“Sono gay. E persino scriverlo in questa lettera è un grande passo per me.”

Lo scrive in una lettera anonima indirizzata ai vertici del federazione, ai tifosi e a chiunque voglia leggere, un calciatore della Premier League, il massimo campionato di calcio inglese nonché uno dei più prestigiosi del mondo intero. Non si sa nulla di lui, né la squadra, né il ruolo, né la nazionalità, si conosce ora solo il tentativo di rendere fruibile il suo stato d’animo affinché possa aiutare a capire. 

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Perché c’è bisogno di scrivere una lettera anonima per parlare della propria omosessualità?

“Solo i membri della mia figlia e un ristretto gruppo di amici è al corrente della mia sessualità. È un incubo, giorno dopo giorno. Ho il terrore che dire la verità renda le cose ancora peggiori. E il mio cuore ogni tanto mi dice che dovrei fare coming-out, ma la testa mi dice ”perchè rischiare?”. La verità è che credo che il calcio non sia ancora pronto per i coming-out. Ci sono ancora troppi pregiudizi.”

Gay, frocio, recchione, finocchio, mille versioni dello stesso insulto; che poi è chi lo pensa che fa l’insulto e in quest’ottica tutto può diventarlo. Ebreo, negro, terrone, è il vocabolario universale della discriminazione, il bestseller, negli stadi talvolta anche più che altrove. Ma perché succede questo? 

Il mondo è più Billy Elliot di quanto possiamo immaginare. Essere una pellicola del 2000, essere quella pellicola del 2000, significa non aver ancora imparato che chiunque può fare quel che vuole della propria vita senza dover essere come gli altri vorrebbero che fosse. ”Sì ma Billy Elliot non era Gay” è la prima replica da confutare a piedi pari. Un omosessuale non è un’entità astratta, un centauro o un personaggio uscito da un quadro di Dalì, un omosessuale è un essere umano e il suo io è una declinazione della vita non un’eccezione.

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“Da bambino tutto quello che volevo era fare il calciatore. Alla fine ci sono riuscito, ma c’è qualcosa che mi rende diverso dalla maggior parte dei giocatori di Premier League. Sono gay.”

In Premier ci sono calciatori gay o bisex, così come in Serie A, in League 1, nella Liga, perché ci si ostina a non volerlo vedere? Come se non esistesse la possibilità di non essere etero e tutto il resto fosse sbagliato e non semplicemente diverso. Tecnicamente si chiama eteronormatività, la convinzione che esista un solo ed unico modo di intendere la sessualità, un solo orientamento sessuale, un solo canone a cui riferirsi. Esiste nella società ma nel calcio mostra una delle sue facce più radicali. 

“Non mi sento ancora pronto a condividere questa cosa con i miei compagni di squadra o con il mio allenatore. È complicato. Passo la maggior parte del mio tempo con quei ragazzi e scendiamo in campo come una squadra. Ma qualcosa dentro di me, mi rende impossibile essere onesto con loro al riguardo.”

Provare a capire il calcio e i gay si può attraverso le donne

Il calcio è ancora una roccaforte del dominio del maschile, molto di più di altri universi sportivi e non. Nell’immaginario collettivo – di uomini e donne ed è bene specificarlo – il calciatore è l’uomo forte, l’uomo che non deve chiedere, l’uomo tenace, l’uomo uomo. Da qui germoglia tutto l’astio nei confronti del calcio delle donne. Come può, stando a certi ruvidi standard mentali, una donna essere attrice in un teatro dove ogni maschio mostra il suo essere uomo?

Il problema è pensare che essere uomo si risolva nell’approccio alla sessualità e nell’orientamento sessuale. Si arriva così ad una visione distorta della realtà dove un maschio che gioca a calcio è un uomo, una femmina che gioca a calcio non è una donna ma una lesbica – come se le due cose fossero opposte – e un gay non è adatto al gioco del pallone.

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“Spero un giorno di poterlo fare (coming out ndr)”

La federazione britannica, che pure è stata tra le più attive nella celebrazione del Pride Month, ha messo a disposizione delle consulenze per aiutare gli atleti che vivono tali situazioni di disagio al pensiero dell’esternazione della propria sessualità. Lodevole se fosse accompagnato dalla ricerca di una soluzione mirata del problema e non una estemporanea. Se un atleta nella stragrande maggioranza dei casi arriva a fare coming out, quando ci arriva, a fine carriera la colpa è dell’ambiente in cui vive e lavora. C’è una sottile differenza tra la celebrazione e l’accettazione dell’altro e sicuramente non è un problema solo ed esclusivamente inglese, anzi, in altri luoghi tocca punte di gravità e ingiustizia che è difficile non considerare.

Non sarebbe affatto una partita da giocare in un mondo normale quella tra pregiudizi e diritti ma è ora del calcio d’inizio e siamo tutti chiamati a fare la nostra parte.

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