisione Tokyo MX, ha rilevato come poco più della metà degli intervistati ritenga auspicabile una definitiva cancellazione dell’Olimpiade (27,7%) o almeno un ulteriore rinvio al 2022 (il 22,4%). C’è comunque un 46,6% di intervistati che vorrebbe la conferma dell’evento per il prossimo anno, ma dentro una tale percentuale si raccolgono pensieri differenti. Alcuni non vorrebbero nuove modifiche al programma originale (circa il 15%), mentre altri preferirebbero un’Olimpiade rimpicciolita nei numeri e nelle pretese, da disputarsi anche senza pubblico (oltre un terzo degli intervistati). Lo stesso presidente del comitato organizzatore di Tokyo 2020, Yoshiro Mori, si è recentemente espresso in questo senso: “Semplificare i Giochi: ridurre la loro complessità per ridurre i costi”. Dai quali comunque sarà necessario rientrare almeno in parte, come dimostra l’ulteriore investimento da 3,3 miliardi di dollari arrivato da sponsor giapponesi. Una rete che sembra sempre più fragile a dispetto delle enormi somme in movimento e che avrà bisogno di un riscontro di pubblico non soltanto televisivo. Qui entra in gioco la politica e in quest’ottica si inserisce l’apertura degli stadi ai tifosi.

Salvare il salvabile

È notizia di pochi giorni fa la rielezione a valanga di Yuriko Koike come governatrice di Tokyo. Di orientamento conservatore e dichiaratamente favorevole ai Giochi nel 2021 (dopo aver guidato la lunga marcia preparatoria della megalopoli verso il 2020), Koike collabora con Shinzo Abe ma in un certo senso ne è anche rivale. Non stupisce quindi che sostenga un’Olimpiade in scala ridotta, a dispetto di chi – Abe in testa – ha già dovuto ingoiare l’enorme rospo del rinvio e vorrebbe tutto come previsto.

Tokyo 2020

La sensibilità di Koike nei confronti dell’elettorato e un indiscusso carisma, mostrato anche durante la crisi del covid, l’hanno portata ad una rielezione di largo consenso (quasi il 60% di voti). A lei guardano i tanti sponsor che in queste settimane di incertezza hanno preso in considerazione l’ipotesi di ritirarsi dall’agone commercial-olimpico. Se il rinvio potrà alla fine costare agli organizzatori una cifra gigantesca, tra i 2 e i 6 miliardi di dollari solo in piccola parte coperti dal CIO, è chiaro che limitare le spese e quindi i danni sia la parola d’ordine per politici ed investitori.

I Giochi-canguro potrebbero anche saltare questo giro. A saltare, tuttavia, sarebbero decine di imprese, aprendo una voragine finanziaria sotto l’arcipelago giapponese.

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